• feb
    24
    2017

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Domino

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Tra l’ultimo album dei Dirty Projectors Swing Lo Magellan e questo nuovo progetto sembra passata un’eternità, ma non è trascorso così tanto tempo. Sono soltanto cinque gli anni che separano i due lavori, eppure è un distanza che sembra triplicare anche soltanto ascoltando la prima delle strofe della nuova prova, una gospel ballad al piano sporcata di beat sull’asse Anohni / Blake che inizia nel più completo scoramento («I don’t know why you abandoned me…») su un campione di campane nuziali lasciato marcire dopo pochi secondi. Di evoluzioni, assieme musicali e personali, del resto, ne sono successe parecchie in questi anni ’10, sia per quanto riguarda il mutamento del gusto del pubblico e del mercato discografico (la fuga di cervelli dall’indie verso l’universo allargato dei l’hip hop, dell’r’n’b e dei beatmaker), sia per ciò che è accaduto nella vita professionale ed artistica di colui che ora risulta l’unico maître à penser, o anche se vogliamo il curator, della ragione sociale, ovvero l’ora barbuto David Longstreth.

Tra i due album, l’ex studente della Yale University non se n’è stato con le mani in mano: si è fatto un nome di tutto rispetto nell’industria musicale collaborando – via Rick Rubin – tanto con Kanye West (ha scritto il bridge di FourFiveSeconds) quanto con Solange (a A Seat At The Table), passando per Joanna Newsom (per la quale ha composto gli arrangiamenti per l’orchestra di 70 elementi che si ascolta nella Time As a Symptom contenuta in Divers), Bombino (ha prodotto Azel) e, non ultima, l’ex fidanzata Amber Coffman a cui ha dato una mano nell’album d’esordio che sarà con tutta probabilità pubblicato quest’anno. Nel frattempo c’è stato un trasferimento importante che lo ha portato da New York ad Los Angeles, tutto questo per dire che l’incarnato e l’anima dei suoi Dirty Projectors non potevano non subire profonde trasformazioni, evidenti anche soltanto confrontando le copertine dei suoi ultimi lavori (dove comparivano rispettivamente le figure femminili della citata Coffman e di Angel Deradoorian) con quest’ultima.

I Dirty Projectors 2.0 dell’album omonimo sono frutto della sofferenza e della solitudine, ma anche di una progettualità inedita che vede un uomo non rappresentarsi più come primo tra i pari di una (avant-prog) indie band, ma come l’art director di un eccentrico disco di gospel contemporaneo dalle evidenti tinte hip hop in cui compaiono featurer, non più bandmate. Il cambiamento tra le due modalità di intendere la produzione di un disco non è più meramente una questione di metodo o di stile – già in Bitte Orca si sentiva l’influenza dell’r’n’b contemporaneo – bensì un cambiamento di prospettiva. Tra gli eccentrici, Longstreth è sempre stato il più delicato, un nevrotico a cui viene naturale armonizzare, un Jeff Buckley bipolare che non resiste a tentazioni Deerhoof prima e XTC poi, ed è questa signature in bilico tra carezze e nervi scoperti ad imporsi in Rise Above, nella collaborazione con Björk, Mount Wittenberg Orca, fino alla recente produzione del singolo dell’ex fidanzata, All To Myself, traccia che già dal titolo fa idealmente il paio con la citata opener del disco. Un album, questo, che già dalla scelta di essere omonimo indica una volontà di ripartenza, un fare piazza pulita di tante cose, prima tra tutte il dolore (anche lo strazio) per la fine della storia d’amore tra i due. Una storia intensa e totalizzante, ma anche l’idea di indie band a cui il Nostro oppone oggi un fare da producer con tanto di collaboratori esterni (Dawn, Solange, Tyondai Braxton), pur rimanendo un feticista e un musicologo, un nostalgico della vecchia fonologia nell’era del digitale; e da qui l’idea geniale di non fare un disco r’n’b, ma il prequel di quello.

Il parallelo tra David Longstreth / Dirty Projectors e il Justin Vernon / Bon Iver ultima maniera, viene così spontaneo, come era impensabile soltanto fino a qualche anno fa, e non soltanto in riferimento al personaggio che li ha influenzati entrambi, ovvero Kanye West, o per l’uso del vocoder presente nel brano Ascent Through Clouds, ma, in particolare, per il ruolo che entrambi ricoprono all’interno del biz musicale, ovvero musicisti in grado di mantenere una propria autonomia artistica pur rimanendo legati a più mandate al mainstream, o più appropriatamente, a quel mondo che per convenienza chiamiamo major alternative. James Blake lo abbiamo citato nell’attacco parlando dell’opener Keep Your Name, che all’interno del disco fa un po’ da leitmotiv, quando il leitmotiv vero non è la fine di un rapporto ma al contrario la vita e l’amore che comunque (e nonostante tutto l’agrodolce) trionfano, come risulta chiaro in una sfumata I See You che riprende vagamente il riff di A Whiter Shade Of Pale dei Procol Harum. Il resto del disco non è da meno, e contiene un ottimi esempi – Death Spiral – di metabolizzazione dell’electro funk losangelino di oggi (saluti a Dam Funk), sia da una sana ottica Prince sia da una altrettanto sentita fascinazione marchiata D’Angelo (Work together). Poi ritroviamo uno sgembo pop dalle orchestrazioni jazz messe di lato, con spruzzata doo-wop sulla punta (Up In Hudson) e dove pare di sentire gli Shins in versione prog (o anche i vecchi Dirty Projectors nella forma migliore e compiuta), e una piccola grande hit r’n’b come Cool Your Heart, con Dawn a fare da Rihanna alternativa e il sample troncato ad inscenare un cortocircuito temporale (vedi anche il video) dalle tinte caraibiche.

Potremmo continuare a lungo a descrivere il disco. Ciò che più conta in questa sede però è ricordare che a livello di complicazioni sulla trama – leggi saliscendi di strofe, zigzag armonici, siparietti, massimalismo, ecc – è pur sempre un disco targato DP, e dunque affibbiare al tutto il solito prefisso “prog” è sacrosanto oggi come lo era ieri. D’altro canto, il suo risvolto cinematografico – complice il “narrative designer” Elon Rutberg già al lavoro con West – non va taciuto e avvince ed incanta lungo una scaletta ben cesellata a livello di sample (tattili, come lo sono quelli delle migliori produzioni trip hop) e dal punto di vista delle orchestrazioni – a tratti persino acusmatiche, seppur sempre futuristicamente anacronistiche come solo David sa farle. Dirty Projectors è un lavoro eccellente, impossibile da racchiudere in definizioni, uno di quei lavori che potrebbero dare nuova linfa al comparto hip hop più ricettivo e/o segnare nuove ibridazioni ed evoluzioni per i DP. Per tutte queste ragioni, è anche uno dei potenziali dischi di fine anno.

24 febbraio 2017
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