Recensioni

7.3

Tadd Mullinix è tornato a far parlare di sé lo scorso anno dopo un bel periodo carbonaro. Lo ha fatto riesumando il moniker Dabrye e completando con quello, a dodici anni di distanza da Two/Three, una trilogia con la quale all’epoca aveva fatto faville, esplorando, rimodernando e plasmando su di sé un modo di produrre hip hop che si ricongiungeva al boomb bap, all’old school a quella parte del rap che si collocava nelle strade e non certo ai piani alti dello stardom. Era l’anello di congiunzione tra Dilla e la scena del Low End Theory, la Brainfeeder, Flying Lotus e il cosiddetto wonky. Three/Three chiudeva un cerchio guardando al passato ma il producer aveva già programmato tutto e promesso, all’indomani della sua uscita, che quello sarebbe stato soltanto l’inizio: rifacendosi ai progetti targati Underground Resistance come X-102 e X-103, il nuovo alias X-Altera avrebbe ri-contestualizzato alcune delle sue passioni di sempre in qualcosa di nuovo e ancora tutto da svelare.

A giochi fatti, con l’omonimo album in cuffia, quel che notavamo per il disco di un rinnovato Venetian Snares (con Lanois) vale anche da queste parti. Nuove tecnologie per gente come loro significa rinnovata freschezza e desiderio di sperimentare, trovare nuovo gusto per ciò che si fa da molti, magari troppi anni. Del resto, cosa sarebbero gli Autechre senza l’intelligenza artificiale e i linguaggi di programmazione visuale come Max/MSP? Per Mullinix X-Altera significa innanzitutto un ritorno al futuro per uno dei generi che più ha amato da ragazzo, genere dal quale ha letteralmente iniziato la carriera accanto a Todd Osborn (ovvero Osborne, Soundmurderer) come metà di un progetto di puro revanscismo ragga jungle. Quel che accade in queste 11 tracce è qualcosa che assomiglia tanto alla via Hi-Tech di tutto un comparto di musiche legate all’ultima fase dei rave novantiani, quelli che frequentavano gente come Logos qualche anno prima di iniziare a produrre. E parliamo di quella forbice ’97-’02 in cui, parallelamente, la più istituzionale e codificata drum’n’bass s’era prima ficcata nel tunnel autoreferenziale del techstep e poi del (reynoldsiano) neurofunk. Facciamo il parallelo giusto per tracciare un bel distinguo però: da queste parti la paranoia, i ghetti e le limitazioni all’immaginazione sono state bandite; al loro posto una bella iniezione di euforia con Mullinix esaltato a missare soul divas, tastierismi jazzy, esotismi alieni à la Black Dog prima maniera, e a infilarci (senza che ce ne accorgiamo quasi) tantissima black music, scolpendo dunque una bestia totalmente familiare eppure decisamente rinnovata dall’interno, e per approccio, e per risultati.

Non parliamo di un sound che non indulge nelle false memories già ampiamente esplorate da Special Request, bensì continua quel viaggio in musica che, rubando una frase di Om Unit di qualche anno fa, «suona pulito e che ancora puoi dire naturale». Mullinix punta a una tridimensionalità frattale per il più caleidoscopico dei risultati. C’è il breakbeat, ci sono i momenti ambient tech, non manca la sci fi e i RX, ed è tutta una festa per gli occhi e le orecchie. Roba da soundsystem di oggi, ma di quelli che hanno ancora bisogno di casse potenti e di un buon fonico in carne ed ossa.

Bando alla nostalgia dunque, questa è musica fatta di bassoni e da una scacchiera di sensazioni/emozioni che pizzica le sinapsi come solo uno scafato producer come lui può fare. In pratica, X-Altera guarda al futuro ingigantendo i mezzi, amplificando i profumi e i sapori di un’epoca e riconsegnandoli a una nuova generazione come qualcosa di stupefacente – e sicuramente nuovo per chi è nato nel kubrickiano 2001). A febbraio, con Three/Three il producer chiudeva la trilogia dabryiana tornando in fierezza e sensatamente – in quel contesto – a guardare il passato per omaggiarlo e riviverlo nel presente; ora, con quest’omonimo nuovo capitolo della sua discografia, guarda prepotentemente all’oggi, a un futuro già arrivato ma che conserva margini di manovra.  

Alla base dei due progetti molto molto differenti tra loro, il tocco e la maestria che è propria di questo genio mai abbastanza esaltato. Profondità, dettaglio, visione e architettura, complessità resa fluidità e ricchezza: questo accade nelle stanze/tracce di quest’album, ognuna a esplorare un aspetto differente di un nuovo mondo, che è il suo ma anche il nostro (non solo da ammirare).

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