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Dal momento in cui ha smesso di essere Hannah Montana in poi il percorso di Miley Cyrus è stato una parabola cristologica usa e getta; la sbandierata libertà creativa (guadagnata a suon di dindini, sovraesposizione e conoscenze) è stata declinata in un caleidoscopio stilistico che è in realtà la cosa meno libera possibile. Smettendo di essere il robot delle major, Miley è diventata il robot di chiunque, calandosi di disco in disco in contesti sempre diversi, assecondando camaleonticamente le aspettative del via via sempre nuovo, variegato e indefinibile pubblico di riferimento. È stata la pop-star americana meme-ready di Bangerz, ha fatto l’occhiolino al pubblico indie-popizzazato con And Her Dead Petz in tandem con l’altro furbastro Coyne, poi è tornata al suo pubblico di riferimento originario con il country pailettoso e anestetizzato di Younger Now, poi è tornata a corteggiare filoni solo apparentemente più raffinati: un EP con ospite Ghostface Killah in cui vestiva di nuovo i panni dell’Anticristo (SHE IS COMING) e la partecipazione all’episodio più cringe di tutto Black Mirror.

Questo nuovo Plastic Hearts riparte esattamente da lì. In coda alla suddetta puntata di BM la ragazza si cimentava in una cover dei Nine Inch Nails (Head like a Hole), e scorrendo i commenti sotto il relativo video YouTube ci si può imbattere in un numero impressionante di personaggi entusiasti dell’interpretazione e supplicanti una svolta hard rock della Cyrus. E allora eccolo il nuovo contesto, ecco accontentato il nuovo pubblico di riferimento. Così prima si promette un disco interamente di cover dei Metallica, e poi si esce con questo Plastic Hearts che ne è il necessario preludio. La carta giocata a questo giro è allora il revivalismo più puro e non necessario: anni ’80 a nastro (se ne sentiva la mancanza) e hard rock liofilizzato, retaggi post-punk e new-wave (ma presi al supermarket dietro casa) e parterre di riferimenti chirurgici, da Billy Idol – che infatti compare come ospite – a eroine-modello come Pat Benatar. C’è anche Stevie Nicks dei Fletwood Mac, in un remix/mash-up della sua Edge of Seventeen con Midnight Sky della stessa Cyrus. In coda, giusto per chiudere il cerchio, ci sono le cover di Heart of Glass di Blondie e (soprattutto) Zombie dei Cranberries. Aleggia un insistente profumo di muffa e muschio. 

Il resto è un’accozzaglia di luoghi comuni, il sogno bagnato di un camionista tamarro in viaggio sulla Route 66 col finestrino abbassato e il calendario di pin-up sul cruscotto, una sfilata di karaoke a base di chitarre elettriche surgelate e bassi tagliati al laser (WTF Do I Know) che strizzano gli occhi ai nostalgici degli strumenti “veri” e synth talmente di maniera che viene la nausea. Si affoga nelle pose finto-ribelli, nei risaputi quadretti lesbo-vampireschi (vedi il video spazzatura con Dua Lipa, che riesuma addirittura Physical di Olivia Newton-John), nelle ballatone da accendino comandato. Qual è il problema? Che anche in Her Dead Petz era tutto finto e si sentiva, ma dietro le pose e le maniere i pezzi c’erano, le melodie funzionavano. Risentiamoci I Get So Scared, giusto per fare un esempio. Qui non c’è niente che possa giocare allo stesso sport, è rimasta solo la confezione di plastica. Miley vuole travestirsi da nuova Vasco Rossi (o almeno questa sembra la veste più plausibile per il mercato italiano), ma suona come il peggior Grignani.

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