PREV NEXT
  • ago
    19
    2016
  • ago
    20
    2016

Album

Add to Flipboard Magazine.

A ben. quattro anni da Channel Orange, esordio che l’aveva scaraventato in vetta al mondo black – dopo un percorso nell’ombra da ghostwriter, interrotto con la comparsata vocale in No Church in the Wild di Kanye West e Jay-Z è finalmente arrivato il tanto agognato secondo capitolo firmato Frank Ocean. Dopo promesse, smentite, tracce fantasma, titoli annunciati e poi disattesi a fomentare abilmente un hype orchestrato come ben si conviene nelle strategie di web-marketing d’obbligo in questi tempi, la spasmodica attesa è stata finalmente interrotta da ben due (di fatto inscindibili e complementari) pubblicazioni.

Prima in ordine di tempo è stata il visual-album Endless, soundtrack di un cortometraggio lungo 45 minuti che riprende due falegnami al lavoro (!) in b&w. Questa prima tranche si presenta con gli inequivocabili tratti rough del mixtape, tra (pochi) pezzi di forma compiuta, intermezzi, tracce fantasma, (mezze)idee buttate lì un po’ a caso, strumentali, campionamenti e quant’altro. L’impressione è quella di un viaggio nell’hard disk di Ocean scorrendone i frammenti rimasti incompiuti, per poterne apprezzare le idee in una costante sensazione di genuina e buonarrotiana suggestione di “non-finito”. Non mancano gli (inevitabili, data la caratura del personaggio di cui si sta parlando) highlights, come la seconda, eterea e romanticissima At Your Best (You Are Love) in un trasversale gioco di sguardi con la seminale e compianta Aaliyah, le incantevoli trame acustiche a sorreggere strada e playground cestistici di Slide On Me e inaspettate sorprese, come nel caso del beat techno della circolare Device Control (con il titolo dell’album che rimanda proprio a questa inevitabile spirale di “eterno ritorno”). La sensazione rimane comunque quella dell’introspettiva bozza volutamente non conclusa, affascinante ma prescindibile e non saziante se svincolata dal proprio speculare corrispettivo Blonde.

Sia con o senza la “e” finale (la discordanza tra versione digitale e grafica di copertina sembra essere un altro elegante espediente promozionale), il vero e proprio sophomore di Frank è un disco sicuramente ostico e anti-radiofonico. (Ri)Prendendosi un posto d’onore tra gli artisti black più importanti e influenti dell’attualità, Ocean si inserisce alla sua maniera in un trend che si sta rivelando sempre più imprescindibile in questo 2016, e che rappresenta un po’ la direzione in cui la cultura afroamericana si sta muovendo. Freetown Sound di Blood Orange, Coloring Book di Chance the Rapper, TLOP di Kanye West (con tutti i dovuti distinguo del caso) e mettiamoci anche Lemonade di Beyoncè – ma potremmo andare avanti: la strada imboccata dai tought-leaders neri (giusto per citare proprio Mr. West nel suo recente discorso ai VMAs) sembra essere il rifiuto – o il semplice disinteresse – per album composti da singoli “canonici”, e la predilezione per uno stream of consiousness non necessariamente lineare, anzi, spesso frammentario, capace di ruotare attorno a brani cardine (ma mai scontati) e con un ampio corollario di tracce al primo ascolto “minori”, ma costituenti in realtà i tanti, imprescindibili tasselli di un mosaico intimista e auto-analitico dell’artista.

Blonde è il diario di un Ocean seduto in semi-oscurità nella sua cameretta, con solo una chitarra e qualche synth, ma tante cose da dire su di sé. Il prezioso storytelling rivelato con Channel Orange qui si fa ancora più autobiografico e introspettivo, con racconti di amore e sesso, droga e demoni, edonismo e disillusione, attualità, tecnologia e anche qualche occasionale ma decisamente esplicito rimando politico, come in Nikes. Proprio nel primo “singolo” estratto, un soffuso ed etereo chopped & screwed ricco di cambi e svolte imprevedibili, il tema – centrale – dell’amore opposto al sesso occasionale è sviscerato con la consueta ambivalenza: l’abilità di Ocean risiede (anche) nel saper tratteggiare un tema di cui si è così abusato alternando approcci squallidamente volgari e cinici («if you need dick I got») a chiasmi terribilmente eleganti nella loro semplicità come «we’re not in love, but I’ll make love to you».

Il suo malessere sembra essere lo stesso che tra solitudine, rapporti insinceri e mercificati e disperato bisogno di amore, colpisce Drake. Blonde riesce però dove Views ha chiaramente fallito, presentandosi personale e sincero da ogni angolazione. Anche da un punto di vista strettamente musicale, tutte le tracce si mantengono raffinatamente in equilibrio su un filo sottilissimo; l’elemento percussivo è quasi totalmente assente, con pochissimi brani che presentano una struttura ritmica delineata; sono invece tantissime le chitarre, quasi a voler ri-ancorare l’ormai imponente creatura conosciuta come future (o nu) r&b al suolo e alla sincerità da cui è nata. Anche le collaborazioni presenti, di un’altisonanza impressionante, non sono sbandierate, ma vanno scovate attentamente una per una durante l’ascolto e sono – quasi sbrigativamente – elencate senza riferimenti alle tracce, in coda al magazine cartaceo Boys Don’t Cry. Ogni traccia che (almeno potenzialmente) avrebbe potuto muoversi nella direzione del “singolo” sembra ammiccarvi e al contempo rifiutarla categoricamente: parliamo di Nikes, Ivy, Pink & White, Self Control, Nights, forse anche White Ferrari; viceversa, all’estremo opposto si arriva a impasti sonori caotici come Pretty Sweet.

Blonde non potrà mai essere un disco da ascoltare spensierati, magari in auto; andrà assaporato in una raccolta e ricettiva solitudine, rigorosamente lyrics alla mano, e saprà offrire scorci di assoluta bellezza in costante crescita col ripetersi degli ascolti. Qualcosa che da sempre è ad esclusivo appannaggio dei grandi dischi.

29 Agosto 2016
Leggi tutto
Precedente
Ezra Furman – Big Fugitive Life Ezra Furman – Big Fugitive Life
Successivo
Marielle V Jakobsons – Star Core Marielle V Jakobsons – Star Core

album

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite