Feeling that resonance. Intervista a Forest Swords

Incontriamo Forest Swords, ovvero Matthew Barnes, al Mattatoio di Carpi il pomeriggio della stessa giornata che lo vedrà suonare in duo nel locale, all’interno di un ottimo programma di preview organizzato dal Node Festival. Di Barnes conosciamo tutto o quasi, a livello mediatico. Sappiamo che al voltar della decade è stato uno dei protagonisti più monitorati di una scena dai nuovi ed inediti contorni crossover tra melodia e ritmi, assieme a James Blake, Mount Kimbie, Balam Acab e How to Dress Well, un contesto tanto caratterizzato da un uso estensivo del laptop, tra layer e manipolazioni, quanto dall’impiego di suoni concreti e di particolari settaggi sulle voci, richiamate più come essenze collaterali che come guide all’arrangiamento.

Il marchio Forest Swords, in particolare, sembra veramente vincere tutto nel 2010, anno in cui, a distanza di circa 12 mesi dalle prime immersive session compositive, il suo giovane autore si ritrova Dagger Paths – EP d’esordio uscito inizialmente su Olde English Spelling Bee e poi riedito per la londinese No Pain In Pop con l’aggiunta del 7”’ Rattling Cage – tra le migliori uscite della stagione secondo Fact (che lo nomina album dell’anno), Pitchfork (che lo valuta con un generoso 8.4), Drowned In Sound (ancora più alto, con 9/10) e per finire il popolare Guardian (che lo indica tra le perle nascoste di quell’anno). A livello di fama, e di conseguenza sul piano dell’agenda concerti, un giovane poco più che ventenne, passa in un lampo dallo strimpellare con una chitarra collegata ad un portatile in una provincia ad ovest di Liverpool a fenomeno di culto per le più importanti riviste specializzate al di qua come al di là dell’Atlantico.

Giusto un anno più tardi la stessa sorte toccherà all’amico e compagno d’etichetta Evian Christ, che finirà in uno dei tanti co-crediti di Yeezus di Kanye West, ma questa è un’altra storia, pur con qualche analogia e un importante elemento in comune, ovvero Tri Angle. Tri Angle non solo è l’etichetta che accomuna i due ragazzi, ma anche un solido porto per suoni che si sono svincolati, in particolare negli ultimi due anni, dalle tag e dai luoghi comuni hypnagogic e witch house per abbracciare alcuni dei più freschi mix di disparati elementi quali hip hop, wave, ambient, ambient, noise, instustrial, techno, dub ecc. All’interno del roster, Forest Swords – il cui sound era già assolutamente ricettivo fin dall’esordio su Olde English Spelling Bee – fa la figura della matta nel mazzo, anche solo per l’uso “rockabilly” (davidlynchiano? morriconiano?) della chitarra, elemento che lo ha reso appetibile per tutta una serie di ascoltatori e non solo per gli aficionados dell’elettronica.

Premessa doverosa per introdurvi al racconto di una chiacchierata con il ragazzo al di sotto degli strati di paragoni, paralleli, contesti e sotto-contesti. C’è una bella differenza tra il Matthew Barnes sagoma in bianco e nero con il ciuffo arricciato sulla fronte delle foto press e il ragazzo con i capelli rossicci che, di fronte a noi, braccia incrociate e gambe accavallate, ci racconta di sé seduto comodo e un po’ rigido su una poltrona in pelle imbottita. E’ un bravo ragazzo, questo lo si capisce immediatamente. Pragmatico e cortese nella media inglese, con un accento non troppo marcato e già una certa pratica con le interviste, dove senza sbottonarsi troppo fa emergere fatti sui quali non c’è nessun segreto, nessun riserbo e tanto meno colpi di scena. Il progetto nasce in un momento un po’ buio. Perso il lavoro, nel 2009, Barnes, ancora piuttosto fresco di studi alla scuola d’arte, ha un sacco di tempo libero e con una chitarra che maneggia già dall’età di 12 anni (un regalo di Natale) e un laptop, impiegato sia per usi di grafica artistica che per manipolazioni e stratificazioni sonore, inizia ad immergersi in una serie di possibilità arrangiative senza pensare a un domani né tanto meno a chiudere questa o quella composizione. “Poi le cose hanno iniziato a prendere forma e un senso“, ci confessa “ho postato questi demo su internet e qualcuno poco dopo mi ha chiesto se volevo produrli“.

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Foto di Daniele Casciari

La storia di Matthew sembra tra quelle che non si scrivono, con il lieto fine all’inizio del film: un breve abbattimento, l’escapismo creativo, la svolta, il successo. “Nel mentre è stata dura ma guardando le cose a posteriori, è stato un processo naturale, organico“, ammette all’inizio dell’intervista, eppure, man mano che la nostra chiacchierata procede, è sempre più chiaro quanto dietro al risultato conseguito dal producer ci sia un lavoro enorme di concentrazione, di metodo e di sintesi che non si traduce facilmente in un racconto di influenze. Certo, all’inizio è molto “interessato al reggae, al dub e al rock“, e rivela di aver speso “un sacco di tempo ascoltando interi box set della Trojan“. Eppure Forest Swords è molto di più, riassume un range di influenze di cui il suo autore non solo non è consapevole al momento della composizione, ma non è neppure interessato a discernere se non, eventualmente, a posteriori.

Molto più interessante per lui è il racconto del tempo speso per ottenere quel particolare effetto sui piatti e sulle percussioni, quel particolare timbro nei suoni. Un po’ come Aphex Twin, gli diciamo, e lui, ridendo, continua illuminato descrivendoci questo processo come “quando metti una chiave in una serratura e trovi il giusto click che fa girare gli ingranaggi“. Precisa di non sentirsi un perfezionista nel senso comune del termine perché ci sono “suoni grezzi o parecchio ruvidi” nel suo lavoro, ma è evidente che fare musica per lui è un processo che richiede moltissimo tempo. “Non direi di essere un perfezionista nel senso di uno che vuole tutto a puntino… …diciamo che quando sento quella precisa risonanza in un brano solo allora sento di poter andare avanti“.

Risonanza è forse una delle parole più rappresentative della musica di Forest Swords, è qualcosa che vibra in spazi aperti, che possiede carattere ed è refrattaria ai contenimenti, un piccolo mondo dai confini non ben delimitati eppur visibili che nasce magari da una scoperta, da un particolare attorno a cui viene costruito un insieme più o meno articolato e non gerarchico di elementi. I suoi remix, di fatto, vengono composti proprio in questo modo. “Quando remisso un brano ho l’abitudine di trovare un piccolo frammento o qualcosa di inusuale all’interno che mi colpisce e una volta individuato cerco di costruirci un pezzo nuovo attorno. Così invece di metterci un beat dietro come fanno molti, lo rifaccio da capo. C’è molta più soddisfazione così ma può diventare molto stancante e richiedere molto tempo“.

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Una delle ragioni per le quali Barnes non dedica più molto tempo a questi lavori su commissione (“Devi stabilire delle priorità e quelle a un certo punto sono per la tua musica“) rappresenta un altro indizio della sua concretezza nell’approccio all’arte ma anche del suo modo di lavorare. “Costruire ‘blocchi’ in una traccia è quasi come fare un collage, mettere assieme elementi grafici in photoshop e elementi musicali non è così differente“. Ed in questo quadro finisce anche l’interpretazione che Matthew dà dell’uso della chitarra nella musica di Forest Swords. “Non potrei dire di essere un buon chitarrista“, afferma “strimpello fuori dal pentagramma, trovo suoni e melodie che suonano bene e stanno bene tra di loro“.

Una delle strade che hanno portato la critica a trovare paragoni con l’attività di Mark Nelson nei Pan American, per Forest Swords, sta proprio qui, in questo uso svagato e vagamente western della seicorde che fa un po’ post-post-rock e finisce per tirar fuori un’altra passione di Barnes, ovvero i Mogwai e i Sigur Rós. “Molti hanno paragonato la mia musica a quella di Pan American, non l’avevo mai sentito prima ma ascoltandolo poi ho potuto trovare le somiglianze“. Un po’ come Jamie Stewart degli Xiu Xiu con Mark Hollis, gli ribadiamo…

Altro aspetto interessante è il contesto geografico. Wirral, dove abita Matthew, è un piccolo centro a 30 minuti da Liverpool, una penisola che è anche una città di mare senza scene musicali e con poco da fare. Anche se i giri nella grande città sono frequenti in occasione di mostre, concerti ecc., è importante per lui continuare a stare lì anche per un discorso di concentrazione. Il suo ultimo album, Engravings, è stato inciso tutto all’aperto, in particolare vicino ad un fiume. “Ero stanco di comporre a casa in camera da letto al buio, e così ho pensato di cambiare scenario, mi sono poi reso conto che stare all’aria aperta ha cambiato completamente il mio approccio“. E la melodia, per uno che cresce vicino a Liverpool, come deve essere? Barnes parte da lontano: non è molto interessato alla pura musica d’ambiente o al noise. Non si sente un cantautore e non vuole scrivere canzoni, di sicuro però un certo livello d’attenzione nei suoni che ascolta e produce deve portare con sé un mood e dunque qualcosa di melodico (“Un portato dall’abitare vicino alla città natale dei Beatles, I guess so“).

Naturalmente la nostra chiacchierata, molto lineare ma non per questo fredda o di routine, finisce parlando del live: Matthew ha portato con sé un amico fraterno, un compaesano, rosso come lui ma con una folta barba. E’ il suo bassista, ma anche il suo compagno d’avventure. Alle loro spalle, durante lo show, ci saranno dei visual coordinati e ideati da Sam Wheel, sempre di Liverpool, video che sono stati creati specificatamente per le canzoni di Forest Swords e hanno richiesto quattro o cinque mesi di lavoro. La sincronia tra video e musica impone un set piuttosto strutturato che non lascia molto spazio all’improvvisazione, anche se i due amici garantiscono di poter dare il loro contributo originale all’esibizione.

Finito il concerto, proprio il giorno dopo, Forest Swords suonerà a Istanbul, in Turchia, all’interno di un festival stranamente molto brit con Zomby e Evian Christ. “Non corre buon sangue tra di loro“, gli diciamo “Non mi stupisco, Evian sui social è un autentico troll“, risponde sardonico il ragazzo, che dei suoi compagni d’etichetta, e dei producer del giro di questi eventi, sembra essere piuttosto informato. “A proposito, in Italia ti si vedrà per Ypsigrock vero?“. Barnes: “Yes mate, is gonna be amazing“.