Recensioni

Per il loro primo concerto del 2018, in occasione di una residency di tre giorni a Las Vegas, all’interno del tour “Cold And Black And Infinite” avviato lo scorso anno, i Nine Inch Nails hanno eseguito anche I’m Afraid Of Americans di David Bowie. Un déjà-vu, dato che Trent Reznor comparve nel relativo videoclip e ne realizzò un remix, oltre che un omaggio. Curioso, poi: se Earthling era il disco di Bowie storicamente influenzato (dalla drum’n’bass e) dall’industrial, dunque in parte inevitabilmente dai NIN, chiamati già a fare da spalla per i concerti a supporto di Outside, se The Downward Spiral annoverava tra le sue ispirazioni Low, Bad Witch parrebbe riflettere l’eco di Blackstar, soprattutto in certe digressioni al contempo scure ed eleganti. Si sentano God Break Down The Door e Over And Out, ad esempio: ci torneremo su.
Bad Witch, appunto, conclude la trilogia inaugurata da Not The Actual Events e Add Violence, usciti tra fine 2016 e 2017. Due EP che avevano lanciato segni di rinnovata vitalità artistica. She’s Gone Away, estratta dal primo, era stata riproposta, ricorderete, addirittura nei minuti iniziali dell’episodio 8 di Twin Peaks: The Return, per una minacciosa performance in total black al Rodhouse. Un episodio con pochissimi dialoghi, direttamente nella leggenda, forse il più importante della serie-evento assieme a quelli conclusivi. Non è un caso, quindi, che David Lynch avesse ritagliato proprio lì uno spazio per l’amico Reznor, come lo avrebbe ritagliato per Bowie, inteso come il Bowie in carne e ossa, se fosse stato materialmente possibile. Per completare il quadro delle connessioni, diciamo allora che Bad Witch, a livello di mood, sarebbe stato perfetto per accompagnare le immagini di Strade Perdute interpretate da un Bill Pullman in paranoica, disturbata versione musicista jazz. D’altronde, la soundtrack originale fu proprio prodotta da Reznor e annoverava al suo interno un pezzo di Bowie…
Stavolta, però, riprendendo la stretta attualità, guai a parlare di EP. Reznor ha specificato che Bad Witch è un album nel senso classico del termine, per la precisione il nono nella storia della band americana, a seguire Hesitation Marks del 2013. Questo si collega probabilmente al desiderio di tornare a concentrarsi in primis sulla musica come esperienza da vivere, per quanto l’ex Mr. Self Destruct abbia contribuito, non soltanto ad abbattere gli steccati fra metal, elettronica e forma-canzone, ma anche a rendere moderne le chiavi di accesso alla musica di oggi. Pensiamo ai file multitraccia regalati al pubblico per libere rimanipolazioni, al reality game e al virtual marketing ideato per Year Zero, alla pubblicazione a sorpresa di Ghosts I-IV, al DVD “by fans for fans” Another Version Of The Truth, alla collaborazione con Apple e così via.
Trattasi di un album conciso, per poco più di mezz’ora di durata, che vede il songwriting completamente diviso con Atticus Ross, ancora una volta, in parallelo con la pregiata attività dell’accoppiata nel campo delle colonne sonore, inserito come membro stabile in line-up dall’uscita dei precedenti due mini. Alla fine, il control freak Reznor ha trovato la spalla ideale con la quale concretizzare nuovi input e avventurarsi nello specifico in sei brani che affrontano rock aggressivo in discendenza dalle violente sonorità degli anni 90, sperimentazione e una sorta di inedito crooning digitale, da Johnny Cash robotizzato da H. R. Giger, da Bowie che inizia dal 1977, si affaccia sul 1997 e arriva all’altro ieri, all’immortalità. Reznor che sfodera spesso un inedito, suadente timbro canoro, che reimbraccia la chitarra elettrica e che si mette addirittura a suonare il sax, un po’ come la PJ Harvey di The Hope Six Demolition Project. Stiamo parlando, d’altronde, di fuoriclasse fuori categoria che necessitano di adrenalina, instillandola a loro volta nell’ascoltatore, e che rifuggono ogni rigida comfort zone.
La sensazione è che con Bad Witch si metta definitivamente a fuoco una nuova fase nell’epopea Nine Inch Nails, con una lucidità in termini di visione d’insieme che non riscontravamo da più di un decennio e una compattezza qualitativa che rimanda ai migliori tardi-Novanta. Una fase dannatamente ispirata, allora. Shit Mirror parte con abrasivo impeto Pretty Hate Machine/Broken, con riff circolare d’impatto, stop and go ritmici e parole votate alla mutazione – «I’m becoming something new / It’s getting hard to recognize» – ma in realtà il “nuovo mondo” del testo è quello di merda che viene puntualmente riflesso grazie a uno sguardo attento sull’attuale situazione sociopolitica a stelle e strisce. In questa “celebrazione dell’ignoranza”, non può esserci d’aiuto nemmeno Dio, al quale Reznor ricomincia a porre più di un interrogativo, come è sempre stato nel suo corpus lirico, nell’hardcore drum’n’bassizzato di Ahead Of Ourselves. Poi, arriva il mulinello di groove industrial-jazz all’avanguardia della strumentale Play The Goddamned Part, dalle ipnotiche sottotrame ambient, e lasciarsi risucchiare è un attimo. Un attimo rotto dall’incedere fumoso di God Break Down The Door, sulle medesime coordinate stilistiche, che fornisce la risposta definitiva alle domande sul doloroso vivere contemporaneo che hanno contrassegnato l’intera trilogia: «There aren’t any answers here / No, no, not anymore». Altro giro altro strumentale, I’m Not From This World, che dice tutto sin dal suo titolo, per un’ambient-techno spettrale, per soundscape del Male, per un’orbita di drone alieni. Si giunge, in chiusura, a Over And Out, un autentico, fottuto capolavoro di quasi otto minuti. Una intro che compie circa tre giri di orologio, ballabile ed emotiva in un colpo solo. La voce, quando entra, è profonda, cupa, introspettiva. Trent’anni di carriera alle spalle. Il tempo che passa. «Time si running out / I don’t know what I’m waiting for». Il loop, “over and over again”, che si ricollega alla prima canzone di Not The Actual Events, Branches/Bones. «I’ve always been 10 years ahead of you», afferma Trent. Beh, è ancora decine di anni avanti e qui ritorna davvero grande.
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