Recensioni

C’è stato un momento ad inizio anni Dieci in cui sembrava che l’evoluzione band-centrica dell’art-pop potesse dominare la scena degli anni avvenire. Quel momento a grandi linee coincideva con la release di An Awesome Wave degli Alt-J, una delle massime icone di un preciso periodo storico che oggi, con un briciolo di nostalgia, inizia a sembrare lontano e sorpassato (vi ricordate quando era tutto un ∆ o un †?). Forse esageriamo ma a posteriori possiamo parlare di un grande nulla di fatto: gli Alt-J si sono fatti del male da soli perdendo pezzi importanti (Gwil Sainsbury) e pubblicando un ormai dimenticato secondo – debole – disco (This Is All Yours), i Wild Beasts non sono mai realmente esplosi prendendo una direzione sempre più synth-friendly, gli Adult Jazz hanno perso un’importante occasione con il passaggio su Tri Angle (il pasticciato Earrings Off!) e gli Everything Everything – con risultati interessanti a dire il vero – hanno puntato tutto sul lato progressive. Neppure i Glass Animals, forti del successo americano di Zaba, sembrano essere riusciti ad aumentare i giri con il sophomore How to Be a Human Being.
I newyorchesi Lewis Del Mar (Rockaway Beach, Queens), all’interno dell’omonimo album d’esordio, provano ad insegnare una via maestra che dalla lezione degli Alt-J più folkish eredita i tratti variegati, portandoli in un contesto che tende a flirtare continuamente con sonorità mainstream di stampo americano e con uno spirito global vagamente latineggiante difficile da rintracciare all’interno dei dischi dei colleghi albionici. Potrebbe essere proprio questa la carta vincente di un melting-po(p)t stilistico per molti aspetti più adatto al mercato USA che a quello europeo. I Lewis Del Mar suonano come una formazione da almeno quattro o cinque elementi ma ufficialmente sono solo in due: Danny Miller (voce e chitarra) e Max Harwood (beats e batteria). La voce di Miller contempla quelle venature un po’ soul e un po’ giamaicane che ritroviamo anche nei saliscendi di Joe Newman, ma le fa asciugare al calore dal potenziale lisergico dei tropici (Puerto Cabezas, NI). Nell’artpop crossoveristico del duo vale tutto ma è comunque possibile scorgere alcuni leitmotiv, quali il drumming tribaleggiante e quella onnipresente chitarra acustica che, accerchiata da strumentazioni elettroniche, crea quel fascinoso contrasto di cui si è abusato in alcune recenti hit in quattro quarti.
Già presente all’interno della nostra playlist Tracks from Eps 2016 – First Half, la killer track del lotto è senza dubbio Loud(y), con una linea iniziale – «can you please sit the fuck down?» – ed un ritornello che si insinuano facilmente in testa nonostante una struttura non banale. Qui, come altrove, è vincente l’alternanza tra momenti chill e poderose ripartenze post-hip hop scandite da bassi debordanti (e in questo senso una Fitzpleasure ha fatto scuola). Più vicina all’ordinario pop dall’alto potenziale radiofonico Painting (Masterpiece). Degna di nota anche Tap Water Drinking, brano in cui convivono cadenze hip hop, ricchezza di suono, ingressi chitarristici ad altezza Jack Garratt e una narrazione piuttosto avvincente.
A limitare il potenziale dell’album abbiamo però qualche ripetizione di troppo (Live That Long in pratica è la versione più noiosa di altre loro composizioni), alcune situazioni un po’ confusionarie (Malt Liquor) e la sensazione che i Nostri riescano a dare il meglio quando rimangono confinati nella centralità delle loro sperimentazioni, restando invece più anonimi quando cercano di uscire da quei binari (la tediosa ballad Islands). Quello che però impedisce agli americani di raggiungere il plebiscito è la non-colpa di arrivare un po’ in ritardo sui tempi smantellando e assemblando ritmi e melodie in modo non troppo dissimile da alcuni – celebri – predecessori.
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