• dic
    15
    2014

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Young Money Entertainment

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Se Pink Fiday e, soprattutto, Pink Friday: Roman Reloaded amavano esplorare i retroterra dance pop della musica d’oltreoceano e di hip hop non avevano altro che la facciata e la sfacciatezza della loro interprete, The Pinkprint si presenta al varco come il calderone dalle mille possibilità, il probabile vaso di Pandora e, soprattutto, il progetto più ambizioso della nativa di Trinidad (ma newyorkese D.O.C.) Nicki Minaj.

Ma cosa è accaduto nelle puntate precedenti? La nostra Nicki, in preda alla prima autentica fama da star, ha dovuto ristampare Roman Reloaded nel più ricco The Re-Up nel novembre 2012; nel 2013 è saltata sul trampolino della TV generalista americana ricoprendo il ruolo di giudice nel programma American Idol; nell’aprile 2014 ha preso parte alle riprese della pellicola The Other Woman, mentre in agosto la sua collaborazione al brano di Beyoncé Flawless ha rapito milioni di teenager di tutto il mondo, soprattutto in occasione del live debut a Parigi. Il turbinio di emozioni e sensazioni e, soprattutto, le nuove frequentazioni della Minaj (a tutti gli effetti nell’Empireo dei performer americani), le hanno dato lo stimolo giusto per portare a compimento, sui binari tracciati nel 2001 dal suo rapper preferito Jay Z con The Blueprint, questo nuovo The Pinkprint.

Non poteva essere altrimenti, non c’è dubbio, per la ragazza scoperta da Lil Wayne, celebrata da Mariah Carey e David Guetta e adottata da Madonna. Ora, però, la ragazza del ghetto, ha una marcia in più: ha un entourage di produttori che hanno intuito che non è più tempo di edulcorare le tematiche alla Katy Perry o di giocare col disagio alla Lady Gaga, ma di scurire le prospettive, essere più diretti e fare un album (almeno nelle intenzioni) puramente hip hop.

The Pinkprint, in effetti, oltre al titolo, non ha davvero niente di roseo, immerso com’è nelle derive che già alcune sue imitatrici e/o compagne di scuola hanno provato a percorrere nell’ultimo anno: si pensi al trap-hop di Iggy Azalea o al rap sperimentale e alternativo di Azealia Banks. Malgrado il terreno battuto, la Minaj ci tiene a non omologarsi alle colleghe tutte parole e social network, chiamando a sé la crème de la crème in fatto di female voices e divas: Beyoncé e Ariana Grande, con un cammeo, tanto inatteso (anche perché non accreditato) quanto gradito di Jessie Ware.

Mettiamo in chiaro due cose: 1. The Pinkprint è verosimilmente l’album migliore di Nicki Minaj e, anche se non possiamo dire quale sarà l’impatto (sia commerciale, dato che è uscito a classifiche chiuse) sia culturale, ci sentiamo di dire che, pur non tracciando una via definitiva per l’hip hop femminile, certamente ne sintetizza gli epigoni in maniera esemplare; 2. The Pinkprint non stravolge l’estetica e l’etica rap in alcun modo: come dice qualcuno più preparato di noi, anche in questo disco, “le donne sono tutte puttane, gli uomini tutti negri e c’è sempre qualcosa o qualcuno che deve essere pagato per qualcosa”.

Malgrado tutto, l’unica rapper donna inclusa nelle liste di Forbes (è la più pagata, al numero 11), è riuscita a creare un’opera di spessore, con molti difetti, ma anche qualche delizioso pregio. Innanzitutto i brani: duole pensare che i migliori dell’Lp siano gli stessi di quelli che ci hanno accompagnato in questo 2014: Anaconda, col suo trap e i suoi crescendo verso il vuoto, Only, con i featuring di Lil Wayne, Drake e Chris Brown che, malgrado la querelle filonazista, gioca su un tappeto di synth bassi e un’atmosfera genuinamente gangsta se possibile; Pills N Potions e Bed Of Lies, a metà strada fra ballad romantica e rappato trasversale, mettono in risalto le due grandi qualità della Minaj.

In un’operazione che l’ha vista archiviare costumi sgargianti, orecchie da coniglio e arcobaleni pop, Nick Minaj ha ripiegato su un rappato sempre in bilico fra il malinconico/rassegnato e l’orgoglioso, come viene magistralmente esemplificato nello short movie The Pinkprint appunto: I Lied e The Crying Game (con il feat. non accreditato di Jessie Ware), entrambi costruiti su una base decisamente raffinata e sul solito flow impeccabile dell’artista, sono brani di rimpianto per occasioni perse di fronte all’amore e alla vita. Feeling Myself, che conta sul featuring di Beyoncé, è più titolo e personalità che vera canzone, mentre Get On Your Knees, che vince il premio del testo più esplicito (“assume the position”, “good for your nutrition”, “finish your mission”), è impreziosita dalla voce della reginetta pop dell’anno, Ariana Grande.

Eppure ci sono spunti ancora più interessanti in brani come Want Some More, che, chiamando in causa P.Diddy e Jay Z, sembra ricordare il crossover gaana di M.I.A.; o ancora la capatina nell’r&b (grazie anche al feat. di Jeremih) di Favourite o il ragga-oriented di Buy a Heart (feat. Meek Mill) e Trini Dem Girls (feat. Lunchmoney Lewis); o, per finire, la ballad di soli strumenti acustici e orchestrali Grand Piano, che chiude con stile il disco, sottolineando le tematiche del “brokenheart” e del “regret”.

Malgrado l’intero disco sia ad un soffio dall’essere una compilation di sola aria grazie anche a questa nuova tendenza (riscontrabile ovunque nel mainstream) di creare canzoni a forte contenuto ritmico, crescendo e vuoti, The Pinkprint conferma Nicki Minaj come una delle migliori artiste hip hop dell’overground: il suo rap è di gran lunga uno dei migliori per qualità, velocità e quantità, malgrado troppo spesso sia messo al servizio di produzioni ingombranti. Non ancora al livello (perché di ben altro spessore) della Banks (che è fan della ricerca e della sperimentazione), ma sulla strada di Beyoncé con il suo omonimo disco del 2013, con Nicki prendiamo atto dell’ennesimo avvicinamento del mainstream all’indie e ci dilettiamo con un disco, in fin dei conti, estremamente godibile.

23 dicembre 2014
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