Recensioni

6.8

Due parole chiave definiscono Endless, nome di uno show radiofonico per NTS e di un ciclo di club nights londinese, entrambi ‘diretti’ dal produttore Felix Lee: “non-linear” e “non-ironic”. Le selezioni musicali di Lee e compagni, sia dal vivo che nei mix radio, si ispirano a repentine oscillazioni di genere (reggaeton, black metal, elettronica, trance, hip-hop, grime, R&B, tra gli altri), da interpretarsi come appassionate, autentiche manifestazioni dei loro gusti musicali, e non come vacue, “ironiche” provocazioni. Dietro a questo spirito si cela uno dei trend principali dell’elettronica sperimentale anni Dieci, una rivisitazione di generi e gerarchie di valore in chiave post-taste. Non a caso Endless ha rappresentato un punto di contatto tra il gergo musical-politico dei giovani produttori di Londra e le loro controparti Nordamericane, ospitando, tra gli altri, Mykki Blanco, Total Freedom, la co-fondatrice di NON Nkisi, Kamixlo e Endgame del circolo Bala Club, il primo Yves Tumor e Elysia Crampton.

Per Lee, che fece la sua prima comparsa di rilevo con il brano National Grid nella compilation curata da Total Freedom Blasting Voice (2012), è stato l’incontro con Elysia Crampton, in particolare, a generare interesse per le sue produzioni e una riscoperta delle tracce pubblicate su Soundcloud e Sellfy a nome Lexxi. Il suo brano Red Eyez chiudeva l’album rivelazione di Crampton Demon City (2016), un disco che la stessa Crampton definì iperbolicamente “un annuncio pubblicitario per l’EP di Lexxi 5TARB01”. Interamente strumentale, 5TARB01 (2016) esplorava una fluida via di mezzo tra le punitive, irregolari abrasioni della cosiddetta deconstructed club (cui Lee allude con il termine di suo conio “severo”) e la bass music made in UK in senso lato. L’unione di scalpitanti, metalliche percussioni e lunghe, spettrali note synth nel brano $EVER0, per esempio, sembrava porsi come un punto di sutura tra l’instrumental grime di un Logos, l’eccentrica elettronica di stampo industrial di un Lotic e le malinconiche alchimie di un Burial. Come ci si aspetta da una tale sintesi di riferimenti, il sound di Lee punta a dipingere un’ambientazione urbana, vissuta in notturna tra estatici, volatili momenti di escapismo e un ben più radicato senso d’inquietudine e isolamento.

In Inna Daze, il suo primo full-length per la Planet Mu di Mike Paradinas, Lee continua a esplorare sradicamento e malaise urbana, comparendo, per la prima volta, in qualità di vocalist e supportato da un nutrito gruppo di amici e colleghi. Nonostante i testi e le lamentose interpretazioni vocali di Lee non siano sempre discernibili, emerge con sufficiente chiarezza una mappa contrassegnata da catatonici viaggi a bordo dell’overground londinese e una serie di tappe allucinatorie, non sempre raccontate con particolare originalità o la dovuta verve («These visions I can’t explain/standing in the rain/I’m trying to fade away», canta nel viscoso brano Headless). Ampiamente filtrati in Auto-Tune, i vocals di Lee finiscono per caratterizzare la maggior parte dell’album, tingendo le desolate atmosfere post-human evocate dal suo sound con una sensibilità obliquamente RNB e sperticatamente emo. Dispersa tra cadenzati sub bass e scintillanti linee synth, la voce di Lee risulta tanto ipnotica quanto tediosa in alcuni dei brani più emotivi (Emeralds, Like A Stain, Crosses), guastandone il potenziale atmosferico. È nelle tante collaborazioni con i colleghi emo-friendly, invece, che Inna Daze trova i suoi capitoli più convincenti. Nell’intossicante KOH e nella Fade To Mind-iana Void compaiono alla produzione Whitearmor e ai cori il rapper Ecco2k, entrambi della crew svedese Drain Gang (anche nota come Gravity Boys), alle prese con Lee nel delineare un oscuro, mortifero RNB in cui s’intuiscono riferimenti incrociati a grime e trap. All’eccellente eulogia drone Sangre partecipa invece un altro poeta del decadimento urbano londinese, Gaika, qui alle prese con una sofferta interpretazione in linea con l’afflato sacrale del suo album Basic Volume. Yayoyanoh, altro socio di Bala Club, oltre che frequente “compagno di riddim” di Organ Tapes, presta le sue rime al metallico reggaeton-industrial di Focused, uno degli esperimenti d’ibridazione più riusciti del disco assieme Unified, i cui brandelli dubstep sembrano declinati in chiave nostalgico-ipnagogica.

Assordanti sub bass accompagnano Inna Daze nel suo peregrinare tra desolati paesaggi urbani e trip allucinogeni, costituendo il centro nevralgico del disco. Pur in minoranza, sono i brani in cui troviamo Lee & co. in modalità d’attacco che finiscono per lasciare un’impronta indelebile. Spiccano, in particolare, gli accenti rave di Smoke, con Kamixlo, e le due collaborazioni con il produttore londinese Oxhy, membro della crew Quantum Natives, frequente collaboratore di Yves Tumor e autore, con un mese di anticipo sul referendum di Brexit, del sempre attuale video/brano di rivolta Burning Tories. Sia in Still Torn che in Slow Decay, accompagnate rispettivamente da un ossessivo tintinno trance e da magmatiche texture noise, Lee e Oxhy recuperano alcuni stilemi dell’industrial e un sound nel complesso più corporeo e virulento, quasi a volersi scrollare di dosso il senso di desolazione così prevalente in Inna Daze e ritrovare, nel club, le energie per passare dalla disperazione all’azione.

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