Recensioni

All’indomani dell’esordio della prima stagione di Sex Education riflettevamo sull’evoluzione del teen-drama, quello appunto rivolto principalmente a un pubblico di adolescenti, per lo più inconsapevole dell’esistenza di MTV (che aveva formato la generazione precedente in questo senso, con show come Skin, Awkward o La vita segreta di una teenager americana). Netflix da questo punto di vista ha proposto un’offerta invidiabile con show di livello come Tredici (la cui vena si è poi esaurita rapidamente con le stagioni successive alla prima) o Atypical e The End of the F***ing World (sia prima che seconda stagione). Giunto, quindi, alla prova del nove, anche Sex Education aveva il compito di dimostrare la solidità delle premesse impostate nella stagione d’esordio e intensificare così non solo l’introspezione psicologica dei personaggi, ma anche e soprattutto ampliare il contesto di riferimento, che poi riguarda l’ampio ventaglio fornito dallo spettro della sessualità, argomento caldo specialmente in questi ultimi anni e che la serie di Laurie Nunn si dimostra in grado di cavalcare senza ruffianerie, ma con una chiarezza e una leggerezza invidiabili.
Un compito non facile, essenzialmente perché la forbice che separa le vecchie generazioni da quelle nuove si sta allargando sempre più in fretta, come non accadeva da anni (anche a causa di un’acquisita consapevolezza sociale e politica nelle fasce d’età più giovani, movimenti di sensibilizzazione e una sempre maggiore attenzione per la rappresentazione della sessualità in modi non-binari – qualcuno ha detto Euphoria?). Ecco, quindi, che nel corso di questi otto nuovi episodi vengono affrontati rapidamente (ma mai superficialmente) argomenti inconsueti come la asessualità, pansessualità, bisessualità, che sempre più frequentemente stanno invadendo le classi liceali di tutto il mondo, con annesse problematicità derivate dall’accettazione della figura genitoriale. Più ancora che nella passata stagione, la Nunn insiste quindi sull’ormai obsoleta figura del patriarca eterosessuale (forse represso) che va a identificarsi con il preside Groff (sorta di versione ancor più distopica della figura dittatoriale presente nei film di John Hughes). Così come è delicato il racconto della ampia sottotrama dedicata alle molestie sessuali e al personaggio di Aimee Gibbs, la cui consapevolezza e il timore emergono gradualmente, con una sincerità rara in grado di attivare il radar empatico di chiunque (bellissima la sua conclusione sulle note di Seventeen di Sharon Van Etten).
Per sottolineare l’importanza degli argomenti affrontati, la serie inserisce abbastanza naturalmente la madre di Otis, la sessuologa Jean Milburn (ancora una splendida Gillian Anderson) all’interno dell’istituto del figlio, come voce rassicurante per le giovani generazioni. Sicuramente, data la mole di informazioni che gli episodi accumulano, non è il ritmo a trarne giovamento (la durata degli episodi appare eccessivamente dilatata e avrebbe necessitato di qualche taglio), ma in definitiva siamo davanti a una seconda stagione superiore all’esordio e con tanta carne al fuoco, che sia la narrazione che la regia (a Ben Taylor si accompagnano anche Alice Seabright e Sophie Goodhart) gestiscono al meglio delle loro possibilità, non rubando mai la scena con virtuosismi fuori luogo, anzi servendo pienamente i personaggi.
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