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7.5

«Pang è per i romantici, per coloro che cercano/trovano/cadono/volano. “Panging” è un verbo; una torsione segreta tra i polmoni che resiste alla logica. Se lo sai, lo sai». Così Caroline Polachek ha descritto la sua prima prova da solista, quantomeno la prima con il suo nome stampato chiaramente sopra. Dopo la storia con i Chairlift (il duo condiviso con Patrick Wimberly che dal 2005 al 2017 ha fruttato tre lavori di studio: da avere, Something e Moth), dopo l’esordio in proprio con l’alias Ramona Lisa (il sottovalutato Arcadia del 2014, per una pastorale musica vintage da computer), dopo il superfluo ma curioso lavoro strumentale in free download di tracce ambient siglato CEP e risalente a un paio di anni fa. Aggiungeremmo, dopo il suo apporto per scrittura conto terzi – basti citare No Angel per Beyoncé – e collaborazioni che ne hanno messo in risalto il carisma, trasformando episodi potenzialmente dozzinali a firma SBTRK o Fisherspooner in esplosioni di hype. Quell’hype in fondo covato anche per questo Pang, rivelato all’esterno via via, a pezzetti: in principio un singolo, poi un altro, sino a cinque. Quindi la tracklist, infine la copertina.

Caroline va avanti, supportata in prevalenza in fase di scrittura e produzione da Danny L Harle del collettivo londinese PC Music (tra gli altri, contribuiscono Daniel Nigro, A. G. Cook e Jim-E Stack): «”Panging” è un termine usato per descrivere fame, desiderio, invidia, nostalgia». Tutte quelle fitte, allo stomaco, al cuore. Tutte quelle sensazioni che ti colpiscono, non importa se con apparente delicatezza. Pang segue una narrazione in due sequenze complementari, come lo Yin e lo Yang, come il trambusto per un divorzio da affrontare – nello specifico, quello da Ian Drennan – e la rinascita dietro l’angolo: il lato A corrisponde alla discesa attraverso l’apatia, la smania e la paura, mentre il lato B rappresenta la risalita verso scoperta, umorismo e fiducia. Non a caso al momento è prevista soltanto la pubblicazione in vinile, oltre naturalmente all’uscita in formato digitale. Una sorta di auto-terapia in Vulnicura style.

Se pensate che nel pop non si possa fare ricerca, se pensate che il pop debba per forza essere immediato, arriva lei a scalare tutti i gradini che distanziano i prodotti da mera classifica spacciati per arte dall’arte vera. L’arte della canzone, per Polachek, è meravigliosamente complessa, capace di passare dagli studi operistici all’avanguardia: è un’avventura, come quella che intraprende nell’artwork e nel corredo visivo che accompagna l’album, dove lei è ritratta al pari di una novella Lara Croft del soul-synthpop. Per non dire di una raffinatezza esibita con orgoglio quasi snobistico: quando sembra che strizzi l’occhio alla mercificazione della sua immagine, la sua immagine è già altrove, una spanna sopra in classe innata rispetto alle varie stelline comete che cadono dalle playlist più gettonate oggidì.

I cancelli si aprono con The Gate, ovviamente: aerea, ascendente. La title track riprende il discorso interrotto con la band-madre, tra melodie forti ma mai prettamente radiofoniche, elettronica in punta di dita ed effetti che giocano a nascondino, canto scandito eppure sempre avvolgente, influssi orientali e R’n’B à gogoHit Me Where It Hurts, realizzata con Andrew Wyatt, parte subito con il ritornello – uno dei migliori – e procede alternandolo a un suadente flow semi-hip hop, sino alla distorsione di un imprevedibile bridge alt-rock. Sezionando i pezzi, c’è insomma un certo coraggio strutturale: lo conferma New Normal, esperimento fatto di basso in loop e sei blocchi differenti di strofe. I Give Up vive di grandi aperture, in linea con FKA twigs e gli ultimi The xx. C’è spazio addirittura per una ballad a base di chitarra acustica e archi, Look At Me Now, prima del semi-madrigale Insomnia, dove la voce svetta negli abissi in cui affonda, e per la notevole Ocean Of Tears, da spararsi preferibilmente in cuffia per godere appieno di micro-dettagli, rime sciolte e vocalizzi angelici, improvvise sciabolate di elettronica alla Arca.

La seconda facciata si rivela per contrasto con Hey Big Eyes, che riprende gli arpeggi bucolici delle Judee Sill, delle Linda Perhacs, digitalizzandole verso l’eternità. Go As A Dream riesce a incarnare, da titolo, il dream pop, guardando al contempo in chiave soft ai morphing artificiali di Holly Herndon. L’autoironia irresistibile di Caroline Shut Up precede So Hot You’re Hurting My Feelings, un po’ Eighties, un po’ St. Vincent camp: c’è un assolo di chitarra eseguito con le corde vocali, ci sono dei cori sullo sfondo allegramente trash («Show me your banana / show me the banana»).  Se Door, influenzata da At Last I’m Free degli Chic, è uno scioglilingua groovy, i battenti si chiudono definitivamente con quel soave atto di fede che è Parachute, zen come potrebbe esserlo una puntata di The OA.

Non ci sono riempitivi, non ci sono ospiti. Ci sono quattordici pezzi, tutti meritevoli, in cui la padrona di casa ci mette la faccia. È un pop che richiede tanti ascolti per essere goduto appieno, nonostante cristallizzi tendenze attuali, anzi futuribili. Un pop che non si arrende alle leggi paracule del mainstream e non si cura dei tabù imposti dalla scena indie. Qui è tutto uno spalancarsi di infinite possibilità, di porte della percezione e del subconscio, di ingressi e uscite ipertestuali. OK, personalmente ho trovato il mio disco pop dell’anno e venirne fuori sarà arduo. Next level.

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