Conflitti – Intervista a Owen Pallett
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Teresa Greco
- 23 Giugno 2014
Una lunga e illuminante chiacchierata con Owen Pallett: il senso del nuovo disco In Conflict, un processo di maturazione avvenuta e di riappropriazione dell’io finora nascosto abilmente dietro i tanti “personaggi” a cui il violinista e autore canadese aveva dato vita nei suoi album. Ora si sente maggiormente sicuro, rivelando di più su se stesso. L’ultimo album non è del tutto autobiografico ma vi si avvicina molto, ponendo finalmente l’autore al centro delle canzoni. La lunga gestazione del disco (a cui ha partecipato Brian Eno, soprattutto ai cori), le tematiche, il processo creativo, gli arrangiamenti, i testi, le ispirazioni, i conflitti con se stesso, l’identità e molto altro. Molta melodia, una drammaticità non retorica e tanta sincerità stanno dietro a un album compiuto.
In Conflict ha avuto una lunga gestazione. Ce ne puoi parlare?
Sì, è stato molto difficile, ha richiesto un bel po’ di tempo, circa due anni tra una cosa e l’altra, direi un sette mesi di lavoro… troppo! (ride, ndSA)
E’ stato difficile, in termini di testi o di lavoro sugli arrangiamenti per la musica che avevi in mente?
Da parte mia, gli arrangiamenti arrivano in modo abbastanza veloce e le canzoni stesse sono state scritte piuttosto rapidamente; la difficoltà è di solito capire come non verrà un pezzo, confrontandolo con il come verrà fuori, perché ho una concezione molto datata e stupida, nel senso che voglio che la musica risulti nuova, come qualcosa che avrei voglia di sentire. Se viene fuori qualcosa che suona troppo hard rock o house ’90 o simili, allora devo ricominciare.
Oltre ai synth, quali altri strumenti sono stati utilizzati nel disco?
Ho usato un solo sintetizzatore, l’Arp 2600, il vecchio synth del 1971. L’album è quasi per intero prodotto con l’Arp, niente drum machine, fatto molto in modo artigianale. Ho altri synth, ma ho iniziato a usare questo per ogni cosa che faccio.
Anche Brian Eno ha usato l’Arp? Che cosa ha fatto di preciso in In Conflict?
Ha suonato alcune piccole parti di chitarra nella title track, nel terzo verso si può sentire una chitarra che entra. Ha suonato un po’ di synth in The Riverbed, che non si sente a meno che non si tolga, e allora si avverte che il pezzo suona male. La canzone non andava bene ritmicamente e Brian ha aggiunto questo synth molto sottile, che ha fatto sì che il pezzo andasse molto bene ritmicamente. A parte questo, per la maggior parte ha cantato i backing vocal, in cinque pezzi. Gli ho mandato le tracce e lui le ha registrate a Londra, non eravamo precisamente nello stesso studio; ci siamo incontrati parecchie volte di persona, anche se perlopiù siamo mail friends (ride, ndSA).
Rispetto al penultimo album, Heartland, che differenze ci sono nei testi?
In quest’ultimo ci sono differenze, perché la maggior parte dei testi non è fiction, anche se non direi che sono testi autobiografici, pur arrivando comunque dalle mie esperienze. La stessa cosa era vera anche per gli album precedenti, ma qui non descrivo ciò che accade come se fosse successo ad altre persone, ma come se accadesse a me. In pratica ho messo me stesso nel mio disco. E’ come se fossi sia lo scrittore che la star! (ride, ndSA). Suona piuttosto sciocco dirlo, ma è stato differente il processo: parlare della mia vita e mettermi come protagonista.
Ho letto i testi, sono molto poetici e anche molto diretti, hai persino citato il tuo nome un paio di volte…
Esatto, ma anche nei dischi non autobiografici usavo citare il mio nome, è una sorta di accenno a Jonathan Richman.
Jonathan Richman ti ha in qualche modo influenzato? Non ha un approccio molto diverso dal tuo?
No, non credo che il suo approccio sia molto diverso dal mio, abbiamo molto in comune; non tanto da una prospettiva sonora, quanto dal punto di vista politico, veniamo dallo stesso ambiente.
Quando ho ascoltato l’album per la prima volta mi è venuto in mente Rufus Wainwright…
E’ complicato parlare di musicisti a cui la propria musica assomiglia; vengo spesso paragonato a Rufus Wainwright, Andrew Bird è un altro nome che si fa. Li conosco e sono molto, molto diversi da me, sia come motivazioni che come contenuti. Mi piacciono e mi piace la loro musica, ma quando faccio un disco e scrivo canzoni, non ho niente in comune con loro e se sento che certe volte la mia musica inizia a suonare come la loro, cerco di allontanarmene. Non è una mancanza di rispetto nei loro confronti, sono un grande fan di Rufus, The Art Teacher credo sia una delle più belle canzoni che abbia mai sentito, e rispetto moltissimo Andrew come musicista, è un favoloso violinista. Non sono però le persone più vicine a me; per esempio, quando si pensa a Jonathan Richman, non vengono in mente i violini, ma esiste una più profonda motivazione che lo guida e che mi guida, non lo conosco, probabilmente siamo molto diversi, ma esistono alcuni musicisti nel mondo a cui mi sento molto vicino, anche se la loro musica viene da posti diversi.
Hai lavorato con John Darnielle dei Mountain Goats tempo fa. Ha qualcosa a che fare con In Conflict?
John non ha effettivamente collaborato al disco, abbiamo lavorato insieme su materiale dei Mountain Goats, non ha mai lavorato sulla mia musica. Ha ispirato comunque enormemente questo disco dall’inizio, perché subito dopo aver scritto Heartland e prima che uscisse, sto parlando del 2009, stavo cercando di scrivere nuovi pezzi, ma non ero sicuro di volerli collocare in un mondo di finzione, con questi personaggi fittizi. Non sapevo cosa avrei scritto di lì a poco, avevo un sacco di idee e le stavo provando. Una delle cose su cui stavo lavorando, consisteva nel descrivere situazioni accadute nella mia vita, sono stato ispirato molto dai Mountain Goats perché avevo visto come funzionava con Darnielle, mentre ero in tour con lui. Lui ha trasformato situazioni successe in quel momento in tour in una canzone, e nello stesso modo ho cercato di fare io. Ma non funzionava veramente. Due pezzi del disco, Infernal Fantasy e Soldier’s Rock, erano due canzoni tra le prime scritte, anche se largamente trasformate, ma Soldier’s Rock e Infernal Fantasy sono entrambe canzoni su storie d’amore che ho avuto da teenager e sono nate da questo processo. John è stato sempre molto influente, è un carissimo amico tra l’altro.
Hai detto poco fa che arrangiare una canzone, creare un’atmosfera, ti viene molto facile. E’ sempre stato così?
No, ero molto lento, poi sono diventato molto veloce. Lavorando man mano sono diventato più svelto, riesco ad arrangiare un pezzo per orchestra in un giorno. Posso farne anche due al giorno. Ma Nico Muhly è più rapido di me, ne può fare tre al giorno (ride, ndSA). Non ho veramente problemi a essere veloce in tal senso. Non mi mancano le idee melodiche, posso fondamentalmente sedermi al piano e fare grandi cose. La cosa più difficile, poi, è terminare i testi e, come dicevo prima, la produzione, immaginare come registrare. Se facessi album per solo piano, ne potrei probabilmente fare tre o quattro all’anno, ma nessuno vorrebbe sentirli, non sarebbero granché (ride, ndSA).
Quindi è questo il modo in cui componi, al piano?
Certo, ho tanti demo dove suono il piano mentre canto testi inventati, o apro un libro e canto le parole mentre suono il piano, mi vengono fuori grandi idee in questo modo.
Qual è la canzone più autobiografica del disco?
E’ abbastanza difficile da dire, perché sento che ci sono due livelli di autobiografia in In Conflict. Una è rappresentata da Soldier’s Rock, molto autobiografica, non ci sono bugie. Ma nello stesso tempo, credo non sia molto illuminante. Non credo sia un pezzo che abbia molto da dire. Ne sono molto soddisfatto, ma perché penso che sia molto vicina alle mie esperienze; mi chiedo se qualcuno possa ricavarne qualcosa, come se ci fosse una sorta di sentimento universale. La prima canzone invece, I Am Not Afraid, è la meno immaginaria, la più teoretica, e so che la gente ha avuto una reazione molto emotiva con questa canzone. Con questa, hanno ritrovato molto della loro esperienza. Quindi è un po’ come se ci fossero canzoni più autobiografiche e altre con un più profondo significato.
Sei un fan di Games Of Thrones?
Sì molto!
Le serie TV ti hanno ispirato nel fare musica?
No, nel senso che Games Of Thrones è un fantasy ad ampio respiro, che deriva da molte fonti mitologiche, che musicalmente sono generiche, per cui lo sarebbero anche la mia musica e le mie ispirazioni. Invece la mia primaria influenza fantasy è in effetti H. P. Lovecraft. Lovecraft è stato una grande influenza per Heartland e continua ad ispirarmi. Ho letto molto di lui e molto su di lui. Spero di cogliere una sorta di mitologia stratificata di cui lui tratta, il modo in cui fa sempre riferimento a libri che non sono stati scritti. Un’altra mia ispirazione è la numerologia, sono presenti molti riferimenti numerologici in questo disco e in altri, per esempio In Conflict ha molto a che fare con il numero 7. Ci sono molte canzoni in settima, molte strutture compositive costruite attorno agli stessi principi che Béla Bartok usava per creare le strutture delle canzoni, con certe simmetrie. Ma preferisco non addentrarmi troppo in questo, la gente penserebbe che sono più esoterico di quanto in realtà sia (ride, ndSA).
Hai mai suonato qualcosa con la sequenza di Fibonacci?
(ride, ndSA). No, non che io sappia. Credo che la relazione tra le teorie matematiche e la musica classica contemporanea sia molto interessante; i miei giochi matematici, in quel che compongo, sono molto più semplici. Per esempio, c’è un gioco in Song For Five & Six. La canzone comincia con un accordo di quinta che va in sesta ma entrambe le alterazioni in chiave sono per quinta e sesta. Per così dire, il pezzo è in sesta ma poi c’è un breakdown di violino che accade in cinque sedicesimi, sovrapposto. Usando il looping, ho parecchie opportunità di suonare molti stupidi giochi ritmici che spero divertano gli ascoltatori.
Parliamo della soundtrack del film di Spike Jonze, Her: si è trattato di una collaborazione tra te e Win Butler degli Arcade Fire oppure è stato un lavoro che avete fatto separatamente?
No, niente del genere. E’ uno score degli Arcade, in effetti, io sono entrato nel progetto solo alla fine per aiutarli a completare alcuni spunti. Il motivo per cui Will ed io siamo stati nominalmente nominati dall’Accademy per l’Oscar è stato perché quando abbiamo presentato lo score, non poteva essere a nome di una band. Dato che era degli Arcade Fire con Owen Pallett come musicista addizionale, hanno messo il mio nome e quello di Will come rappresentante della band.
E’ pur vero che con gli Arcade Fire hai una storia lunga, hai arrangiato come minimo tre dei loro album…
Vero, ma non del tutto. Cioé lavorare con loro presuppone molta collaboratività, molta più di qualsiasi altro lavoro che ho fatto finora con altri. Se guardi i credits di Funeral, per dire, gli archi sono arrangiati da un gruppo di persone degli Arcade Fire, e io sono uno di loro. La stessa cosa è successa con Neon Bible: io e Régine abbiamo fatto uno specifico lavoro orchestrale, e così per Reflektor. Gli archi sui dischi degli Arcade Fire sono arrangiati collettivamente da me, Sarah e Richard, con un grande contributo di Win e Régine. Laddove c’è un’orchestra, questa è sempre arrangiata da me e Régine.
Tuo zio è nel clip di The Riverbed…
Sì è vero, mio zio Jim è un attore, e abbiamo sempre scherzato sul fatto che lui dovesse essere in un video. Se sei un musicista e un po’ famoso, come lo sono io, sei sempre soggetto ai consigli dalla famiglia sul mettere qualcuno dei tuoi parenti sulle copertine dei dischi, in un video, è una specie di cosa ricorrente sai? Amo la mia famiglia e perciò è sempre molto piacevole. Con Jimmy ho deciso di prendere il suo scherzo sul serio e gli ho detto: “Sei un attore e ti voglio nel video”. Volevo The Riverbed come primo singolo e volevo che richiamasse la profondità emotiva del disco, e ho sentito che Jimmy era molto adatto per il ruolo. Ho mandato il trattamento iniziale a Eva Michon, la regista, e da lì lei e Jimmy hanno girato il video, di cui sono molto orgoglioso; è probabilmente il miglior video di Owen Pallett. Di solito con i video non ho molto input. I primi a cui ho fatto realmente attenzione e a cui ho pensato veramente, sono quelli realizzati per In Conflict. Come Song For Five & Six, On A Path e The Riverbed. Ne sono molto contento e mi sono divertito. In passato, davo il pezzo a un regista e gli davo carta bianca. Lavorare con M Blash per i video precedenti è sempre stato un piacere, ma questa volta sono stato più coinvolto in ogni senso per i clip, perché credo che nel 2014 ogni canzone debba avere un video. Mi piacerebbe realizzarne uno per ogni brano del nuovo album, ma suppongo che dipenderà da quanto In Conflict avrà successo e da quanti soldi avremo a disposizione. Fare video è costoso. Ne abbiamo girato un altro e ho idee per il resto del disco, sia in high che in low budget. Mi piacciono anche i prodotti low budget. On A Path è sorprendente, amo quel video, fatto dal mio amico Steve in un weekend, è molto riuscito.
Che mi dici della tua vecchia band Les Mouches e di come siete tornati insieme?
Dal 2003 al 2004 eravamo insieme, abbiamo suonato 30-40 show, tutti in Canada, tra Montreal e Toronto. Eravamo popolari in un certo ambito, nella scena indie sperimentale, tutti noi poi eravamo coinvolti in progetti meno elitari. Io e il mio violino, Robbie suonava la batteria in una band chiamata Front Fiction che ebbe successo improvviso, e poi finì subito, c’era molto entusiasmo in Canada. Les Mouches poi si sciolsero e ognuno di noi prese la sua strada, pur essendo tutti molto amici. Avevamo poi parlato di riunirci, ma eravamo tutti in posti diversi. Rob Gordon faceva molta musica sperimentale minimal house. Io si sa, sono un tipo più pop. Nel 2011 poi mi sono stati offerti un paio di concerti in cui suonare Heartland per intero e sapevo che mi sarebbero serviti un bassista e un batterista, così ho pensato subito a Robbie e l’ho ingaggiato per suonare la batteria. Matt Smith non suonava il basso, così gli ho comprato un basso e gli ho chiesto di imparare a suonarlo (ride, ndSA), e noi tre abbiamo imparato il disco. Spero tu possa vederlo; non so se ti era piaciuto Heartland ma è sorprendente sentire quelle canzoni – che ho suonato da solo per molto tempo, o con l’accompagnamento minimale di un chitarrista – live con un arrangiamento da rock trio: suonano molto potenti, siamo rimasti stupiti noi per primi dal buon risultato. E sapevamo che avremmo dovuto ancora lavorare insieme e così è stato per In Conflict. Mi sono scoraggiato, però, a metà. Avevamo scritto e registrato circa sette pezzi come band, accreditandoci tutti, nel disco, come co-autori, ma mi sono un po’ innervosito perché volevo trovare il modo di legare il vecchio materiale al nuovo. Così una volta scritte le prime sette canzoni, ho detto che avrei scritto io l’altra metà dell’album, i brani che sarebbero poi diventati Path, Chorale e Passions.
Che mi dici del prossimo tour?
Siamo in tour ora. Finora è stato davvero eccitante, solo noi tre sul palco; io suono poche canzoni da solo, nel mezzo del set. Ma perlopiù sono arrangiamenti per tre. Suoniamo poche canzoni vecchie e più che altro i nuovi pezzi. Spero di continuare con loro, perché per la maggior parte sono stato da solo in tour, così c’è sempre stato tanto denaro (ride. ndSA), tipo che si torna a casa con i soldi in tasca; ora è più difficile perché c’è da noleggiare la batteria e comprare i voli per Matt e Rob, ma ne vale la pena perché insieme ci divertiamo molto!
Quindi per quanti mesi sarai in tour?
E’ sempre un po’ vago perché suono con gli Arcade Fire così spesso; il loro tour è in corso e io suono con loro ad ogni concerto, sono un membro della band per questo tour. È molto intenso, loro si prendono un mese di pausa ma io non posso perché devo portare avanti i miei live. Avrò dormito nel mio letto, da capodanno, un totale di cinque notti! Credo che avrò una settimana libera in luglio, e poi sarò occupato fino a fine anno. Sto anche pensando, giusto per stabilire un record, che una volta finito il tour potrei andare in Giappone, così non ritorno del tutto a casa (ride, ndSA).
Suppongo proprio che tu non abbia il tempo per iniziare a lavorare su nuovo materiale…
Beh, quando sono con gli Arcade comunque non devo portare la mia attrezzatura, né fare interviste, perciò alla fine ho del tempo libero. Non ho ancora scritto niente di nuovo ma sto arrangiando dischi per altri e facendo remix. Credo di aver fatto quattro dischi quest’anno, mentre ero on the road, una cosa ottima. Sto già pensando a nuovo materiale, in realtà, perché è bello non perdere l’abitudine. Non ho scritto nessun pezzo quest’anno. Da quando ho finito In Conflict, mi sono preso una pausa dal songwriting e voglio riprendere.
Pensi di avere uno stile particolare quando fai remix?
Credo di averne fatti quattro, ogni volta che ne faccio uno scopro che non ho ancora capito il mio tipo di linguaggio. E’ come quando sei un compositore e vai a scuola di composizione, il peso maggiore di imparare ad essere un compositore è di scoprire il tuo linguaggio, capirlo. Cosa comporre, per chi, in che stile, ecc. Richiede molto lavoro anche mentale nel trovare se stessi. Sento che succede la stessa cosa con i remix. La maggior parte ha il loro linguaggio e metodo. Io ho lavorato sugli archi, su remix con molti synth e sono ancora al punto che sto cercando la mia voce. Questo non è negativo essendo un musicista pop, ma lo è quando sei un remixer. Devo capire davvero qual è il suono che mi piace, il 12” che ho prodotto per Caribou è probabilmente la cosa migliore che ho fatto, che avrei voglia di ascoltare in privato. Ma non sono ancora pronto a prendere queste grandi decisioni. Ho lavorato nel nuovo album di Caribou, ma è tutto quello che posso dirti, per ora (ride, ndSA).
(Grazie Samanthia Clark)


