“Boys Don’t Cry”. Ridere nascondendo le lacrime, l’irraggiungibile malinconia dei Cure

Se pensiamo che oggi Boys Don’t Cry è uno dei brani più amati dai fan dei Cure, è incredibile pensare a quello che il destino può riservare. Un brano spartiacque si dirà, capace di descrivere con semplicità e lucidità di spirito un sentimento comune in un’epoca in via di cambiamento, in grado di smascherare l’ipocrisia del perbenismo, di mostrare un lato più sincero e onesto della gioventù che sul finire degli anni Settanta si rendeva conto che magari c’era anche un altro modo per mettere in scena i propri sentimenti oltre al rock ormai considerato giurassico o alla rozzezza (in senso lato, è chiaro) del punk, che già aveva esaurito quasi del tutto la sua spinta propulsiva. La new wave era lì a colmare quel vuoto e i Cure ci si buttarono a capofitto, con invidiabile intuizione. Dicevamo del destino. Questo perché alla sua uscita Boys Don’t Cry passò quasi inosservato. Scritto da Michael Dempsey, Robert Smith e Lol Tolhurst, era stato pensato come singolo e dunque venne pubblicato il 15 giugno 1979, circa un mese dopo l’uscita dell’esordio discografico del gruppo, Three Imaginary Boys. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare guardandolo col senno di poi, il brano non scalò le classifiche ma fece comunque il suo buon lavoro per far salire le vendite dell’album (in cui non compariva inizialmente).

Boys Don’t Cry è la storia di un ragazzo che rinuncia in maniera definitiva a cercare di riconquistare il suo amore perduto, e pur di non far affiorare il suo vero stato emotivo, cerca di ridere, essere sempre allegro e trattenere con tutte le forze le lacrime dagli occhi, perché “i ragazzi non piangono”. I ragazzi piangono eccome, invece, nella cultura popolare musicale degli anni Ottanta, epoca in cui il tormento sentimentale condizionerà la scena per-lo-più-britannica (si pensi ai Duran Duran, agli Spandau Ballet o ai Talk Talk, questi ultimi in grado di rileggere il tutto in una chiave ancor più esistenzialista e tormentata) che di lì a poco contagerà anche gli States.

«Quando ero un adolescente c’era una forte pressione sociale per la quale bisognava per forza essere in un certo modo. A quell’epoca i bambini inglesi venivano educati a non mostrare le proprie emozioni in alcun modo. Quando ero giovane io invece non riuscivo proprio a nascondere le mie emozioni e non l’ho mai considerata una cosa strana. Non riuscirei ad andare avanti senza mostrare le mie emozioni, per farlo dovrei essere un cantante davvero noioso. Forse ho preso la cosa troppo seriamente. Però l’ho fatto perché ho pensato “Beh, è parte della mia natura reagire quando mi viene detto di non fare qualcosa”» (Robert Smith)

Il successo vero e proprio il brano se lo conquisterà strada facendo, man mano che la fortuna di Smith & Co. crescerà a livelli stratosferici (tant’è che il primo album prenderà il titolo di Boys Don’t Cry già nel 1980). All’apice della prima fase di successo planetario, ovvero dopo la pubblicazione di album fondamentali come Pornography e prima di Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Disintegration, i Cure decidono di registrare un nuovo mix di Boys Don’t Cry. Siamo nel 1986 e anche stavolta il brano non verrà inserito in alcun album in studio, ma servirà a lanciare la raccolta Standing on a Beach – The Singles 1978-1985. La nuova versione è un mix più lungo dell’originale e verrà pubblicata con il titolo New Voice · New Mix non finendo nemmeno nella raccolta sopracitata (che in realtà contiene la versione del ’79). Il nuovo mix può invece essere ascoltato nel videoclip realizzato appositamente nel 1986.

Improntato su una metafora tanto semplice quanto diretta, il clip vede in scena dei bambini – raffigurazioni dell’infanzia che ognuno di noi conserva dentro sé e che gli animi più sensibili fanno riaffiorare di tanto in tanto – che mimano l’incedere della canzone con gli strumenti e dove il piccolo Mark Heatley ha il ruolo del leader Smith. Dietro di loro, come riflessi su un tendone per le ombre cinesi, ci sono i veri Cure, con la formazione del ’79 (si trattò della prima e unica ricomparsa di Dempsey con la band dopo la sua uscita). Questi non entrano mai direttamente in campo e assistiamo alla loro performance in background e con il solo Smith a compiere movimenti spasmodici con il corpo e con impressi sugli occhi due puntini rosso acceso, frutto del lavoro che la band aveva maturato sulla propria estetica. Il brano schizzò nuovamente in classifica il 21 aprile 1986. Il destino a volte è strano, ha un fascino tutto suo.

Per i precedenti episodi della rubrica dedicata ai videoclip storici, vi rimandiamo a Nick Cave and the Bad Seeds, RadioheadDepeche ModeDandy WarholsPublic Enemy e Fatboy Slim.