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Una voce eterea e sognante, dalle parti dei Purity Ring, unita sia a scacchiere dance Londra/Berlino sia ad atmosfere e texture tra trip-hop e dream pop storicamente di casa 4AD. La formula utilizzata da Kelly Lee Owens nel suo secondo album Inner Song rimane invariata, a cambiare semmai è la qualità della proposta, maturata sotto tutti i punti di vista, sia sul lato della canzone, sia da quello prettamente dancefloor.

Che la gallese, al centro di potenti endorsement (vedi St.Vincent e Björk) e riflettori mediatici, sapesse muoversi con intuito ed eleganza in suddetti ambiti era noto sin dall’interessante debut, valutato positivamente anche su queste pagine. Un lavoro patinato eppur a suo modo sperimentale, che arrivava a coronamento di una serie di collaborazioni, una su tutte quella con Daniel Avery, curiosamente conosciuto lavorando in un record store. Per Inner Song, l’incontro decisivo è stato invece quello con Four Tet, per cui la producer ha aperto alcuni live. Kieran Hebden, a margine di un concerto, le aveva consigliato di esaltare la componente vocale, a suo avviso al di sotto delle sue potenzialità, dritta recepita in pieno.

Ciò che colpisce da subito in Inner Song è il magnetismo delle canzoni, notevole se si ascolta L.I.N.E, il brano più smaccatamente 80s del lotto, nonché quello in cui la Owens, fluttuando delicata tra timbri e tonalità, indovina un acquerello pop dal ritornello dalla presa sicura («Love is not enough to stay / I’d rather be on my own / Gonna trust my speed and show him / Love is not enough alone / Alone»). Anche Re-Wild, che viceversa si scioglie nei chiaroscuri del trip hop, e il dream pop di commiato Wake-Up, possiedono gli accenti al posto giusto, mentre a On spetta il compito di trasportare l’ascoltatore nel porto sicuro del Bang Bang Bar in questo caso sulle ali di Grimes. Il brano è anche il ponte tra il lato dreamy della Nostra e quello dancefloor, l’aura misterica strappa il biglietto di un treno trance dance a luci spente (e qui il riferimento va a Jon Hopkins – i due hanno collaborato per il singolo Luminous Spaces), e qualcosa del genere accade anche nel pezzo più electro del lotto, Night.

Se il lato dreamy della Owens risulta il più originale e interessante, non altrettanto si può dire dei numeri clubbisti: Melt! parlerà anche di crisi climatica ma come dark house su speakeraggi à la Miss Kittin risulta un po’ scontatella; idem dicasi per Jeanette dedicata alla nonna scomparsa, iridescente progressione fourtettiana alla ricerca di una logaritmica, anthemica trance. In questo senso, anche la “cover” Weird Fishes/Arpeggi dei Radiohead sa di mero esercizio di stile. Affascina, senza che ci si strapparsi i capelli, la collaborazione con John Cale, Corner of My Sky, il pezzo più lungo in scaletta (oltre 7 minuti), con la leggenda vivente dei Velvet Underground a prendere la scena tra spoken word, ritornello onirico e strofe in gaelico, e lei ad apparecchiare le basi tra spugnosi bassi e un delicato tribalismo quartomondista (qualcuno ha detto Brian Eno?).

Tirando le somme, c’è n’è abbastanza per apprezzarlo ma non magnificarlo questo Inner Song. Non un capolavoro, non il disco dell’anno, ma senz’altro una prova ben meditata e altrettanto concisamente prodotta, con i tratti del sublime e qualche ingenuità ancora da correggere.

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