• Mar
    15
    2019

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BMG

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Non so perché la mia mente malata inquadri le spore di questa uscita collaborativa, in peraltro inedita accoppiata, nel lavoro che, nove anni fa, vedeva fianco a fianco Danger Mouse e gli Sparklehorse del compianto Mark Linkous. Lì Karen O non cantava, anche se ci sarebbe stata a pennello. In compenso, cantava David Lynch, che di quel disco suggerì il titolo e che successivamente si trovò a chiamare la frontwoman degli Yeah Yeah Yeahs nella traccia d’apertura del suo primo album in proprio: la traccia era Pinky’s Dream, interpretata un po’ con il piglio (e il look) da PJ Harvey periodo Uh Huh Her, e l’album era Crazy Clown Time, del 2011.

Karen O, del resto, è sempre stata una da featuring fulminante, specie se trafficanti nelle materie cupe: pensiamo alla cover di Immigrant Song dei Led Zeppelin, interpretata per Trent Reznor e Atticus Ross nell’(ottima) colonna sonora di The Girl With The Dragon Tattoo (senza contare che di colonne sonore ne ha addirittura curate in prima persona, da Where The Wild Things Are Her). Mentre la sua band-madre, condivisa con Nick Zinner e Brian Chase, ha perso mordente nell’arco di quattro prove che dal punk-garage lercio e dinamitardo del piccolo classico Fever To Tell è passato alle ibridazioni di Show Your Bones e It’s Blitz!, sino al B-rock sintetico di Mosquito (dal 2013, non abbiamo avuto altri segni di vita in studio). Karen O, che nel mentre ha cantato con tanti, Swans inclusi, e che nel 2014 ha esordito da solista con la raccolta di canzoni d’amore lo-fi Crush Songs, solo apparentemente innocua e comunque volutamente di passaggio.

Invece cosa ha fatto Danger Mouse (vero nome, Brian Burton) al di fuori sei suoi Gnarls Barkley e del succitato progetto con Linkous? Beh, un botto di roba, come produttore (Gorillaz, Rapture,  The Good, The Bad & The Queen, Black Keys, Martina Topley-Bird, Beck, Parquet Courts, Red Hot Chili Peppers, Adele, ASAP Rocky, ecc) e come uomo presumibilmente un po’ annoiato, capace di stringere sodalizio tanto con James Mercer degli Shins nei Broken Bells (buona la prima, deludente la seconda) quanto con Daniele Luppi (Luppi che ha poi trafficato con gli stessi Parquet Courts e Karen O a Milano, in un gioco di rimandi mica da poco), con il contributo di Jack White e Norah Jones, nell’efficace ma manieristico spaghetti western di Rome del 2011. Questo Lux Prima si avvicina a quest’ultimo, presupponendo una reale comunione di intenti ma anche parecchio mestiere, e fa anche da soundtrack alla cosiddetta esperienza sensoriale An Encounter with Lux Prima, per la quale il duo ha collaborato con vari artisti affermati (il direttore creativo Barnaby Clay, il sound designer Ren Klyce, il light designer Tobias Rylander e molti altri).

La voglia di esplorare dei due protagonisti dovrebbe essere dimostrata dall’omonimo brano spacey di apertura, che sembra però una outtake degli Air. Pure la conclusione, con la speculare Nox Lumina, è abbastanza estesa, con Karen ad addomesticarsi come una Gainsbourg un filo meno di classe (per forza, l’originale nel portamento è ineguagliabile). Nel mezzo scorrono sette canzoni che non scavano mai a sufficienza nell’oscurità per far brillare, per contrasto, la luce. Ministry non possiede nemmeno il fascino dei primi Cat’s Eyes, tra sinfonie stucchevoli e linee digitali troppo ludiche per fare la differenza. Turn The Light è radiofonia confezionata ad hoc, ma forse più adatta a un Pharrell che a una Karen O. Karen che è comunque brava e lo è ancora di più nella successiva, maggiormente graffiante Woman, che pare metterle sulle spalle carico da Cat Power e Amy Winehouse, senza avere una robustezza compositiva all’altezza delle proprie mire. Redeemer andrebbe bene a una Shirley Manson in versione Garbage da battaglia 007 FM, Drown e l’acustica Reveries sono ballate che si fanno ascoltare e dimenticare, così come l’uptempo Sixties-zuccheroso di Leopard’s Tongue, quasi da She & Him da cassetta. Sospettiamo sia il “Topo”, laccato e precisino nelle scelte sonore, a rendere innocua la voce di un felino spesso bisognoso di essere innescato e qui non abbastanza ardimentoso da uscire dalla “gabbia” pop che le è stata costruita attorno. In ogni caso, Lux Prima alla semplice prova di uno solo dei cinque sensi, all’ascolto, non ci accende.

15 Marzo 2019
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