• Gen
    25
    2019

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The Null Corporation

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È interessante parlare di una soundtrack ideata per un film che gioca la sua trama sulla deprivazione obbligata ai fini della sopravvivenza di uno dei cinque sensi, per la precisione del senso della vista. Anche perché ciò che udiamo noi e i personaggi della storia diventa nello specifico maggiormente determinante. Bird Box è un disaster movie, diretto da Susanne Bier e prodotto da Netflix, calato in un futuro prossimo post-apocalittico, dove un demone – non si capisce se di origine metafisica o, più concretamente, batteriologica – assume le sembianze di una sorta di fumo nero, nel cielo. Chiunque lo osservi è destinato a uccidersi, in preda a pulsioni suicide. Quasi come se, ci verrebbe da dire, non riuscisse a sopravvivere alla presa di coscienza di un orrore incommensurabile. Il film ha un pregio, quello di saper mantenere una tensione pressoché costante, nonostante cada in qualche poco credibile inciampo di sceneggiatura e sia, in sostanza, un prodotto innanzitutto d’intrattenimento. Fa ridere o piangere che la pellicola abbia innescato, partendo dall’Australia, una pericolosa challenge fra emuli bendati: segno di un’epoca in cui la mente non subisce più il fascino di una narrazione, se la narrazione non viene esperita direttamente sulla propria pelle.

Bird Box propizia ad ogni modo il ritorno di Trent Reznor e Atticus Ross al servizio di partiture cinematografiche. Riassunto: in principio furono il pluripremiato The Social Network e l’ottimo The Girl With The Dragon Tattoo, seguiti dal sempre mirabile Gone Girl (con aggiunta di orchestra), tutti in collaborazione con David Fincher, dopodiché ci sono stati la partecipazione a Before The Flood e la scrittura per Patriots Day, per il documentario storico The Vietnam War e per l’EP Mid90s in accompagnamento all’omonima opera di Jonah Hill. In futuro sappiamo, invece, che arriveranno musiche realizzate per Watchmen e per almeno un altro paio di lungometraggi. Una coppia rock, insomma, negli ultimi anni iper-attiva su grande e piccolo schermo come quella formata dai più tradizionalisti Nick Cave e Warren Ellis.

Tra una partecipazione a Twin Peaks e un nuovo lavoro dei Nine Inch Nails (Bad Witch, eccellente, risale appena allo scorso anno), non sappiamo come i due ormai inseparabili partner in crime trovino il tempo di elaborare così tante composizioni. Sappiamo, però, che la qualità non ne risente mai. In uscita in digitale il 25 gennaio 2019 e previsto in formato fisico ad aprile per l’auto-gestita The Null Corporation (con un’ulteriore ora di materiale inedito…), Bird Box si apre con la dozzina abbondante di giri d’orologio di Outside, primo fra i dieci brani strumentali in scaletta: i tasti del pianoforte, inizialmente docili, si lasciano avvolgere da micro-rumori sempre più insinuanti, sempre più disturbanti. È la cupezza del mondo là fuori che avanza e l’effetto è veramente sinestetico, quindi perfetto ai fini dell’esperienza completa di fruizione. Si prosegue con il dark noise della più coesa Undercurrents, mentre episodi ancora una volta estesi come Looking Forwards And BackwardsCareful What You Wish For – di particolare riuscita nella sovrapposizione fra archi, tasti ed elettronica via via stridente ai limiti della sopportazione – e And It Keeps On Coming (cioè il terrore di un “qualcosa in arrivo”, dietro le pieghe del nostro quotidiano, che un Thom Yorke ha per esempio saputo ricreare solo in parte in Suspiria – Music For The Luca Guadagnino Film), hanno il campo d’azione necessario per contrapporre classicismo d’ambient evocativa-umana e striscianti droni o effetti che rimarcano lo spaesamento dei personaggi principali. What Isn’t Anymore è un gioco di pieni e vuoti digitali, all’inseguimento incalzante di Carpenter (peraltro, omaggiato di recente con una rielaborazione del suo celebre Halloween Theme). Sleep Deprivation riesce a restituire con minimalismo sia l’abbraccio caldo del sonno sia l’agitazione gelida dell’inquietudine ossessiva, A Hidden Moment è un breve momento di idilliaca requie, Close Encounters è come sbattere improvvisamente contro un muro di grandeur epica-aliena, Last Thing Left è la chiusa speranzosa al termine del “buio”.

Reznor e Ross allestiscono stanze sonore così profonde da innescare forti sensazioni anche se visitate indipendentemente dalla loro costruzione di riferimento. Doppio centro, dunque. Persino a occhi chiusi.

24 Gennaio 2019
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