Recensioni

7.5

Il secondo album di FKA twigs arriva giusto in tempo a ricordarci quanto l’artista abbia definito la cultura musicale degli anni Dieci. Il suo output audiovisivo 2012-2015 contribuì non poco a portare l’RNB all’attenzione di aficionados indie e cultori di musica elettronica sperimentale, trasformando Tahliah Barnett in un vero e proprio fenomeno. Complici le tintinnanti, difformi co-produzioni, tra gli altri, di Arca, la musica di twigs si presentava fin da subito come un’imprevedibile ibridazione di trip hop e IDM minimalista in chiave soul. Il debutto LP1 (2014), in particolare, cementò nell’inconscio collettivo la controversa nozione di “alternative RNB”, un tag troppo spesso impiegato da giornalisti bianchi quasi a voler legittimare il genere, purgandolo della sua storica associazione con sperticato romanticismo, sensualità e appeal mainstream (la pratica aveva dei precedenti d’eccezione, come la compilation del 1996 Sugar and Poison, opera di un David Toop impegnato a selezionare i brani soul “giusti” per un pubblico abituato alle scene musicali d’avanguardia).

Eppure il singolare intrecciarsi di aritmie, sospirati hook e angolari beats nella musica di twigs rappresentava qualcosa di nuovo ed esaltante anche per chi aveva da sempre adorato, apertamente o in segreto, un Pretty Hate Machine e un Rhythm Nation 1814 in egual misura. Tra un video e l’altro, twigs andava affinando una risoluta, finanche caparbia visione d’insieme, tanto ispirata al “gothy cool” di Aaliyah quanto al “body horror” di Aphex Twin. «It had a huge effect on the way people were seeing young black culture; I think it changed a lot», ha detto recentemente della sua prima copertina per i-D, quasi a voler sottolineare la natura volutamente “contraria” dei suoi sincretismi. Non solo. La musica e l’immagine di twigs si proponevano come futuristiche, ma grazie alle alte dosi di sensualità, entrambe si mantenevano a debita distanza da soluzioni propriamente accelerazioniste o post-human. I brani di twigs si prendevano tutto il tempo necessario ad ammaliare l’ascoltatore, trasformando l’espressione del desiderio sessuale in uno strumento di autoaffermazione: che avesse le dita di un amante ficcate in gola (Papi Pacify) o giacesse inerme come una bambola gonfiabile (I’m Your Doll), twigs appariva sempre in assoluto controllo, un’erede spirituale delle ambiguità S/M di Grace Jones.

Nel suo secondo album MAGDALENE, twigs ha deciso di mettere l’accento su pathos e vulnerabilità, reinventandosi con successo in una cantautrice umbratile e un’interprete accorata. «I was left with no option but to tear every process down», ha detto della genesi del disco. La nuova direzione nel sound, nel complesso più lineare e meno spigoloso che in passato, è dovuta, in parte, a un’insofferenza per chi, tra i produttori con cui ha collaborato dal 2016, ha tentato di ingabbiarla negli stilemi del suo passato. La virata verso una scrittura a cuore aperto, invece, è la risposta di twigs a un lungo periodo di turbamenti e malessere fisico. Gli anni che separano MAGDALENE dalle metalliche composizioni dell’ultimo EP M3LL155X (2015) hanno visto il disintegrarsi di un paio di relazioni sentimentali di “alto profilo”, per le quali è stata presa d’attacco da tabloid e malelingue da entrambi i lati dell’Atlantico. A ciò si è aggiunta la scoperta di sette voluminosi fibromi uterini e una lunga fase di riassestamento a seguito di un intervento chirurgico. Dal trauma twigs è riemersa con il triplo delle forze, aggiungendo al suo già poliedrico curriculum di danzatrice una nuova expertise nel mondo delle arti marziali cinesi e della pole dance, quest’ultima immortalata nel video del primo singolo cellophane e, più di recente, in un’apparizione televisiva da Jimmy Fallon che, proprio come questo disco, promette di catapultarla nel mainstream una volta per tutte.

MAGDALENE non è un concept album, ma prende il suo nome dalla figura di Maria Maddalena, cui l’artista si è ispirata per sviscerare le complessità di devozione amorosa e percezione pubblica. Ci sono tutti gli ingredienti, assieme alla scrittura confessionale e alla predilezione per la ballata al piano come riferimento di base, per uno sprofondamento in cliché postfemministi e incontinenze autobiografiche che il pop anni Dieci non ha certo lesinato. In mano a twigs e ai tanti co-produttori (Nicolas Jaar impera sul disco, ma compaiono anche Noah Goldstein, Benny Blanco e Jack Antonoff, tra gli altri), queste coordinate vengono invece impiegate per trovare un terreno di mezzo in cui l’artista punta sì a una maggiore immediatezza, ma senza perdere per strada il suo gusto per l’idiosincrasia. Gli episodi più caratterizzanti del disco giocano spesso, non a caso, su inaspettati contrasti d’atmosfera. Nell’eccellente traccia d’apertura thousand eyes maestosi bassi e sbavature di rumore emergono dal vuoto, quasi a interferire con il ripetersi di un mortifero, ipnotico a cappella corale, in cui la voce di twigs oscilla con agilità tra il vigore di un inno sacro e la compostezza di Enya. La solennità del brano viene spezzata da un esplosione di versi in falsetto, tanto feroci quanto sagaci nel loro prendere di mira l’invadenza di critici e guardoni («It’s going to be cold without those eyes»).

Il singolo home with you alterna a turbolenti versi semi-rappati dei sontuosi ritornelli, in cui il soprano di twigs spicca il volo, accompagnato da un coro gospel e uno sciame di clarinetti. Il contrasto è troppo forte perché il brano possa scorrere come una hit soul perfetta o, al contrario, accontentare appieno i fan dei suoi lavori più eccentrici. È proprio nel ruolo di figura alienante che twigs si sente a proprio agio («Never seen a hero like me in a sci-fi», canta minacciosa). La devastante mirrored heart, invece, serpeggia tra gorgheggianti, oscure note all’elettrica di vaga reminiscenza 4AD, per poi trasformarsi in un cadenzato brano d’iper-emotivo pop sostenuto da perforanti beat. Persino uno dei brani più apertamente melodrammatici, sad day, riesce a mantenere un elemento di suspense: qui teatrali pause e isolati, felpati accenti al piano vengono impiegati come punti di sutura tra l’esasperazione del testo («Would you make a wish on my love?») e l’esagitazione di ritmiche dance. Nel brano compare anche l’impronta erotica della twigs che conosciamo («I lie naked and pure / With intentions to clench you and take you), ma come nell’ammorbante, magmatico lamento in slow-motion day bed, cui ha contribuito anche Daniel Lopatin, desiderio e depressione finiscono per fare a cazzotti («Lower is my ceiling / Pressing are my feelings / Active are my fingers / Faux my cunnilingus»). Nonostante i tanti versi motivazionali, conflitto interiore e disorientamento prendono spesso il sopravvento, finendo per rimodellare twigs in un’interprete con cui, forse per la prima volta, è davvero consentito empatizzare (impossibile rimanere indifferenti di fronte alla straziante semplicità del verso «Why don’t I do it for you? / Why won’t you do it for me?», da cellophane).

Forse proprio per questo delude il tiepido swag del singolo holy terrain, l’unico brano chiaramente concepito con l’idea di raggiungere un pubblico più ampio (oltre ad Antonoff, partecipa come produttore Skrillex). Qui il falsetto di twigs aleggia con grazia tra ritmiche trap, l’occasionale vagito di sottofondo e l’eco di un’armonia folk (un sample del coro Le Mystère des Voix Bulgares), ma la sinergia tra twigs e gli ad-lib del rapper Future risulta sorprendentemente fiacca (un’occasione mancata, considerata la predisposizione dello stesso Future a esplorare il suo lato più emotivo e introspettivo). Tutt’altra storia la doppietta centrale mary magdalene e fallen alien, dove twigs raggiunge conturbanti sintesi pop-noir. La title-track, tra vocals che vanno in frantumi e scie di rumore bianco, si erge a sofferto, ansimante inno a indipendenza e amor proprio, (il verso d’apertura «A woman’s work”, assieme al sample del coro bulgaro di holy terrain sembra alludere a una probabile riscoperta di The Sensual World di Kate Bush). L’esagitata fallen alien, invece, trainata da singhiozzanti tastiere ed eccentrici saliscendi vocali, finisce per barcamenarsi tra spirito di rivendicazione e psicosi («In this age of Satan / I’m searching for a light to take me home and guide me out”), ricordando non poco l’incontro di tastiere e cupa elettronica in From The Choirgirl Hotel di Tori Amos, altra nota “studiosa” della figura di Maria Maddalena.

L’orizzonte di rifermenti, sia per twigs che per i suoi fan, si è senza dubbio ampliato. I 39 minuti di MAGDALENE ci raccontano un’artista alle prese non solo con i propri demoni e turbamenti, ma anche con la propria figura. Nello scatto di copertina di Matthew Stone si presenta più aliena che mai, quasi imbalsamata di fronte ai thousand eyes sia di chi non l’ha voluta capire sia di chi, nelle sue idiosincrasie del passato, ha trovato l’unica chiave di lettura per capirla. Nei travolgenti saliscendi emotivi dei nuovi brani, invece, twigs ha trovato il modo mettersi a nudo quanto basta, raccontandoci qualcosa in più della donna dietro l’enigma.

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