Recensioni

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«Nonostante abbiano inventato la lavastoviglie, c’è ancora chi i piatti li lava con le mani». Fu con questa lapalissiana osservazione che gli U2 descrissero Pop quando uscì, Anno Domini 1997. Perché, vi chiederete? Che bisogno c’era di portare a paragone una delle attività domestiche più tediose per descrivere un disco di rock ‘n’ roll? Il fatto è che probabilmente per gli U2 fare Pop fu un po’ come rimettere ordine in cucina dopo un banchetto orgiastico protrattosi fino alle ore piccole. Pop fu il culmine di un lungo e sofferto processo dipanatosi tra fughe in avanti e ripensamenti, tra rotture e compromessi, e alla fine, a dispetto della sua tanto sbandierata danceability, il nono disco in studio di Bono e soci uscì fuori molto più hand-played di quanto ci si potesse aspettare.

E sì che le intenzioni di partenza erano ben altre. Dopo lo ZOO TV Tour, che terminò a dicembre 1993, la band si prese circa un anno di pausa in cui ognuno dei quattro membri poté dedicarsi ai propri progetti. Bono e The Edge se ne andarono per buona parte del tempo in Costa Azzurra, dove avevano casa, e si immersero nella mondanità, tra feste notturne e serate passate in giro a fare baldoria. Ma soprattutto, si immersero nella musica, reinnamorandosene. The Edge, in particolare, dall’inizio del decennio aveva sviluppato una certa predilezione per le discoteche e conosceva tutto delle nuove tendenze in fatto di roba da ballare. Non c’era un’idea precisa su che direzione avrebbero dovuto prendere i “nuovi” U2 ma la sensazione era che techno-dance, big beat e trip-hop dovessero in qualche modo entrare nel loro universo. Non si potevano ignorare gruppi come Leftfield, Underworld, Prodigy e Chemical Brothers. Quando la band si imbarcò nel progetto Passengers insieme a Brian Eno – collaborazione il cui frutto fu l’album Original Soundtrack n.1, pubblicato a novembre 1995 – si pensava che il pegno da lei pagato alla sperimentazione fosse stato interamente saldato, e invece quando i quattro tornarono in studio per iniziare a lavorare al seguito di Zooropa, l’idea di fare un disco “strano” interamente a nome loro non solo non si era affievolita ma addirittura gli frullava in testa con ancora più vigore.

L’intenzione era di spingersi oltre, entrare in territori dove nessuna rock band si era mai avventurata e assorbire fino a farle diventare proprie le nuove sonorità. Ci riuscirono? Nì. Pop sarà un ottimo disco ma che, in rapporto ai proponimenti iniziali, resterà a metà del guado, in quell’eterno limbo del vorrei ma non posso, o meglio: ci abbiamo provato ma non fa per noi. I problemi nacquero fin da subito. Chi conosce un po’ di storia degli U2 sa che Larry Mullen jr., il batterista, nei giorni berlinesi in cui la band stava concependo Achtung Baby portò il gruppo a un passo dallo scioglimento perché le nuove sonorità elettroniche lo tagliavano fuori. Lo strappo fu ricucito a fatica, ma adesso si riproponeva in modo ancora più drammatico. Le sue parti di batteria erano di nuovo ridotte al lumicino, anzi diciamo che erano così marginali che la band iniziò addirittura le session senza di lui, fuori causa per ultimare una terapia alla schiena. Difatti, al suo rientro, il drummer era di umore nero come ai tempi delle session agli Hansa Studios, se non peggio.

Tra i produttori chiamati a lavorare al nuovo album – che inizialmente sarebbe dovuto uscire nel corso del 1996 ma poi slittò al marzo 1997, proprio a ridosso del tour, che intanto era già stato programmato – c’era Howie B, già al lavoro con Björk e Tricky e che gli U2 avevano incrociato nei suddetti Passengers; ma i risultati, in questa prima fase, erano deludenti e la band rimetteva continuamente mano al materiale nel tentativo di armonizzare due componenti – lo stile caldo e immediatamente riconoscibile degli U2 da una parte, e le nuove sonorità di tendenza dall’altra – che messe insieme stridevano paurosamente, suonando come un tentativo di fusione posticcia. Non era facile permeare quei suoni fino alla radice del processo compositivo, e più il lavoro andava avanti più la matassa s’ingarbugliava. Naturalmente, la cosa ebbe effetti anche sul team di produzione, che subì vari rimescolamenti, allargandosi via via: a Howie B si unì dapprima il giovane producer britannico Nellee Hooper, che abbandonò quasi subito la nave quando non si vide riconosciuti i galloni di comandante, e poi Steve Osborne, seguito da – ancora una volta – Flood. La band si trasferì anche a Miami per un certo periodo, sperando in una ventata d’aria fresca, ma niente, era ancora buio pesto. Solo al ritorno a Dublino, e agli ultimissimi tornanti, il disco prese forma, benché in maniera completamente diversa da come i Nostri l’avevano pensato all’inizio.

Pop risultò uno scintillante esempio di rock tecnologico, ma di ballabile, groovy, danzereccio, c’era ben poco. Doveva essere un viaggio alla fine della notte, ma fu una notte lunga e tormentata. E nonostante gli aneliti modaioli, era un disco dai tratti dimessi, oscuri, intimisti, spirituali, forse addirittura quello dove più forte – nei testi – era la ricerca di Dio dai tempi di October. L’aura elettronica suonava solo come un prescindibile orpello, benché i brani fossero immersi in quella strana luce spaziale, sospesi in un’orbita straniante e fantascientifica che li rendeva unici. La strombazzata unione tra rock e dancefloor era fallita, e probabilmente al lavoro mancava anche un po’ di personalità, ma – si sa – non tutti i mali vengono per nuocere e alla fine il risultato fu comunque molto più che dignitoso.

Non dovevano ingannare Discothèque – primo singolo estratto e inno alla club culture, se non altro nel titolo e nel videoclip, in cui i quattro apparivano vestiti da Village People – e Mofo, l’unico passaggio a fornire testimonianza intatta delle intenzioni iniziali: l’album, nella sua quasi totalità, era parecchio “uduico”, seppur ammantato di una veste synth multistrato: Do You Feel Loved e Last Night On Earth erano esempi perfetti in questo senso, mentre in If God Will Send His Angels, Gone e la beatlesiana Staring At The Sun a emergere era il piglio delle classiche ballatone à la One, tanto per dire: un afflato umano, profondo, passionale, seppur trattato, filtrato e centrifugato all’inverosimile con tutte le diavolerie digitali possibili.

Di buono c’era che la band continuasse a cercare sempre la via meno ovvia nella composizione delle canzoni, e l’impegno poteva dare come premio una Miami, che su due-accordi-due costruiva un mondo, alla stregua di Bullet The Blue Sky (non a caso, per buona parte del tour i due pezzi verrano suonati in sequenza, anche perché accomunati dal racconto poco edulcorato dell’America), o una Please, versione sincopata e melodrammatica di Sunday Bloody Sunday, visto che anche lei parlava della questione nordirlandese; o ancora, un luccicante diadema elettro-lounge come la splendida If You Wear That Velvet Dress, o la chiosa, affidata – come in Zooropa – a uno spiritual elettronico dagli aromi country/western (Wake Up, Dead Man) in cui la voce filtrata di Bono si perdeva in un polverosono panorama sonoro attraversato da tempeste elettriche. In Pop, inoltre, The Edge fu ufficialmente accreditato come autore dei testi insieme al frontman: era la prima volta che accadeva per un album intero.

Pop non fu un capolavoro e non ebbe lo stesso successo di pubblico e critica dei suoi predecessori degli anni Novanta. Probabilmente non fu capito appieno, ma certo, la verve creativa d’inizio decennio era ormai un ricordo. Ciononostante, e alla luce di quanto la band ci farà ascoltare dopo, oggi ce n’è abbastanza per rimpiangerlo e considerarlo probabilmente l’ultimo grande album degli U2. Ventitré anni fa.

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