Recensioni
Marissa Nadler
Marissa Nadler and Stephen Brodsky - Droneflower
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Elena Raugei
- 26 Aprile 2019

Nella stagione primaverile Marissa Nalder e Stephen Brodsky fanno sbocciare un album che è tutto fuorché colorato e rivolto a solari, miti stagioni del cuore. È un fiore fatto di droning, come lascia intuire il titolo, ed è un fiore gotico come lascia intuire l’artwork. Titoli come Buried In Love (campanelli e tasti classici, da giro di vite, con improvvise folate post-shoegaze), Morbid Mist (un intermezzo evanescente) o Dead West (con archi polverosi), d’altronde, non suggeriscono molte vie di scampo. In realtà, la prima canzone in scaletta – a seguire il semi-strumentale Space Ghost I, al quale si abbina più avanti Space Ghost II, dove il canto è puro soundscape – si chiama For The Sun ed è stata scelta come primo singolo, in quanto l’episodio con il ritornello più inquadrabile, ma vi si narra una livida attesa anziché una lieta abbronzatura.
La cantautrice statunitense, che apprezzavamo giusto l’anno scorso con For My Crimes, e il cantante/chitarrista dei Cave In e Mutoid Man (ma nel CV troviamo persino vari lavori in solo, collaborazioni con i Converge e altro), provengono entrambi da Boston – ed entrambi amano per inciso materie folk e metal – ma si sono incontrati soltanto nel 2014, quando la prima stava tenendo un concerto a supporto di July e il secondo era accorso per ascoltarla, al Saint Vitus Bar di Brooklyn. Da lì, l’amicizia e la voglia di lavorare assieme. Dopodiché, scartata l’idea di confezionare una colonna sonora horror (sempre allegria, evviva), i due si sono accontentati di architettare nel corso di tre anni un disco comunque sia cinematico e basato, a dispetto delle cupe apparenze, sul contrasto: fra buio e luce, passato e presente, realtà e immaginazione.
«È il suono della guerra, brutale ed etereo», come da definizione delle note stampa. La voce può essere angelica o sinistramente fantasmatica (a tratti in zona Chelsea Wolfe, o viceversa del resto), le chitarre elettriche incedono apocalittiche, mentre quelle acustiche sembrano tratteggiare i contorni delle rovine a disastro ormai avvenuto. Galoppando tra black folk, dream rock e avant-blues, viene a tratti in mente, a livello di atmosfere, un’altra partnership benedetta sempre da Sacred Bones: quella fra Jim Jarmusch e Jozef van Wissem. Presenti all’appello, poi, due cover: l’estesa Estranged dei Guns N’ Roses è ciò che non ti aspetti, In Spite Of Me dei Morphine è ciò che ti aspetti (e che in fondo preferisci): anche questo è storytelling. Indipendentemente dalle prospettive future del sodalizio, che potrebbe risolversi benissimo nell’estemporaneità, sebbene i diretti interessati promettano già ulteriori sviluppi, il progetto Droneflower è a oggi con ogni probabilità più mood che sostanza, come un corpo fra le nebbie che non si riesce ad afferrare, ma è senz’altro un mood affascinante.
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