Recensioni

Mès que un festival, parafrasando il celebre motto di una delle squadre di calcio più vincenti dell’ultimo decennio: il parallelismo calcistico farà storcere il naso a molti lettori, immagino, ma è ormai evidente come il Primavera Sound abbia conquistato il suo posto nel gotha delle rassegne europee, se non addirittura mondiali – e possiamo affermarlo con certezza, data la sempre crescente affluenza di spettatori d’Oltreoceano. E così, giunto al diciottesimo anno d’età, il festival catalano ha mostrato l’urgenza di emanciparsi dal percorso artistico e anche dai punti di forza delle passate edizioni, come scrivevamo nell’editoriale: dalla formula-ATP del gruppo che suona l’album per intero alla consueta abbondanza di nomi quasi dimenticati dati in pasto ai nostalgici, il Primavera si è dato una scrollata ed ha messo l’abito buono per il ballo di fine anno scolastico.
Il nuovo team creativo (stravolto dal deus ex machina Gabi Ruiz) si è mosso bene sui social, e anzi ha fatto proprio della comunicazione il suo punto di forza, molto di più riapetto agli anni passati; il Primavera è un festival che già dalla (criticatissima) line-up, si prende rischi ma trasuda certezza – confidence, come dicono gli americani. Ed è proprio da questo concetto che mi preme iniziare a parlare della grande festa appena trascorsa: perché il Primavera nel 2018 è proprio questo, più che un festival, una festa vera e propria, in cui la line-up è indubbiamente lo specchio emotivo e cerebrale di alcune scelte (oculatissime o scontate), ma dove, a bocce ferme, ciò che vale di più – per il primaverista incallito o il novizio – è l’esperienza. E da un punto di vista personale, l’edizione di quest’anno si gioca sul confronto di due entità sonore agli antipodi, ma che in un certo senso rappresentano l’anima dell’evento: se da una parte gli organizzatori non si sono scordati del tutto delle buone vecchie abitudini, andando comunque a pescare dal mazzo qualche nome di culto da un passato neanche troppo remoto, dall’altra si è deciso, come detto, di spingere ancora di più su nuove forze motrici e performers agli albori del proprio percorso.
Abbiamo avuto così i texani Lift to Experience del reverendo Josh T. Pearson in forma smagliante su un Primavera Stage “potenziato” (in quanto simile per struttura ai due palchi maggiori, il Seat e il Mango), di ritorno dopo anni d’inattività sui palchi europei e a quasi vent’anni dal loro primo e unico album The Texas-Jerusalem Crossroads, e gli esplosivi Confidence Man, pittoresco quartetto dance proveniente da Melbourne che ha infiammato la pista del Ray-Ban Stage nella consueta chiusura del venerdì, anticipando il set (anche questo meraviglioso) di The Black Madonna. I primi giocano in casa e incontrano i favori di un pubblico nostalgico ma anche curioso di capire come siano cambiate le cose in questi anni, e forse sono pure mossi da una certa, lieve nostalgia nel credere che prima o poi le teste brizzolate lasceranno spazio a un’audience più fresca e giovane, che inevitabilmente si lasci stregare da autentiche chicche al fulmicotone come quelle degli australiani; poi si assiste al battesimo del fuoco di web sensations come i Superorganism, collettivo pop londinese che ha proposto uno show coloratissimo e coinvolgente, con animali parlanti, ledwall interattivi e beat danzerecci, per la gioia di un folto pubblico accorso sotto il palco principale dell’ormai celebre “spiaggetta”, il Bacardì Live (imbarazzante come al solito il numero spropositato di partnership e sponsor legati alla rassegna, ma d’altronde, come potrebbero andare avanti?).
Il Primavera regala gioie immense nel vedere band stupirsi del coinvolgimento del pubblico, per quanto alcune constatazioni possano sembrare frasi di circostanza – da Matt Berninger dei The National che ammette con fermezza di fronte a più di ventimila persone che «questo è il festival migliore del mondo» alla giovanissima Orono dei sopracitati Superorganism che, nello stesso momento dall’altra parte del vasto Parc del Fòrum ci tiene a ripetere di star suonando di fronte al pubblico più vasto davanti a cui si siano mai esibiti. Quella zona remota e un tempo quasi trascurata del festival che prende il nome di Primavera Bits è il massimo emblema del progetto a lungo termine che Ruiz e Soler si erano prefissati di compiere, ovvero generare un festival nel festival, molti dicono per provare quantomeno a dar fastidio ai cugini del Sònar, altri sostengono per puro completismo e mania di grandezza. Ciò che conta è che il Bits ha funzionato meravigliosamente, divenendo forse l’attrazione più gradita dai nuovi avventori, e una piacevole sorpresa per i decani: si passa dai dj set mastodontici di Four Tet (il giovedì) e del sodale Floating Points (il venerdì, impegnato anche in un live solitario il giorno prima) al Xiringuito giù in spiaggia, di poco adiacente alle volte in bambù e tela del Desperados Club, volto a riproporre un mood ibizenco con grandi performances da parte di Seth Troxler e John Talabot (entrambi impegnati in “disco set”), di Dj Seinfield (svedese ma ormai catalano d’adozione) e soprattutto della coreana Peggy Gou, ma anche cose assolutamente legate alla sfera della performance concertistica pura, come il set freak e irrequieto di Panda Bear oppure il live ipnagogico e new age di un rinnovato Oneohtrix Point Never, accompagnato da due tastieristi e un percussionista per proporre in anteprima al pubblico europeo i brani del suono nuovo Age Of, terza uscita per Warp Records. L’etichetta di Sheffield è stata presente con un takeover il sabato sera (Gaika, Evian Christ e Yves Tumor i portabandiera, tra gli altri) in un nuovo spazio volto a replicare l’esperienza da Boiler Room, il Warehouse, unica venue al chiuso del festival – sita laddove era presente il “vecchio” Hidden Stage, quest’anno celebrato con un palco estremamente scenografico a ridosso della collinetta del Primavera Stage. L’elettronica vince, ed è presente a più latitudini.
Sebbene (a dispetto dei dubbi e delle assenze di nomi che secondo molti non avrebbero certo sfigurato nel cartèl di quest’anno) la rappresentanza old school fosse comunque significativa e di alto livello (da Nick Cave al dj set di Mike D, passando per gli Oblivians e i consueti Shellac, impegnati in un live a sorpresa nell’apertura del terzo giorno), e gli headliner fossero più che mai legati alle sfere alte della popular music (Lorde, la svedese Lykke Li oppure i trentamila e passa spettatori per degli Arctic Monkeys, da quanto mi dicono, tutt’altro che coinvolgenti), i veri vincitori morali sono state le nuove leve, come sempre spinte e promosse dalle esibizioni del Day Pro al CCCB (il centro di arti contemporanee) e il suo corrispettivo notturno al Fòrum (da segnalare in tal senso le presenze dei nostrani Populous e Any Other), ma anche consacrate su palchi più importanti: dalla prima volta in Spagna dei californiani The Internet, collettivo losangelino legato al soul e derivati, per arrivare all’affollatissimo e atteso set del talentuoso Yellow Days o del newyorchese Nick Hakim, entrambi per la prima volta al Primavera Sound ed entrambi esibitisi sul piccolo Adidas Originals Stage, che come scrivevamo nell’editoriale è un coacervo di nuove scoperte e piccole grandi soddisfazioni – farsi un sabato sera a Barcellona con uno dei gruppi black metal più cazzuti e cattivi in circolazione (Watain)? Fatto. Pogare violentemente con il cantante della punk band più lanciata e forte della scena britannica al momento (Idles), e intonare con lui e un migliaio di altri scappati di casa All I want for Christmas is You? Fatto.
Oppure assistere alla performance coriacea e intensissima di un Cesare Basile in stato di grazia, che ha raccolto un pubblico disparato a dispetto dell’ammutinamento italiota dello scorso anno con Iosonouncane – stesso slot, stesso giorno, identico palco. È rassicurante pensare che si può far affidamento su stage del genere, soprattutto nell’anno in cui il tanto ammirato Auditori Rockdelux era disponibile solo il giovedì (con gli Art Ensemble of Chicago) e nella giornata inaugurale, di cui parlerò giusto il minimo per non aggiungere niente di superfluo e/o inopportuno circa il meraviglioso concerto, ma che dico, rito collettivo degli Spiritualized con orchestra e cori. Tornando ai nomi nuovi, però, meritano un occhio (anzi, un orecchio) di riguardo i giovani barcellonesi Holy Bouncer, tra i pochi della rappresentanza psych-freak di quest’anno (assieme a un Ariel Pink in stato di grazia assoluta, va ammesso, e pochi altri), nonché i primi in assoluto ad esibirsi sul Primavera Stage il mercoledì di fronte a un’audience che ha beneficiato dell’ingresso gratuito, consuetudine del pre-festival: i cinque giocavano in casa, ma mai come quest’anno Ruiz e soci hanno gestito la spinosa questione (almeno in patria) del poco spazio concesso ai performer spagnoli: ogni giorno un headliner iberico ad aprire le danze sui due palchi principali (dalle super-hip Hinds all’idolo nineties Christina Rosenvinge), poi il set a sorpresa dei Los Planetas (gruppo di culto alternative spagnolo), il ritorno in terra catalana del basco Fermin Muguruza la domenica al CCCB (attivista politico al centro di diversi guai diplomatici, in quanto affiliato all’ETA), nonché quella che in molti definiscono la sacra triade della trap latina: Bad Gyal, Yung Beef e C. Tangana.
Questo fatto ci porta a considerare la declinazione più smaccatamente pop del Primavera Sound, che quest’anno come detto ha spinto molto sui performer legati alla sfera hip hop/trap: è il sound del momento ed è impossibile negarlo, anche di fronte a un Tyler, the Creator piuttosto moscio e deludente, il cui set affollatissimo si concentra più sulle morbidezze romantiche e soul dell’ultimo Flower Boy, che sulle bangers di Cherry Bomb (da cui estrae la sola DEATHCAMP) e Wolf. È invece facilissimo apprezzarne l’esplosività quando ci si trova di fronte a un Vince Staples che vince a mani basse il giovedì, o a un A$AP Rocky che chiude il sabato tra coriandoli e fuochi d’artificio con medley dei suoi successi più clamorosi (da Yamborghini High all’ultima A$AP Forever), anche se pure quest’anno Gabi e i suoi si mangiano forte le mani per l’ennesimo forfait all’ultimo minuto: l’anno scorso toccò a un paranoico e preziosissimo Frank Ocean, quest’anno sono i Migos che, stando alle cronache, hanno perso il volo per Barcellona (sostituiti poi al volo dall’aficionado Skepta, già presente lo scorso anno).
La morale è che qualsiasi volto manifesti, qualsiasi sfaccettatura si preoccupi di mostrarci, e qualsivoglia artista/lineup/direzione artistica decida di proporci, il Primavera è comunque un’esperienza da vivere e in cui credere, sempre: come direbbe il buon Dj Coco, don’t stop believin’.
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