Un imponderabile classico

La prima volta che ho sentito Mark Lanegan dal vivo è stata il 13 novembre 2004, al Velvet di Rimini. Ricordo bene quel giorno, perché è stato l’avvenimento che ha segnato tutto il mio successivo percorso di ascoltatrice e appassionata di musica, ma potrei esagerare e dire che è stato un momento fondamentale anche sotto altri punti di vista. È stato principalmente dopo quell’incontro che mi sono decisa ­- a prescindere dagli esiti – a scrivere di musica. Insomma, se non fosse stato per Mark Lanegan molto probabilmente adesso non mi ritroverei a scrivere questo articolo, ripensando a come, quando e perché quest’uomo si è imbattuto nel mio cammino, stravolgendo non solo tutto quello che pensavo di sapere, ma anche tutto quello che credevo di amare della musica. Certo, so di non essere l’unica: chi predilige l’arte del suono, prima o poi trova la propria fede, il culto e feticcio da onorare in maniera totalizzante e imprescindibile, un credo che molto spesso ci accompagna per il resto della vita. Io ho trovato Mark Lanegan, avevo 17 anni. Quasi dieci anni dopo, ho smesso le vesti di ammiratrice per calarmi nel ruolo più serio e distaccato della giornalista, tralasciando amore e stima incondizionati per cercare di conoscere l’uomo dentro al personaggio, per andare oltre il mito, provando ad analizzare più da vicino un musicista la cui figura ha assunto contorni quasi da leggenda.

Did you call for the night porter?

Ma torniamo indietro a quella sera. Avevo 17 anni, come ho detto, e per chi, come me, era cresciuto con i Nirvana nelle orecchie (anche se con uno scarto generazionale di circa dieci anni), gli Screaming Trees erano notoriamente uno dei nomi più importanti in quell’enorme babele etichettata in fretta e furia come grunge, ma che solo diversi anni dopo sarebbe stata riconosciuta come il suono Sub Pop. Io non avevo mai badato troppo al mix tra psych, garage e rock del gruppo, tanto meno mi ero mai fermata ad ascoltare davvero quella voce. Peccavo di ignoranza giovanile, e ingenuamente consideravo Lanegan soltanto come una vecchia gloria di quella scena. Un sopravvissuto, in altre parole. Sapevo che si trattava di una figura umorale e umbratile, ma all’epoca c’era una marea di personaggi che trovavo infinitamente più interessante, anche se senza una ragione particolare: Layne Staley, morto un paio di anni prima, faceva parte della pura mitologia rock (allo stesso modo di Cobain), Dave Grohl era già una star del mainstream, mentre Andrew Wood rappresentava un passato lontano e tutto da scoprire. Le sole cose che sapevo di Lanegan, invece, erano che era vivo e vegeto, e con una lunga carriera solista alle spalle, peraltro consolidata da anni: a posteriori, posso dire che in quell’epoca la sua storia, ancora prima della musica, non aveva colpito abbastanza la mia immaginazione di adolescente. Ne sapevo ancora troppo poco, ma quanto bastava per capire che l’invito ad andare ad un suo live era un’offerta che non potevo proprio rifiutare.

Di una cosa, infatti, mi ero resa conto perfettamente. Di lì a qualche ora avrei visto uno dei mostri sacri della storia rock alternativo, ed era certo un’occasione che non volevo lasciarmi sfuggire. Ricordo di aver pensato: “incredibile, sto andando a vedere il concerto di uno che era amico di Kurt Cobain!”, e già questo, nel mio immaginario di diciassettenne, mi pareva elettrizzante. Ancora, però, non sapevo cosa sarebbe successo poco dopo. In questi anni, sono tornata spesso con la mente a quella serata, ricavandone considerazioni che anche adesso trovo appropriate per la mia doppia condizione di ascoltatrice e redattrice. Innanzitutto, la consapevolezza che quel live ha rappresentato una rottura, facendomi ripensare a tutto il mio modo di vivere la fruizione musicale e, soprattutto, all’importanza che questa aveva avuto su di me fino a quel momento. In secondo luogo, ho capito che in certi casi la distanza tra palco e platea rimane incolmabile. Si tratta di un piccolo abisso che, a causa dei rispettivi ruoli, nessuno può o vuole superare: il cuore prevale sulla lucidità, la leggenda oscura il reale, ed è così che ognuno edifica l’altare del suo idolo personale. Quando ho finalmente avuto l’occasione di incontrare e intervistare l’uomo che ho ascoltato, adorato e seguito incessantemente per tutti questi anni, mi sono ritrovata in bilico, indecisa tra l’abbandono totale e quasi auto-distruttivo che conduce all’idea per così tanto tempo vagheggiata, e la razionalità, che ti spinge invece a renderti conto che, in fin dei conti, l’intervista che farai sarà come tutte le altre, solo – in cuor tuo – un po’ speciale.

A shanty man’s life 

A Lanegan non è mai interessato nulla di cosa il pubblico, i giornalisti, i critici – o chiunque, in generale, possa gravitare intorno a tutto quello che riguarda la sua musica – pensino di lui. È sempre stato così, e dobbiamo farcene una ragione. Basta guardare un video intitolato programmaticamente Mark Lanegan Goes Crazy, girato al festival di Roskilde nel 1992, in cui durante l’esibizione, Mark perde la testa, comincia a inveire contro tutti i presenti, ed infine si scaglia contro i tecnici del palco, minacciandoli con un’enorme cassa stereo. Tralasciando i particolari e volendo trovare tutte le scusanti del caso (l’abuso di droga, gli screzi con la band, e pure il periodo storico, quello relativamente commerciale degli Screaming Trees, ovvero il dopo Sweet Oblivion), sulle prime è difficile convincersi che quello sia l’impassibile e inamovibile crooner a cui siamo abituati, l’uomo in nero che concede solo un impercettibile thank you a fine show. Nel corso della nostra breve chiacchierata, abbiamo chiesto quale fosse il legame che unisce la sua discografia alla musica folk oltre al blues e al rock, un aspetto fondamentale, visto e considerato che stiamo parlando di uno che rimane prima di tutto un cantautore, o meglio, un songwriter profondamente immerso nella tradizione americana. “Non mi importa nulla di sapere cosa lega la mia musica ad altra musica” ci ha detto, “trovare legami è compito di chi studia questo genere di cose. Io sono solo uno che scrive canzoni, non mi interessa analizzarle”. Che è proprio quello che fanno i giornalisti, abbiamo chiosato. Lui ha riso, finalmente, e noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo: “Sì, esatto. Non volevo dirlo io ma lo hai fatto tu…”.

Ecco dunque un perfetto esempio del Lanegan-pensiero: tirare avanti per la propria strada, incurante di chi o cosa possa mettersi in mezzo, senza domandarsi cosa potremo pensare noi comuni mortali di quello che le sue canzoni lasceranno dopo di lui. Una prospettiva indispensabile per capire la storia del musicista di Ellensburg, ma anche per cercare di ricostruire un racconto che comincia da lontano, quando il Nostro era ancora un ventenne problematico, con la passione tanto per il punk quanto per il Blues del Delta. Le collaborazioni che si sono susseguite negli ultimi anni (e ce ne sono state moltissime, impossibile elencarle tutte), sono da inserire in quest’ottica, ponendosi prima di tutto una domanda: come può un uomo così schivo e riservato, del tutto disinteressato agli ingranaggi e alle dinamiche che muovono il mercato discografico, riuscire ogni volta a calarsi in situazioni musicali così distanti da lui? A voler mettere insieme una breve cronologia dei contributi che ci sono stati dal 1987 in poi, basterebbe citare solo qualche nome per evidenziare come Lanegan si sia sempre trovato nel posto giusto al momento giusto, e di come abbia saputo selezionare e dosare la propria presenza nei progetti più disparati. Dai Mad Season ai Twilight Singers dell’amico Greg Dulli, passando per Soulsavers, Moby e UNKLE, finendo poi con Queens Of The Stone Age e Isobel Campbell, quello che colpisce è la sorprendente spontaneità con cui si è sempre mosso in territori apparentemente lontani da lui, spaziando dallo stoner al trip hop, dal blues al country-folk: “Credo di essere in sintonia con tutto quello che mi piace. Mi piacciono alcune canzoni folk, mi piace la musica elettronica, mi piacciono cose che io non canto affatto. Tutto quello che gli altri dicono sul rock o sul blues non mi tocca minimamente”.

Remember that old song we heard when we were young

Arrivati a questo punto, è bene ricordare una tappa coincisa con un periodo di silenzio della Mark Lanegan Band, ovvero la collaborazione con l’ex Belle And Sebastian Isobel Campbell. Una parentesi inserita nella lunga pausa intercorsa tra Bubblegum e Blues Funeral, e non più l’ennesimo mordi e fuggi tra i tanti progetti, bensì una pietra miliare nel percorso dell’ex Screaming Trees. Tre album in quattro anni (con relativi tour in Nord America ed Europa) scritti e arrangiati per intero dalla Campbell, nei quali il contributo di Lanegan si è limitato alla voce e alla scrittura di una manciata di pezzi, ma che hanno rappresentato di fatto una svolta fondamentale. Non deve affatto stupire che il sodalizio con la violoncellista scozzese si sia concretizzato a tutti gli effetti – e fin dalla prima, splendida, uscita Ballad Of The Broken Seas, del 2006 – come una nuova carriera nel periodo post-Bubblegum, potremmo anzi considerarla come la naturale conseguenza dopo anni di lotte e inquietudini. Sconfitti presumibilmente per sempre i propri fantasmi, Mark appare come un uomo nuovo, addomesticato dal candido fascino di Isobel, credibilissimo e completamente a suo agio nei nuovi panni di cantastorie. Certo, rimane ancora il personaggio oscuro e cavernoso di sempre: il baritono nero e profondo che tutti conosciamo, tenuemente contrapposto al fragile sussurro di lei, per una strana e azzeccatissima coppia che è riuscita a reinventarsi come ultimo esempio di duetto tra lei e lui, pur rimanendo saldamente legata ai canoni di riferimento. Un gioco magicamente diviso tra maschile e femminile, un languido rincorrersi tra sguardi e voci in opposizione, che ci ha restituito un Lanegan magnificamente inserito in un filone di lunga e proficua memoria, che parte da Nancy Sinatra e Lee Hazelwood per arrivare a PJ Harvey e Nick Cave. Un’altra trasformazione che ci porta indietro nel tempo, a quel folk-blues acido e maledetto che ha segnato gli esordi di una personalità ancora tutta in divenire.

Get me out it’s starting to burn

Nel 1989 il giovane Mark è ancora soltanto il frontman di una band indipendente –  con all’attivo quattro album di discreto successo all’interno del circuito underground -, orientata per lo più a sonorità hard e psych rock. Frontman suo malgrado, non ancora abituato a quella voce così ingombrante per un ragazzo di poco più di vent’anni, che si limita a urlare le parole delle canzoni direttamente sul microfono. Insicurezza, dipendenze, un gelido ma quanto mai vivo Nord-Ovest americano a fare da sfondo: qui nasce The Winding Sheet, debutto solista del 1990 – pubblicato con l’onnipresente SubPop – e indiscusso capolavoro di quei neonati anni ‘90. Un disco che ha influenzato un’intera generazione di cantautori ma anche rockstar come il già citato Cobain (che vi partecipò assieme a Krist Novoselic), che non a caso lo indicò come fonte di ispirazione per l’MTV Unplugged In New York.

La genesi di The Winding Sheet è nota. In crisi di identità con le atmosfere punk/garage della band madre, Lanegan, da sempre amante e cultore dell’old blues di Leadbelly e Blind Willy McTell così come del country/folk più antico e oscuro, aveva registrato solo alcuni dei brani che sarebbero poi finiti sul disco. Non ancora convinto di voler abbandonare, anche se solo temporaneamente, i compagni di gruppo, e soprattutto molto reticente nel mostrare un lato fino a quel momento inedito (quello del cantautore), il Nostro aspetta di incontrare il produttore e co-autore Mike Johnson prima di decidersi a entrare in studio per registrare i tredici brani dell’album. Canzoni che per prime hanno raccontato l’essenza del suo viaggio solista, divise tra reminiscenze hard rock, in pezzi come Down In The Dark o Where Did You Sleep Last Night, e brume di blues fumoso, in veri e propri manifesti quali Mockingbirds o Eyes Of A Child. Altrove, è l’anima folk a stendersi addosso quel sudario a cui allude il titolo, lo spirito errante di una voce che riesce a buttar fuori la propria urgenza di vita anche nella quiete sgraziata di Wild Flowers o nella scarna ninna nanna di I Love You Little Girl. The Winding Sheet è un album di nascita, in cui celebrare l’arrivo del nuovo Lanegan, quello che percorrerà da solo due decadi di storia della musica, nonché preludio del testamento blues per eccellenza, Whiskey For The Holy Ghost.

Back where the darkness comes, between the earth and skies above

Quello che sarebbe stato, quattro anni dopo, il successore di The Winding Sheet, sembra in qualche modo già scritto, come se qualcuno avesse tracciato il sentiero dell’uomo sovrapponendolo a quello del musicista, marchiando a fuoco una voce che, da lì in poi, avrebbe cantato – e vissuto – storie di ascesa e caduta, peccato e redenzione. Lanegan si rivela un prescelto dai fantasmi del blues, e forse se ne rende conto anche lui, visto che decide di intitolare il suo secondo album Whiskey For The Holy Ghost. Un lavoro che mette insieme tutti gli elementi della sua poetica, sintetizzandoli in quella copertina, specchio di uno spirito perennemente in bilico tra sacro e profano, ansioso di redimersi ma maledettamente attratto dalle proprie oscurità. Una Bibbia, un posacenere stracolmo, una bottiglia di whisky, a celebrare un rituale pagano e profondo, quello della discesa negli inferi del proprio io.

Ancora su Sub Pop, Whiskey For The Holy Ghost esce il 18 gennaio 1994, e segna il punto di non ritorno nella carriera del cantante. Se nonostante la sua acerba bellezza, The Winding Sheet dimostrava ancora i dubbi di una personalità non ancora del tutto a fuoco, quasi timida nel confrontarsi con i propri miti, il secondo album mescola con straordinaria disinvoltura rimandi ed influenze, a cui si contrappone una scrittura ormai matura, in cui è la voce a tessere le intensissime atmosfere dell’album. Brani debitori in tutto e per tutto ai traditional americani, capaci, sempre attraverso quella voce, di calare l’ascoltatore nelle pieghe di un animo tormentato, confuso e annebbiato dagli eccessi, ma in grado di addentrarsi con sorprendente lucidità nei buchi neri dell’io, così come di riconnettersi alle proprie radici, quelle di un’America sospesa nel tempo, luogo di mistero e solitudine. Scenario perfetto di canzoni come Kingdoms of Rain o Carnival, esempi di quel country e folk secolari a cui fanno eco gli abissi emotivi di Borracho o Beggar’s Blues.

Brindare coi demoni, danzare con loro sopra il cadavere della propria anima in una bettola all’Inferno. Questo sarà Lanegan per molto tempo ancora, ovvero l’ombra di sé stesso, in grado di curare le proprie ferite solo grazie alla forza arcana e rigeneratrice di un canto antico quanto l’uomo.

I build a shrine, I set a monument, because you’re fire, because you’re a fire escape

I sentieri battuti dopo Whiskey For The Holy Ghost appartengono alla storia più o meno recente, e raccontano una parabola musicale e umana in perenne – anche se spesso difficoltosa – risalita. La prima immagine che torna alla mente di Lanegan sul palco ce lo raffigura immobile, vestito rigorosamente di nero, con l’immancabile sigaretta accesa sopra l’asta del microfono e i numerosi tatuaggi a ravvivare un’immagine altrimenti immutabile. Quel Lanegan, tuttavia, è ancora diverso da quello di adesso. Dopo l’atteso ritorno a firma Mark Lanegan Band lo scorso anno con Blues Funeral, in cui il Nostro ha voluto celebrare il suo insospettabile amore per l’elettronica, sono stati pubblicati altri due album a suo nome: il primo, Black Pudding, registrato assieme all’amico Duke Garwood, ma soprattutto Imitations, disco di cover che arriva a quattordici anni di distanza da quel capolavoro che fu I’ll Take Care Of You. Stavolta, però, non si è trattato di un omaggio a numi tutelari e spiriti affini quali Jeffrey Lee Pierce o Tim Hardin: con Imitations assistiamo all’ultima metamorfosi, quella di un musicista ancora legato ai maestri dei tempi che furono ma nel medesimo istante amante e conoscitore della musica del suo tempo. Così, accanto a Frank e Nancy Sinatra, troviamo Chelsea Wolfe e Nick Cave, John Cale e la chanson francese. Una selezione insolita, che il diretto interessato ci ha spiegato in poche parole: “avrei voluto registrare queste canzoni già da molto tempo. Mi sono detto: mi prenderò cura di questo album, lo riempirò a poco a poco, e un giorno farò un disco con brani di questo genere. Quando ho registrato I’ll Take Care Of You mi sono dedicato al blues, al folk, al soul, ma anche a gruppi contemporanei come The Gun Club e Leaving Trains. Metto insieme cose differenti, questo è il mio modo di fare un disco. Scrivo canzoni, e se poi mi suonano bene insieme, le metto insieme”. Quello che magari non ci aspettavamo è la release, prevista per gennaio, di Has God Seen My Shadow?, antologia composta da venti brani che riassumono quindici anni di carriera, dall’esordio a Bubblegum, e da un secondo disco contenente inediti e rarità: si tratta del primo best-of a suo nome, e non è difficile immaginare che la scelta di pubblicarlo non sia stata sua. “In effetti non l’ho deciso io, è stata la casa discografica a volerlo fare. Me l’hanno proposto in un momento in cui le antologie andavano di moda e così ho detto di sì, perché no. Sapevo che avremmo fatto un buon lavoro. La casa discografica ha scelto molte canzoni, io poi ho corretto la lista togliendo quelle che non mi piacevano. È quello che fa un’antologia. Attraversa un periodo di tempo”.

L’intervista sta per finire, e nonostante il tour manager ci abbia concesso circa mezz’ora, dopo una decina di minuti abbiamo esaurito le domande. Ringraziamo e ce ne andiamo, guadagnandoci un sardonico “it’s a pleasure, it’s a pleasure…”. Muto e imperturbabile, Lanegan è lo stesso che vediamo sul palco, un personaggio che non ama dare spiegazioni, né tantomeno parlare di sé. Nel corso degli anni e dei numerosi concerti a cui abbiamo assistito, quest’uomo torreggiante e monolitico non si è mai mostrato diverso da quello che è, e lo dimostrerà anche qualche ora dopo, durante il concerto al Teatro Duse di Bologna. Inutile parlare della performance vocale impeccabile, o dell’atmosfera suggestiva di una location perfetta per l’occasione. È interessante invece notare cosa sia cambiato da quel freddo novembre di nove anni fa ad ora, e la risposta è: niente. Qualche tatuaggio e qualche anno in più, gli stessi abiti scuri, la stessa posa statica e l’espressione indecifrabile. Mark Lanegan che continua a fare Mark Lanegan. Non è cambiato nemmeno il pubblico, pronto a seguirlo ovunque e ad ascoltare attentamente ogni parola, osservando quasi avidamente il più piccolo gesto, come per assicurarsi che quello che sta vedendo sul palco sia davvero un uomo in carne ed ossa, e non la proiezione di una delle ultime rockstar viventi, ascesa all’Olimpo di quei grandi e maledetti maestri di cui si è fatto portavoce ed erede. Finito lo show, concluso con il classico degli Screaming Trees Halo Of Ashes, ripensiamo alle parole dell’intervista. Avevamo chiesto cosa lo avesse spinto ad inserire nella raccolta un archetipo della tradizione folk anni ’60 come Blues Run The Game di Jackson C. Frank, un oscuro e misconosciuto folksinger americano che nessuno meglio di lui avrebbe potuto omaggiare: “Non c’è nessuna ragione particolare. Non mi chiedo mai da dove derivi una canzone che mi piace, né cosa significhi. Sono solo grato che esista”. Molto probabilmente, è la stessa gratitudine che quella sera ha riunito in sala il folto pubblico accorso al Duse, venuto per celebrare ancora una volta la stella di un imponderabile classico.

16 Dicembre 2013
16 Dicembre 2013
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