Recensioni

7.5

A dieci anni di distanza dall’esordio Go, Jónsi torna in veste solistica con il superiore Shiver. Se ai vecchi tempi l’avventura in proprio sembrava l’occasione per aprirsi maggiormente alla forma-canzone rispetto agli impegnativi standard post-rock della celebre band-madre, utilizzando in prevalenza anche la più comprensibile lingua inglese, adesso si ha ancora di più l’impressione che, sì, Jónsi vuole dire la sua nelle geografie pop-rock che contano. Eppure stavolta, anziché le trame color pastello arrangiate con Nico Muhly, l’artista islandese riprende il discorso lasciato in sospeso dall’ultimo prova di studio dei Sigur Rós, la fosca e semi-industrial Kveikur del 2013. Sarà anche perché, dopo la recente defezione del batterista Orri Páll Dýrason in seguito ad accuse per molestie sessuali, il terzetto già ex quartetto è probabilmente ridotto a una pausa a scadenza indeterminata. Insomma, nei fatti accanto a Jónsi resta soltanto Georg Holm. Andranno avanti in due, oppure è stato già detto quanto doveva essere detto?

Fatto sta che Jón Þor Birgisson, tra un recente casino legato all’infezione e successiva guarigione da Coronavirus e l’altro, ha avuto abbondantemente modo di pensare a un album ben plasmato, anziché raccogliere semplicemente pezzi messi via via da parte come accaduto per Go. E per di più ha fatto tutto da solo in Shiver, scrivendo, registrando, mixando… In realtà, alla fine, per uscire da una sorta di impasse che ha tenuto il lavoro fermo appunto per circa un decennio, Jónsi ha chiamato A. G. Cook di PC Music ad aiutarlo in fase di produzione (lo stesso uomo al fianco di Caroline Polachek in Pang).

Shiver è caratterizzato dal personale falsetto del suo autore, è inevitabile, ma presenta senz’altro soluzioni per lui inedite: ci sono la cupezza – sin dal tormentato scatto di copertina – e la forza comunicativa di cui parlavamo prima. C’è il coraggio, poi, di smarcarsi da soluzioni stilistiche più evocative e pastorali per sorprendere l’ascoltatore con un’elettronica moderna e spigolosa. Nel complesso, le tracce sono spesso tentacolari e l’ascolto si fa abbastanza complesso, per oltre cinquanta minuti di durata. Il singolo apripista Exhale è un panta rei in sollievo a ogni male: si va da Go al «Just let it go» del ritornello in questione, insomma. Shiver, la title track, fa un po’ pensare alla connazionale Björk di Medúlla per l’etereo avanguardismo dei cori e un po’ alla glacialità di Ben Frost per i fendenti digitali che arrivano qui e là. In Cannibal viene saldato qualsivoglia debito dream wave con il leggiadro duetto dei sogni al fianco di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, un duetto per cui impazzirà uno come Perfume GeniusSwill mette in affascinante opposizione grandeur minacciosa e tipica vocalità trascendente. Salt Licorice, con Robyn, è invece l’episodio per forza di cose più orecchiabile ma sotto sotto si veleggia in direzione The Knife, all’insegna di una comune (in)sofferenza al cento per cento scandinava.

Detto dei momenti più eclatanti, il resto non è da meno. Wildeye è un tribale tripudio ritmico con spiazzanti aperture da favola e finale filo-techno quasi alla Clark. La medesima darkness si può ritrovare, ribaltata, nel gospel ansiolitico di Sumarið sem aldrei kom, unico brano interamente cantato nel proprio idioma d’origine. Il marcato flirt con trame prettamente sintetiche è ribadito nell’estesa Kórall e nella più concisa Hold, a tratti vicina alle nuove correnti R&B. Grenade è una ballatona di minimalismo in saliscendi e Beautiful Boy chiude con la giusta dose di sperimentazione.

Shiver è un disco di contrasti estremi, che spacca a terra ed eleva in alto, scaraventa nel buio e fa intravedere spiragli di luce, colpisce con forza e accarezza, sempre nel giro di uno scarto da vertigine, e sospettiamo che non susciterà mezze misure nelle reazioni d’accoglienza. A noi piace molto – e di certo è quanto di meglio realizzato da Jónsi al di fuori dei Sigur Rós.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette