• Gen
    01
    1979

Classic

EMI

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Proprio come nella canzone degli Smashing Pumpkins: nel 1979 le strade si animavano del presente, un momento bagnato dal suono della speranza e proiettato verso territori inesplorati. L’ultimo anelito degli anni Settanta è stato un magma che ha portato in superficie il furore punk raffreddato dal post punk oscuro (occorre sempre citare la mano di Hannet) dei Joy Division in Unknown Pleasures e il reggae bianco di Regatta De Blanc. In quello stesso anno venivano alla luce Fear Of Music, Metal Box, l’ultimo atto della trilogia berlinese di Bowie e, come se non bastasse, tra gli scaffali si trovavano gli album di Michael Jackson, Pink Floyd, Xtc e molti altri. L’odore del piombo e le balene bianche caratterizzavano il passaggio di decennio italiano, gli artisti in classifica erano Zero, Rettore, Dalla, Oxa e Fossati. La plastica e le spalline degli Ottanta si stavano facendo largo, mentre la musica italiana era in pieno reflusso; abbandonato l’impegno sociale degli anni precedenti, l’amore e il quotidiano tornavano prepotentemente in scena. Ma prima della definitiva esplosione dell’edonismo ottantino, c’era chi aveva fiutato il cambiamento e non ne era per nulla convinto.

Dopo ben otto dischi – cioè, un’intera discografia – Franco Battiato aveva deciso di dar corpo a una scommessa. Si dice che la svolta sonora del siciliano sia dovuta a un atto di apparente superbia, un dialogo con un giornalista in cui, a un certo punto, lo sperimentalissimo marziano, innamorato dei synth così come di Stockhausen, se ne esce con una frase del tipo: “Non faccio pop perché so benissimo come si scrivono album da classifica”. Non abbiamo certezze che sia andata effettivamente così, quello che è sicuro è l’ennesima incarnazione di Battiato: dopo il cantautorato improntato sulla canzone francese, le sperimentazioni elettroniche, quelle classiche e un ermetismo pianistico lontano anni luce dal formato canzone, ecco il trittico pop del Nostro. Si tratta di un percorso che porterà Battiato a piazzare il primo album italiano che supererà il milione di copie vendute.

Più che la scoperta del pop, per l’artista siciliano è un ritorno: in fondo, aveva iniziato con le “canzonette”, e la necessità di raggiungere più persone, pur rimanendo un intellettuale amante del sufismo e dell’Oriente, lo riporta lì. Ovviamente, nulla nasce per caso, e in questo frangente i presupposti che danno vita a L’era del cinghiale bianco sono fondamentali: dopo i trascorsi in Bla Bla e Dischi Ricordi, Battiato passa a Emi grazie al suo nuovo manager, Angelo Carrara; la prima versione del disco non convince nessuno, probabilmente a causa dell’assenza di basso e batteria, ed ecco quindi che entra in scena Tullio De Piscopo, il “chirurgo” che dà alle canzoni nuova vita (occhio a Pasqua etiope). In realtà, anche questa seconda veste non convince i dirigenti della major, che però decidono ugualmente di immettere il disco nel mercato.

Nonostante L’era del cinghiale bianco non riscuota un successo di vendite e di critica, si tratta del primo tassello verso l’apice toccato con La voce del padrone. New wave, citazionismo, orientalismo e un pop che flirta con lo sperimentalismo rendono il nono album di Battiato un unicum nel panorama musicale italiano. Il virtuosismo violinistico della title track, la metafora di un’epoca d’oro perduta contrapposta al potere temporale dell’era dell’orso – riferimento a una delle influenze principali dell’album, René Guénon – e gli slogan nei ritornelli («spero che ritorni presto / l’era del cinghiale bianco») in contrasto con strofe evocative e ironiche, al limite del paradosso: una ventata di freschezza cosmopolita che spazza via il paludato canzoniere italiano di quegli anni. «Studenti di Damasco / vestiti tutti uguali / l’ombra della mia identità / mentre sedevo al cinema oppure in un bar»: c’è un po’ di tutto, dal Bowie degli inizi (Magic Shop) alla tradizione siciliana (Stranizza d’amuri), passando per il rock dal basso nevrotico di Le strade dell’Est e gli splendidi incastri de Il re del mondo. Fanno capolino anche veri e propri capolavori concettuali, come Luna indiana, che inizia come i più classici dei notturni per pianoforte per poi essere contaminata dall’elettronica.

L’era del cinghiale bianco è il primo passo verso il Battiato consacrato da pubblico e critica, un tassello fondamentale per la carriera di un soggetto unico nel panorama musicale italiano. Si tratta del prima e dopo del siciliano: uno spartiacque che permetterà al Nostro di diventare commestibile per le masse, sfidandole al contempo con citazioni musicali e testuali. Quarant’anni dopo, siamo ancora in attesa di tempi migliori, ma album come questo ci permettono di vivere il presente con un sollievo che soltanto i grandi artisti sono in grado di trasmettere, proprio perché più sensibili ai turbamenti dell’incedere del tempo.

15 Luglio 2019
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