• ott
    07
    2014

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Bella Union

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Quattro anni più o meno esatti dopo l’apprezzato esordio solista Familial, torna Phil Selway con un sophomore che di fatto lo propone come il più adatto tra i cinque Radiohead a camminare sulle proprie gambe. Più di Yorke, fisiologicamente portato alla sinergia (a ben vedere anche The Eraser nacque in combutta con Nigel Godrich) e diversamente da Greenwood, che necessita invariabilmente di convogliare l’estro in forma di soundtrack. Con la tenace discrezione che lo ha caratterizzato nei molti anni di militanza ai tamburi della band madre, Selway ribadisce di trovarsi perfettamente a proprio agio con la forma canzone. Dieci pezzi per altrettante ballate ritagliate su canovacci indie venati di elettronica ed attitudine jazzy, col baricentro mediamente stabile su un romanticismo fosco e atmosferico.

Il programma parte vagamente Elbow un attimo prima di diventare trip-hop con Coming Up For Air e arriva dalle parti degli U2 già eniani ma ancora ruspanti (altezza The Unforgettable Fire) di Turning It Inside Out. Nel mezzo, un’accorta modulazione di cinematico e languido che coglie i frutti migliori quando impasta aura David Sylvian e struggimento spiegazzato Robyn Hitchcock (Drawn To The Light), spande scorie agrodolci Elliott Smith (It Will End in Tears) o spiccia melodia post-wave (una Don’t Go Now che deve qualcosa ai Tears For Fears). Tutto ciò senza farsi sfuggire l’occasione di instillare un dubbio nel gentile auditorio, che cioè il suo contributo nell’economia dei Radiohead sia (stato) più importante di quanto non si calcoli normalmente: vedi come si disimpegna Around Again tra ritmica dinoccolata jazzy ed il vortice teso della melodia, l’abbandono dolciastrio di Ghosts riconducibile ad Exit Music, la pulsazione circospetta di Waiting For A Sign o la bruma di Let It Go con le sue caligini sintetiche ed il vibrafonino à la No Surprises.

Quanto detto finora deve inserirsi in un quadro espressivo che trova limiti pressoché invalicabili nella voce di Selway, puntuale e appassionata ma piuttosto monocorde, incapace di imprimere una direzione forte alla canzone, tanto che finisci con provare una specie di irragionevole nostalgia per quello che potrebbe divenatre la ieratica Miles Away se affidata ad uno Yorke qualsiasi. Tirate le somme comunque si tratta di un buon lavoro.

27 Settembre 2014
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