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Nei primi minuti di The Report si vede il personaggio interpretato da Adam Driver fermarsi ad ammirare la magnificenza della cupola del Campidoglio, sede del Congresso degli Stati Uniti d’America. È il 2003, George W. Bush è il quarantatreesimo Presidente e il giovane Daniel Jones deve affrontare il suo primo fallimentare colloquio dopo la conclusione del percorso universitario, deviato volontariamente su Sicurezza Nazionale per i tragici eventi dell’11 settembre 2001 (il più grande fallimento della CIA). Mentre scruta l’edificio simbolo della democrazia statunitense, tiene in mano una palla di vetro con dentro una sua riproduzione approssimativa e innevata; se ne dimenticherà poco dopo nell’ufficio del funzionario statale interpretato da Jon Hamm, l’opportunista Denis McDonough (colui che poi sarà capo di gabinetto per l’amministrazione Obama). Con due inquadrature consecutive (la panoramica sul Campidoglio e il dettaglio sulla palla di vetro), il regista e sceneggiatore Scott Z. Burns sfrutta il corpo mastodontico e legnoso di Driver per restituirci l’idea di un idealista goffo, ancora inesperto e che sta per addentrarsi consapevolmente in una delle più grandi vasche di squali mai concepite (come ci aveva già insegnato il vampiresco Kevin Spacey nella serie House of Cards); il fatto che poi perda il souvenir, è solo la prima delle crepe che potrebbero arrivare a scalfire i principi morali che l’hanno scolpito.

Basta questo piccolo scorcio per tirare una lunghissima linea capace di collegare The Report all’indimenticabile Mr. Smith va a Washington (1939), da molti definito come il primo manifesto cinematografico dell’ottimismo americano. Già amorevolmente “depredato” da Steven Spielberg nelle sue ultime opere di stampo politico (Lincoln, Il ponte delle spie, The Post), il film di Capra aveva al centro l’innocente e sprovveduto boy-scout di James Stewart (giovanissimo e secchissimo), alle prese con la corruzione di un ipotetico partito di maggioranza del Senato; il suo arrivo a Washington si può riassumere nel volto estasiato ed eccitato del divo mentre guarda le espressioni “fisiche” del patriottismo americano (la cupola, i cimiteri “bianchi” dei caduti, le bandiere controvento e la statua di Abraham Lincoln). Ma poi Burns, consapevole delle possibilità di Hollywood in quanto gigantesca e infallibile macchina ideologica, è brillante nel dare l’impressione che voglia “negare” proprio l’eredità di Mr. Smith va a Washington, facendo piombare il suo biopic nel pessimismo del cinema della paranoia nato negli anni Settanta e risorto più meticoloso nell’ultimo decennio (oltre ai film di Spielberg, Il caso Spotlight di Tom McCarthy).

Dopo aver fatto gavetta all’interno della sezione Antiterrorismo dell’FBI, nel 2009 Jones arriva al Senato in veste di funzionario/investigatore della Commissione Intelligence, allora capitanata dalla senatrice dem Dianne Feinstein (un’impeccabile Annette Bening); «Preferisco lavorare dietro le quinte, è lì che do il meglio di me» aveva detto al suo incontro con McDonough. Da ricostituire ad ogni nuova Presidenza, la Commissione sovrintende da superpartes le attività della United States Intelligence Community, sempre nel rispetto del loro alto grado di riservatezza. Grazie alle ricerche di Jones si è scoperto che la CIA, “legittimata” dai grandi finanziamenti arrivati dopo l’11 settembre e una voglia incontrollata di riparare al torto causato («l’FBI si occupa del passato, la CIA deve prevenire il futuro»), ha nascosto sotto l’appellativo di «interrogatorio avanzato» un programma disumano di detenzione e tortura (il noto waterboarding), dislocato in anonimi black site e attuato ripetutamente su oltre un centinaio di sospettati jihadisti; spinti dalla politica guerrafondaia dell’amministrazione Bush Jr. (o degli spietati sotterfugi del vicepresidente Dick Chaney, come ha raccontato bene Adam McKay nel suo Vice – L’uomo nell’ombra), il fine era quello di prelevare informazioni utili alla sconfitta di Al-Qaeda, anche se poi non è mai stata comprovata alcuna correlazione diretta tra le torture e la cattura di Osama Bin Laden.

Schiacciato sotto il peso della severità della CIA (da notare le inquadrature che rimpiccioliscono Driver sotto l’austera architettura della sede “avversaria”) e perso in un’odissea di carte censurate e dati che svaniscono improvvisamente nel cyberspazio, Jones è un uomo solo contro un sistema tentacolare che farebbe invidia persino all’immaginaria Spectre di Ian Fleming. La sua frustrazione si ripercuote in un sempre crescente nervosismo (qui l’attore è solido, preciso, fulminante) e arriva ad esplodere quando anche il cinema sembra aver trovato le risposte che sta cercando; sintomatica la sequenza in cui, sconfortato, guarda in televisione il sensazionalistico trailer di Zero Dark Thirty di Katherine Bigelow. Così come Smith/Stewart si scioglie in una pozza di sudore per avvalorare la sua tesi fondata sui principi costituzionali, Jones/Driver risente fisicamente degli sbagli di una classe dirigente cieca, opportunista, incontrollabile. E, simile a quella che ha scritto per il recentissimo Panama Papers di Steven Soderbergh (una sorte di controparte comica ed “economica” di questo The Report), la non-lineare sceneggiatura ad incastro di Burns non avrebbe avuto gli stessi ottimi risultati senza una regia asciutta, matematica, pulita, incisiva, capace di non perdersi mai nella guida di uno degli attori più importanti degli ultimi anni (quest’anno solamente lo ritroviamo in sala con I morti non muoiono, Storia di un matrimonio, in odore di nomination agli Oscar, e con Star Wars: L’Ascesa di Skywalker).

«Voglio che l’America sia il paese che l’ha reso pubblico e non quello che l’ha nascosto» dice la senatrice Feinstein alla conferenza stampa organizzata per la divulgazione dell’inchiesta (2014, seconda amministrazione Obama). Indipendentemente dal suo schieramento politico non-così-implicito, è con queste parole che il regista si riappacifica definitivamente con la classicità del film di Capra, permettendo al cadetto Jones di riscoprire i motivi per cui ha deciso di impegnarsi in questa lunga battaglia per la verità (SPOILER: l’ultima inquadratura è la stessa con cui il film si apre). «Perchè nessuna democrazia è degna di questo nome se non c’è il rispetto e la volontà di non infrangere le leggi» diceva il personaggio di Stewart al termine del suo monologo finale, colpendo al cuore di tutti i suoi ascoltatori; un concetto sì semplicistico, ma ancora fondante e attuale (purtroppo), per quanto la democrazia possa essere considerata «complicata» dalla politica più cinica e spietata.

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