• Set
    08
    2017

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4AD

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The National sono i migliori cantori contemporanei di una romantica decadenza crepuscolare che unisce etiliche melodie baritonali strazianti a tappeti rock che sanno essere dolci e feroci allo stesso tempo. La voce e le parole di Matt Berninger unite alla eterogenea sagacia musicale della coppia di gemelli Scott e Bryan Devendorf e, soprattutto, Aaron e Bryce Dessner, hanno dato vita a un gruppo che, una volta trovato il proprio codice comunicativo, ha lavorato nel tempo sublimando la propria poetica verbale e sonora, e consegnandoci alcuni dei dischi più belli degli ultimi decenni.

L’indie band statunitense si è messa a lavorare al seguito di Trouble Will Find Me «un minuto dopo la fine dello scorso tour», e infatti Sleep Well Beast, che già nel titolo presenta uno splendido contrasto, conserva l’alone di fuligginoso disincanto del precedente album, spingendo però sulla natura conflittuale dell’essere umano. Le fasi di scrittura e arrangiamento dei nuovi brani si sono intrecciate con una vera e propria costellazione di progetti paralleli: non solo l’uscita del documentario Mistaken For Stranger, ma anche i dischi dei vari EL VY, del quartetto formato da Sufjan StevensBryce DessnerNico Muhly e il batterista James McAlister o della più oscura collaborazione messa in atto dai LNZNDRF.

Berninger è molto sintetico quando dice che i suoi testi adesso cercano di descrivere il tentativo di «diventare pulito in quelle situazioni in cui non lo sei per nulla». Così, il settimo album in studio dei The National conserva tutti i pregi della band: dalla fiumara sotterranea post-punk che serpeggia lungo tutta la loro carriera ai momenti sinfonici quasi barocchi, dall’immancabile centralità di un pianoforte gravoso e notturno alla sfida continua tra ballate strappalacrime e veri e propri pugni allo stomaco. Dare la buonanotte alla bestia significa addormentarsi con la consapevolezza che i fantasmi a qualche incubo di distanza dal nostro letto rimarranno lì al nostro risveglio. Ma salutare le nostre paure recondite con un’espressione distesa, come se ci stessimo rivolgendo a un nostro caro, vuol dire anche imparare a convivere con tutto quello che ci spaventa, che non ci aggrada o che minaccia il nostro benessere. Berninger e compagni lavorano minuziosamente su questi sentimenti consci che le sensazioni in ballo sono sia individuali che collettive. Il supporto dei The National prima a Obama e poi alla Clinton sono giusto una dimostrazione.

Sleep Well Beast è una fucilata al cuore, un viaggio introspettivo in bianco e nero attraverso l’inquietudine del nostro secolo. È tutto chiaro sin dall’inizio, sin dalla ninnananna oscura Nobody Else Will Be There: «Why are we still out here holding our coats? We look like children». Le tante domande del brano d’apertura si ripercuotono nella successiva Day I Die, che ricorda la frenesia di Alligator, per poi placarsi soltanto nella dichiarazione d’impotenza («Forget it, nothing I change changes anything», dove non manca l’ironia «I try to save it for a rainy day, it’s raining all the time») di Walk It Back, che inizia come un brano dei Future Islands per poi rientrare nel porto sicuro del sound allo stesso tempo caldo e glaciale sapientemente architettato dai fratelli Dessner. Si parlava prima di contrasti; ebbene, la dimessa Born To Beg riesce a stento a difendersi dall’infuocata cavalcata in stile Nick Cave di Turtleneck, e mai come in questo album l’analogico (la tradizionale Carin At The Liquor Store) viene minacciato da un’elettronica prepotente (la scintillante I’ll Still Destroy You, la sospesa Empire Line o Guilty Party con il suo tentativo blando di rassicurazione). Ma la tensione principale di questo disco sta nel tentativo disperato di cercare un po’ di conforto nei sentimenti, cosa che i The National hanno sempre rincorso e perfettamente reso in passato.

Sleep Well Beast è, quindi, soltanto una conferma della bravura della band? No. Il settimo album del quintetto è la consolazione di cui abbiamo bisogno: non si tratta di un rasserenante abbraccio materno, ma di un titubante sguardo amichevole lanciato da chi ne ha passate tante, forse anche più di noi, e che non può mentire e dire che va tutto bene. A essere sinceri, il periodo storico che stiamo vivendo è tutt’altro che rassicurante, ma dischi come The Underside Of Power degli Algiers o Process di Sampha, e, ancora, album schietti e figli del nostro tempo come il debutto di Mura MasaA Fever Dream degli Everything Everything, servono proprio a «tollerare la vita». Ecco, da questo punto di vista potremmo essere di fronte al disco più “utile” dell’anno, sicuramente uno dei più belli del 2017.

5 Settembre 2017
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