Recensioni

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«Your Disco Needs You». O meglio, DISCO, tutto in maiuscolo come uno storico successo dei francesi Ottawan che spopolò nei dancefloor proprio al chiudersi degli anni Settanta. Il titolo del nuovo tour de force dance-pop di Kylie Minogue è tutto un programma, ma è una mossa che non deve cogliere nemmeno troppo di sorpresa – che la cantante australiana avrebbe presto abbandonato i panni country-pop di Golden era lampante sin dall’inedito incluso nel recente greatest hits Step Back In Time, quella New York City adagiata su un sample di durata generosa di Drop the Pressure di Mylo. Neppure una scelta originalissima (il brano fu già oggetto di un buon mash-up con Dr. Beat dei Miami Sound Machine anni fa) ma che non lasciava dubbi sulla volontà di tornare a un punto preciso del passato, i primi anni Duemila che videro Kylie tornare trionfante in alto in classifica dopo un decennio che la vide affrancarsi dal team Stock-Aitken-Waterman ed esplorare nuovi, talvolta audaci territori (dal duetto con Nick Cave a un album tanto coraggioso quanto sfortunato come Impossible Princess). Gli anni dei bestseller Light Years e (soprattutto, almeno in Italia) Fever, ma anche dei tanti campionamenti, del passato rielaborato con intelligenza – riuscì piuttosto bene anche alla sorella Dannii, che mescolò I Begin to Wonder con You Spin Me Round dei Dead Or Alive – e del french touch.

Ciò che può sembrare stridente, fuori posto, è il ritorno a una musica gioiosa, ai colori sgargianti e alla voglia di precipitarsi in pista da ballo in un annus horribilis segnato da una pandemia, dai lockdown e dal conseguente distanziamento sociale – osservazione che potremmo fare anche sugli album di Dua Lipa, Jessie Ware e Lady Gaga che si sono susseguiti nel 2020. Emblematico è pure il video della collega inglese Sophie Ellis-Bextor, che va sul sicuro con una raccolta di successi e che è andata dritta al punto con una cover di Crying at the Discotheque degli Alcazar che, a sua volta, faceva propria la base di Spacer di Sheila and the B. Devotion (Nile Rodgers continua a fare scuola): cantare e ballare davanti a un pubblico che non c’è è un messaggio potente, ben più profondo di quello che sembra. Lo spettacolo deve continuare, soprattutto se i tempi sono bui.

Era almeno dai tempi di Aphrodite che non ci si divertiva ad ascoltare un album di Kylie Minogue, che per l’occasione ha richiamato al lavoro Sky Adams, già con lei per il precedente Golden, e Adetoun Anibi (corista nelle Abbey Road Sessions) più altre vecchie e nuove conoscenze, compreso Richard Stannard – uno che di hit se ne intende davvero, avendo partecipato alla stesura di Wannabe delle Spice Girls ed essendo già stato al fianco di Mrs. Minogue per Love at First Sight, In Your Eyes e In My Arms. Dodici brani (che diventano sedici nella deluxe edition) che arrivano al sodo senza lungaggini, senza dissolvenze incrociate o transizioni ad arte (e ciò distingue il disco da omaggi all’epopea della discomusic di altre venerate dive del pop, Madonna di Confessions on a Dancefloor e ancora prima la Gloria Estefan di Gloria!), che strizzano l’occhio al passato – tanto remoto quanto prossimo – ma con un’attenzione altrettanto meticolosa alle sonorità più attuali.

Proprio grazie a questo costante equilibrio, l’apripista Magic suona attuale e giusto un po’ nostalgico, con il suo beat scaldamuscoli, il synth-bass gommoso e i richiami sottotraccia a Cherish dei Kool and the Gang (che ritroviamo come influenza in Monday Blues, con i suoi “come on” catturati direttamente da Celebration, già nel repertorio di Mrs. Kylie da quasi trent’anni). Se Love At First Sight guardava con attenzione a Music Sounds Better With You, Miss a Thing ha altrettanto appeal “francese” ma più dalle parti di Lady (Hear Me Tonight) dei Modjo (con il suo inconfondibile sample di Soup For One degli Chic) e dei Phoenix del debutto; Real Groove e Supernova – quest’ultima con cowbell che sembrano arrivare direttamente da Funkytown dei Lipps Inc. – sono invece più accostabili al Jason Kay post-acid jazz. Per il defaticamento, arriva come un toccasana il singolo Say Something (la nuova All the Lovers?) con suoni più caldi, morbidi e persino sensuali, e un ritornello che si libera nell’aria e muta davanti ai nostri occhi in una scia di paillettes.

Irresistibile il basso di Linslee Campbell in Last Chance, senza una minima piega il vestito confezionato da Stannard e Duck Blackwell per I Love It, ma se c’è un futuro classico qui dentro è Where Does the DJ Go?: partenza affidata alle note di un piano, un testo positivo che cita I Will Survive di Gloria Gaynor (cosa volete di più?) e un ritornello che mescola Fame di Irene Cara e It’s Raining Men delle Weather Girls pur senza rinunciare ai tratti distintivi di un’identità propria. Campbell torna alla scrittura, al basso e al talkbox nella daftpunkiana Dance Floor Darling, con tanto di intermezzo recitato e aumento dei BPM in piena corsa.

Kylie Minogue aveva frequentato il funk e certo R&B anni ’80 nel non troppo convincente Body Language, ma non archivia l’esperienza e torna a giocare con quelle sonorità in Unstoppable, con uno slap bass in bella evidenza. Non sappiamo chi sia la Mary di Celebrate You, ma il brano sprizza positività da tutti i pori e ha una melodia che riporta (stavolta sì) ai tempi di I Should Be So Lucky e Better The Devil You Know. I richiami ai classici dello Studio 54 non finiscono qui, se si opta per l’edizione limitata ci sono altre quattro canzoni che non sono propriamente definibili b-side – in particolare Fine Wine, da recuperare fosse anche solo per la sua giocosa citazione (“beep beep”) di Bad Girls di Donna Summer, e Spotlight, che a dispetto del titolo è un omaggio non a You Can Dance di Madonna ma a Let’s Groove degli Earth, Wind and Fire.

Le possiamo perdonare qualche recente scivolone (da lei stessa ammesso in silenzio, visto che non c’era traccia di Kiss Me Once nella Definitive Collection dello scorso anno se non nella ristampa tripla uscita a Natale). Kylie Minogue stavolta è tornata a fare ciò che sa fare meglio, con una sempre maggiore consapevolezza, e ha scritto i pezzi giusti per tornare a occupare il posto che le spetta nel firmamento del pop; magari un maggiore eclettismo e qualche cambio di ritmo nel lato A avrebbero fatto filare il tutto ancora più liscio, e alcune trovate possono impressionare la prima volta e finire per stancare man mano che si procede con l’ascolto. Ma sono peccati veniali. DISCO resta una collezione di potenziali singoli frutto di passione e professionalità di un’autrice che conosce molto bene il suo pubblico – non pretende di conquistare forzatamente i giovanissimi, per quanto non siano assenti ai suoi concerti – e non vuole deluderlo. Anche se per ballare aspetteremo ancora.

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