Recensioni

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Mentre Drew Daniel, assieme al compagno M.C. Schmidt, si diverte ancora a suonare quasi objects, glitcherie, clicks’n’cut e altre avanguardie cosmiche (e non) con l’ormai storica ragione sociale Matmos – li abbiamo visti di recente al Freakout -, la scommessa fatta con Matthew Herbert all’inizio dei noughties è ancora aperta e l’ora insegnante universitario torna a far – diciamo – ballare.

A ben dieci anni di distanza dall’ultima prova, Do you want new wave or do you want pink truth?, che in sostanza reinterpretava, inserendoli in un simulato, caotico, streaming radiofonico, brani punk hardcore britannici e americani in chiave electroclash, house, bassi wobble à la Oizo ecc., Daniel torna ora con un nuovo lavoro a tema, questa volta proponendoci alcuni classici black metal rivisitati secondo alcune tendenze dancefloor attuali e qualche “frullata” delle sue.

Non pensate quindi a un disco monolitico che suona tutto come la cover dei Venom, Black Metal (accompagnata anche da un divertente videoclip) e che ricalca vecchi vezzi da frullatore à la Mouse On Mars in chiave elettro-gore: l’album piuttosto si rivela come una divertita presa in giro di bro step, edm e altre Diplo-neo-Prodigy-non-ultimo-Nine Inch Nails-derive, tutte musiche che hanno tra i propri fan frange di aficionados estremi non troppo differenti dalle ali più toste del black metal storico. Aspetti che si ricollegano all’amore per il concettuale del solito Drew che, con Soft Pink Truth, da sempre fa dialogare la cultura gay con alcune manifestazioni musical culturali apparentemente agli antipodi (vedi Antony Hegarty che, in Incocation For Strenght, declama versi tratti da Witchcraft And the Gay Counterculture dell’attivista gay, Arthur Evans).

Impianto teorico a parte, Why Do The Heathen Rage? è spassoso. Beholding the Throne of Might sembra una risposta più pervertita di quanto i Die Antwoord possano ragionevolmente auspicare di essere o diventare; inoltre Daniel sa bene cosa si sta muovendo attualmente sul dancefloor, trap e jungle compresa: Let There Be Ebola Frost, ad esempio, sfodera un remember ’93 in piena regola tra house, rave e rullanti, mentre Buried by Time and Dust riprende il techno pop dei Kraftwerk ammiccando a tutto un immaginario da ghetto globale di cui abbiamo già parlato a proposito dell’anniversario Hyperdub. Poi ci sono i mix che oscillano anche su lati più morbidi e di cultura diciamo chicagoana, come la deep Ready to Fuck dei Sarcofago – con ospite Jenn Wasner dei Wye Oak – o una Manic che pastura trax house intervallando con deformanti visioni à la Venetian Snares. Insomma, una quarantina di minuti (quasi tutti) con il sorriso. Frivoli e intelligenti, come Drew sa fare.

 

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