• mar
    01
    2015

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Rough Trade

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Come ogni producer che si rispetti, Jon Hopkins produce differenti tipologie di mix per altrettanto variegati committenti. Nel 2005 dava alle stampe The Art Of Chill 2, dal 2013 in poi è stata una lunga carrellata di mixati, dall’immancabile FACT mix (n°388 2013) all’Essential Mix di fine 2014 per BBC Radio 1 (emittente da sempre attenta al mondo dell’elettronica che lo ha ospitato di recente per una residency). Così, l’annuncio di qualche settimana fa della sua partecipazione alla famosa collana Late Night Tales, porta al primo mix del 2015.

Da anni Late Night Tales svolge un ruolo centrale, con una fama crescente (siamo all’episodio numero 39) accompagnata dall’abilità nel verticalizzare le uscite tra numerosi artisti, anche di estrazione diversa, dagli Snow Patrol agli MGMT, passando per Four Tet, Royksopp e Franz Ferdinand. Per quanto ci riguarda, con questa prova Hopkins conferma uno stato di forma invidiabile, e un certo riavvicinamento alle sonorità dream accarezzate con il recente EP, Asleep Versions  che rileggeva in chiave sognante alcuni brani dell’osannato Immunity – ma anche con lo sguardo rivolto alle prime produzioni e ai lavori in coppia con King Creosote (Diamond Mine). D’altronde il Nostro l’aveva già detto: con questa sequenza di tracce voleva presentare i suoi ascolti fuori dalla dimensione da club. Parliamo senza dubbio di un episodio che spicca rispetto a tanti altri, grazie soprattutto ad un’accurata scelta di brani che, indipendentemente dalla qualità (ottima), forniscono una narrazione ben impostata con un inizio e una fine precisa. Insomma, non la classica selezione da ascolti preferiti.

Tutto è atmosfera e malinconia, dall’apertura di Sleepers Beat Theme di Ben Lukas Boysen a Hey Maggy di David Holmes, così come Missing Photos di Last Days. Hopkins lavora di fino, mettendo le mani soprattutto su texture e rivedendo linee di piano e synth, ma senza stravolgere il brano; quando lo fa (l’inedita cover di I Remember degli Yeasayer), i risultati sono strabilianti, nel trasformare un brano psych pop in esperienza sensoriale. Da manuale, poi, il passaggio da Hold Me Down a Yr Love, consigliatissimo a chi muove i primi passi nel mondo del mix. In alcuni momenti non manca la cassa, che non solo è pertinente con i movimenti dell’intero ascolto, ma ne forma anche la struttura ossea più robusta: è il caso della battuta bassa a là Andy Stott di Holy Other (Yr Love), del beat ossessivo di Nils Frahm (con un remix di And It’s Alright di Peter Broderick), ma anche di Gold Panda (Before Tigers), senza farsi scappare qualche episodio più disco, vedi Letherette (After Down).

Eppure i momenti migliori sono quelli più inaspettati. Jon infatti piazza anche qualche pezzo folk, riuscendo ad alzare il tiro in maniera esponenziale, come la bellissima Lady Divine cantata dalla voce, deliziosa a dir poco, di Alela Diane. Segue una certa scia cantautorale, Down To The Sound di Bio. In mezzo, episodi tutt’altro che minori, come la penetrante voce in loop di un bambino in Gillie Amma I Love You di Four Tet – con cui ha condiviso recentemente il microfono nella residency per BBC. Dopo la malinconica suite di Emancipation, tocca alla story track di Rick Holland – collaboratore di Brian Eno, tra i primi ad assecondare attivamente il talento di Jon – il compito arduo di chiudere l’ultima pagina del libro, con un messaggio che non è facile evitare: “l’ascolto è ogni volta una rinascita”. Certo, anche i racconti più belli purtroppo hanno una fine; è ora di spegnere il fuoco e di andare a dormire. Prima, però, diamo un ultimo sguardo al cielo, con la mente che ancora viaggia, magari aspettando l’alba.

13 Marzo 2015
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