Guida a Club to Club 2018

Non so perché, ma c’è il vago sentore che questo 2018 abbia portato più freschezza in ambito musicale più sul versante degli eventi che su quello strettamente riservato alle nuove proposte/uscite, almeno da un punto di vista di cambiamenti, chiusure di discorsi precedentemente affrontati (anche solo l’uscita con tutte e due i piedi dalla famigerata retromania teorizzata da Reynolds è un bell’affare) e di conseguenza l’avvio di nuovi processi di elaborazione e fruizione del music business e di tutto l’output creativo che comporta – in tal senso, l’abbattimento quasi totale delle dighe che separavano la terraferma (il pop mainstream di stampo prevalentemente “nero”) e il fitto arcipelago delle Avanguardie – con la “a” rigorosamente maiuscola, quasi a dover suggellare una certa autoreferenzialità e un che di accademico, enciclopedico, nel teorizzare e “catalogare” una categoria che, in fondo, è sempre stata abbastanza sfuggente.

In tal ambito, la diciottesima edizione del Club to Club si appresta ad iniziare con tutti i crismi dell’evento-clou della stagione invernale, ca va sans dire, ma soprattutto si lancia come testa di ponte di una ricerca circoscritta a quanto di buono prodotto in ambito “avant-”, dopo un’estate di sperimentazioni e prove generali con Viva Festival (la cui line-up ha sostanzialmente posto le basi su alcuni degli act principali che vedremo a Torino), senza però perdere il proprio connotato identitario di maggior rilievo, ovvero la devozione totale verso la club culture espressa su più livelli, sia da un punto di ricerca sonora che di identità etnica e (sub)culturale – negli ultimi anni il progetto Dance Salvario e i live alla Reggia di Venaria (che quest’anno si terranno nella serata conclusiva, post-festival diciamo, del 4 novembre) si oppongono come i volti di Giano Bifronte appartenenti a un’unica entità, che investe tanto su un apparato urbano e sul concetto atavico ma pur sempre affascinante di block party multietnico (S. Salvario, appunto), quanto su location generalmente non adibite a certe tipologie di manifestazioni (in questo discorso rientra largamente anche l’ex cantiere OGR, che però da anni – anche e soprattutto grazie a C2C – si è dato un gran da fare per rilanciarsi come spazio alternativo per la musica dal vivo nel capoluogo sabaudo). È necessario avere ben chiara questa mappa mentale, diciamo, per comprendere appieno cosa sia realmente Club to Club nel suo diciottesimo anno di età, e come abbia raggiunto questa ipotetica maturità (se ne parlava qualche mese fa anche del Primavera Sound) sintonizzando la propria sensibilità verso quella forma (specifica e indefinita al tempo stesso) di pop futuristico, con le parole di Sergio Ricciardone, uno dei deus-ex del festival, «l’avanguardia di oggi che modella il pop di domani».

Il Club to Club è in tal senso il festival che espone un’identità molto più forte rispetto a tutto il retroterra festivaliero dello stivale, perché è un festival tematico, quasi concettuale – non nel senso spocchioso del termine, con la sciarpa al collo diciamo, ma più a un livello che lega l’esperienza audio a quella visiva: quest’anno il concept-cardine  è “La luce al buio”, che come molti di voi sapranno prende spunto da un fatto accaduto nella scorsa edizione, l’omaggio che Nicolas Jaar ha voluto tributare a Franco Battiato (già presente nel 2014, come ricorderete) con il rework de “L’ombra della Luce”; una cosa formalmente molto emozionante, ma che oltre a un valore affettivo e a sottolineare la generosità spirituale di un grande del contemporaneo, come il produttore newyorchese, funge un po’ da uroboro, fornendo quella chiusura del cerchio che lega anni di fatiche ed esperimenti nell’accostare mondi non agli estremi ma tutto sommato lontani – esperimenti talvolta riusciti a metà, ma forse più per scarsa predisposizione del pubblico che per poco impegno degli organizzatori (mi vengono i mente gli Swans di un paio di edizioni fa) – e che ovviamente proietta il festival verso un nuovo ciclo, simbolicamente e non.

Così, se qualche anno fa era addirittura impensabile proporre certi accostamenti stilistici, da quest’anno avremo tanto di quell’apparato avant- di cui parlavamo prima (SOPHIE, Blood Orange, Yves Tumor) e la spina dorsale del clubbing d’èlite (Peggy Gou, Josey Rebelle, Avalon Emerson), accostati a entità enormi che ormai hanno valicato il concetto stesso di pop (Jamie xx, Aphex Twin), quanto materiale resistente e consolidato sul lato opposto – i Beach House, emblema di un certo modo d’intendere l’indie e l’alternativa nei 2000 (definito e identificato principalmente da Pitchfork), altre cose che stanno più o meno a metà del guado (serpentwithfeet, Courtesy) e strane creature apparentemente scollegate da tutto quest’apparato critico e culturale, ovvero i danesi Iceage, uno dei gruppi punk più brutali e schietti (sia a livello estetico che sonoro) dell’ultimo lustro almeno. Solo la defezione della svedese Fever Ray ha impedito che in un certo senso si completasse il quadro, ma ce ne faremo una ragione. Intanto, dopo questa profonda e sfiancante riflessione, vi premiamo con qualche consiglio utile su cosa vedere e perché.

Partiamo in ordine cronologico: non possiamo far finta di nulla di fronte a uno dei principali protagonisti dell’anno discografico che si appresta a concludersi, Call Super. Il producer britannico (al secolo Joseph Richmond Seaton) sarà l’attrazione principale della serata inaugurale alle OGR, e nella sua ultima fatica Arpo riassume un po’ quel concetto di ricerca e complementarietà di cui parlavamo poc’anzi, qui trasmutata in una ricerca molto pettinata e nondimeno solida, che lambisce le coste del jazz contemporaneo e di certe sonorità tropicali, ma solo abbozzate, come in un arazzo. A seguire, gli habituè del festival, il collettivo Gang of Ducks, che allarga di anno in anno la propria famiglia in un ponte ipotetico tra Berlino e Torino, sintomo di come un progetto praticamente nato in seno al festival stesso sia riuscito a stabilire un contatto tra la mecca assoluta della club culture europea e una città che fino a vent’anni fa non proponeva niente di neanche lontanamente accomunabile a certe istanze.

Il primo giorno al Lingotto si presenta già con un carniere di succulente proposte, a partire appunto dai grandi outsiders Iceage (qui la recensione dell’ultimo LP, Beyondless), i Beach House, Jamie xx e Peggy Gou tutti sul main stage, ma è Avalon Emerson la cosa che forse ci stuzzica di più in prospettiva. Techno accelerazionista tra gli Stati Uniti e Berlino, che si pone sempre come common ground e contemporaneamente punto d’arrivo, il tutto però bagnato da un immaginario vagamente ipnagogico (cosa che andava moltissimo 3-4 anni fa) e digital-psichedelico, forse anche new age (ascoltare il suo mix su NTS Radio per Sonos Berlin per credere). Ciò che ribolle sul CRACK Stage è però di tutt’altra pasta e se vogliamo ancor più intrigante. Due nomi su tutti: i giamaicani Equiknoxx della scuderia Demdike Stare (una garanzia) e Josey Rebelle, wonder girl delle classifiche di RA, forse la cosa più tradizionalmente clubbettara del lotto, sicuramente un treno se si tratta di far ballare la gente in pista – in tal senso, la interpreto un po’ come una sorta di erede spirituale di Black Madonna (meraviglioso il suo set nella precedente edizione), ma forse mi sbaglio. Occhio anche al bavarese Skee Mask (precedentemente noto come SCNTST), autore di una solidissima seconda prova lunga su Ilian Tapes – Compro è un album meraviglioso, mi ha ricordato a tratti un crocevia tra il primo Burial e qualcosa dei Boards of Canada; non è un album proprio immediato, ecco, ma provate a dargli una chance e buttateci l’orecchio.

Giungendo dunque alla serata del sabato, risulta quasi scontato mettersi a pontificare sulle doti e le qualità delle forze in atto, tutte o quasi pesi massimi della scena europea e internazionale: oltre al buon zio Richard, abbiamo infatti Leon Vynehall, che segna con il concept sull’immigrazione Nothing is Still un cambiamento radicale del suo percorso di ricerca, legandosi a un’impostazione library e imparentata a certe istanze della classica contemporanea (da Berio a Stockhausen) rimescolate e ripulite, per quanto l’idea stessa di concept suoni tutto sommato vetusta, molto anni Settanta e per questo virtualmente poco applicabile all’universo sonoro cui fa testo un autore profondamente radicato (questo sì, e adesso anche a livello tematico/testuale) nella contemporaneità come il buon Leon. Poi abbiamo il bristoliano Vessel, autore versatile il cui set verterà principalmente sull’interazione tra le sue stratificate architetture sonore e i visual dell’artista visivo Pedro Maia, il grande Alberto Ricca aka Bienoise, una delle punte di diamante del concetto di Italian New Wave su cui C2C ha investito molto nelle ultime edizioni, partendo da uno spunto lanciato da James Holden, e il portoghese Dj Nigga Fox, uno dei principali promotori di una nuova ondata di sonorità tropicali e legate al folclore di arcipelaghi remoti (come la kuduro, batida, tarraxinha e altre), cosa che lo ha portato direttamente nel roster di Warp con l’EP Crânio – senza dimenticarsi di Robin Fox, baluardo di Editions Mego, che si esibirà in via del tutto straordinaria alle OGR con una delle sue installazioni sonore.

Questo è quanto, e le aspettative per il nuovo Club to Club sono alle stelle: ci attendiamo uno spiraglio di luce nel buio desolante di una situazione musicale e culturale nostrana che va lentamente verso il degrado e l’impoverimento, ma che forse, guardando un po’ fuori dal suo recinto, può realmente cambiare.

29 ottobre 2018
29 ottobre 2018
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