Soap&Skin. Dall’inconscio al mondo: intervista ad Anja Plaschg

«In girum imus nocte et consumimur igni». Questo è il celebre palindromo in lingua latina, noto anche come “il versetto del diavolo”, che funge da assoluto, chiesastico protagonista nella penultima traccia in scaletta del nuovo album di Soap&Skin, From Gas To Solid / you are my friend (qui la recensione). La traccia, non a caso, si chiama Palindrome. L’affascinante frase, che potrebbe rifarsi alle falene o alla luce delle torce, nel Medioevo assumeva addirittura un significato magico poiché, secondo la leggenda, se trascritta su una pergamena successivamente bruciata, avrebbe permesso di trovare la formula della pietra filosofale. L’uso dell’antico latino non è una novità per Soap&Skin, che l’aveva difatti già impiegato nel terrificante singolo Sugarbread del 2013. Il palindromo, invece, aveva dato persino il titolo a un film francese del 1978, di Guy Debord, e soprattutto era già stato adottato da Blixa Bargeld per Salamandrina degli Einstürzende Neubauten. «Non ne conosco i precedenti utilizzi. Stavo lavorando alla musica di una pièce teatrale, Antigone, e stavo facendo il casting per un coro. C’era un cantante che mi è rimasto impresso e ho saputo subito che avrei voluto fare qualcosa con lui. Il palindromo mi è venuto in mente perché si adattava alla sua voce speciale. Sento comunque che c’è della verità in questa frase». «Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco», la traduzione dell’espressione nella nostra lingua.

E nella notte abbiamo girato a lungo, nelle canzoni di Soap&Skin, consumate per davvero dal fuoco di un’urgenza espressiva dilaniante. Il suo esordio, Lovetune For Vacuum del 2009, è stato un dardo conficcatosi immediatamente nel cuore. Un capolavoro, uno degli album indimenticabili dell’ultimo ventennio, amato dal pubblico e incensato dalla critica. Quando uscì, Anja Plaschg doveva ancora compiere diciannove anni. Un miracolo: un talento precoce, di instabile genialità nel pennellare un intreccio neo-gotico di background classico, sperimentazione ed elettronica fra ambient e industrial. Sempre nel 2009 il padre della musicista austriaca, nata a cresciuta nella campagna della Stiria, se ne andava a causa di un infarto, acuendo una depressione che durante le esibizioni dal vivo rischiava di trasformare ogni incantesimo stregonesco in uno psicodramma fuori controllo. Il successivo Narrow, risalente al febbraio 2012, fu composto durante la permanenza in una clinica, per le cure del caso: otto brani, iniziando proprio dall’autobiografico Vater scandito in tedesco, per mezz’ora scarsa di durata. Un passaggio doverosamente intimista.

Chi scrive rammenta la sua performance, in completa solitudine a eccezione della presenza della sorella ai cori, al Parco Massari di Ferrara, all’interno del cartellone di Ferrara sotto le stelle: era l’estate del 2012, fu un rito ipnotico e totalizzante. Pantaloni di pelle nera e camicetta bianca, una specie di Jim Morrison donna. Pianoforte e martellanti basi sintetiche, scatti robotici di danza da “pronto, esorcista?”, luci suspiriane tra gli alberi secolari del bosco, cadute dal palcoscenico con tanto di intervento dei mezzi di soccorso, abbracci dietro alle quinte agli spettatori quasi traducibili in richieste di soccorso. «For me, it’s a nightmare», diceva lei in lacrime.

A.D. 2018. «Quest’anno non penso che farò concerti. Sapevo che avrei avuto bisogno di tempo, per proteggere la mia vita. Sono trascorsi un paio di anni dall’ultimo concerto, ma non mi sento ancora pronta». Anni in cui l’abbiamo aspettata, tenuta d’occhio durante le sue attività parallele. Anja, ora, finalmente, è tornata e sembra quasi aver trovato la sua personale pietra filosofale, la panacea per le ferite di ieri, l’elisir di buona, lunga vita. Finalmente, nonostante non vada matta per le interviste, riusciamo a parlarle al telefono: è cordiale e non di rado ride sommessamente, a volte mettendo in discussione la sua padronanza dell’inglese nell’articolare i pensieri che le frullano per la testa. Si prende tutto il tempo necessario per scrivere la sua musica, per rispondere alle domande. Cosa rara in tempi in cui tutti vogliono tutto, e lo vogliono subito. «Beh, per un po’ mi sono presa una pausa. Dopo, ho avuto una figlia: quando lei ha compiuto un anno, ho ripreso a lavorare, a comporre musica per il teatro. Ero interessata a fare cose diverse piuttosto che focalizzarmi su me stessa, sul mio universo. Volevo trovarmi in contesti assieme ad altre persone, perché prima avevo sempre proceduto per conto mio. Ho realizzato una colonna sonora per un film, Sicilian Ghost Story, e in tutti questi anni ho anche raccolto brani per questo nuovo disco. Sapevo che avevo bisogno di vivere, di toccare con mano la vita. Ho deciso di fare un nuovo disco un anno fa e mi sono imposta una scadenza, di circa un anno. Fino a quel punto, non avevo più pensato a come sarebbe stato il mio prossimo album».

La cupezza di Lovetune For Vacuum, dal livido ritratto filo-preraffaellita dell’iconica copertina al macabro “delirium” lirico, parrebbe essere ormai un ricordo complementare alla luce emanata, tanto nel sound quanto nell’immaginario, da From Gas To Solid / you are my friend. «Cambiare qualcosa è stata una scelta molto forte e difficile, per me stessa, per la mia esistenza. Sì, stavo cercando conforto e luce in questo mondo». L’assunto che la miglior arte derivi dal “buio” è, dunque, uno stereotipo? «Beh, in realtà direi che From Gas To Solid / you are my friend è stato fatto nella più completa oscurità (ride, NdSA). Come dicevo, mi trovavo in un momento della mia vita in cui percepivo che, non lo so, dovevo compiere una scelta. Ho deciso di interpretare What A Wonderful World, perché ero in una fase in cui non ero in grado di “sentire” quelle parole e volevo provare cosa sarebbe successo liberando quelle parole, aprendomi a quelle parole».

Non si può stare male per sempre, ma l’inquietudine di Anja permane nei frequenti dubbi che spuntano con candore dalle sue parole. What A Wonderful World di Louis Armstrong, nel segno di una pacificazione che marchia l’intero ascolto, è posta a suggello della scaletta, a conferma peraltro della straordinaria abilità nel cimentarsi con le cover, non fa differenza che si tratti di Janitor Of Lunacy dello spirito-guida Nico – dall’EP di debutto Untitled del 2008 – oppure di Voyaje Voyage della popstar francese Desireless, di Me And The Devil di Robert Johnson (con in mente la versione di Gil Scott-Heron) oppure di Mawal Jamar di Omar Souleyman. Se pensiamo che dieci anni fa Anja prese parte allo spettacolo Nico – Sphinx auf Eis di Werner Fritsch e che di recente si è impegnata in un tributo al David Bowie di Blackstar con il collettivo Stargaze diretto da André de Ridder e colleghe di spicco del panorama attuale come Anna Calvi, viene spontaneo domandarsi quali siano i suoi punti di riferimento. «Mmm, ascolto parecchia musica, sia del passato sia del presente. Ma ci sono pure periodi in cui non ascolto niente. Bon Iver mi è di ispirazione emotiva, riscontro molta libertà nella sua proposta. Amo Mica Levi. Sono intrigata dal folk tradizionale dell’Europa orientale, dai cori macedoni folk per esempio. Non sono mai stata una grande fan di Bowie ma il suo ultimo disco, Blackstar, mi ha fatto impazzire».

Nonostante le schiarite a livello di mood, lo stile rimane di base invariato: pianoforte – che Anja suona dalla tenera età di sei anni –  e archi, sample ed elettronica. Sebbene nella delicatezza risieda sovente il maggior impatto. «Sì, volevo lasciar andare per la prima volta l’aggressività, che era stata una parte importante nella mia musica. Questa volta, sì, l’ho lasciata andare…». Persino i testi, in From Gas To Solid / you are my friend, completato in autonomia nella propria abitazione nel verde, in quel di Vienna, si riconciliano con il mondo (non a caso sull’artwork del disco, fotografato da un satellite), con l’umanità, affrontando sentimenti e interrogativi di fatto universali, suggerendo un’ipotesi di “guarigione” evidente già nel primo estratto Heal. «Sì, assolutamente. “Umanità” è un’altra buona parola (ride, NdSA), perché quello che avvertivo era che concentrarmi sul mio dolore, sulle mie emozioni, non bastava più. Ciò che è davvero cambiato nel mio lavoro in tutti questi anni è il fatto che voglio “sentire” di più, voglio uscire da me stessa e connettermi al mondo, alle persone». In passato, specialmente per Lovetune For Vacuum, una delle associazioni più scontate era quella con la poesia dark di Sylvia Plath. Attualmente, è più difficile individuare termini di paragone. «Sì, capisco, ho letto le poesie della Plath molto tempo fa. Beh, ora come ora, dovrei spulciare fra i miei libri, perché naturalmente ne sto leggendo vari. Sto leggendo poesie di Ingeborg Bachmann. Sto anche leggendo testi dello psicologo svizzero-tedesco Arno Gruen».

Ma perché From Gas To Solid / you are my friend? «Per me il titolo riguarda un processo, che parte da qualcosa di inconscio, che è il gas, e arriva a qualcosa di conscio, che è solido. Come un processo mentale, che può essere molto doloroso. Riguarda la consapevolezza, la conoscenza. Il processo “from gas to solid” non appariva però completo ai miei occhi e allora ho aggiunto “you are my friend”, che suona bene perché ho capito che ha a che fare con il rapporto che ho con me stessa e gli altri, ma anche con l’onorare il medesimo passaggio ectoplasmico dal gas al solido». Un po’ come il passaggio dai metalli semplici all’oro prezioso, no?

Se Narrow era stato influenzato dalla scomparsa del padre, si può ipotizzare che From Gas To Solid… sia influenzato inevitabilmente dalla maternità? Avere figli e interessarsi al mondo circostante sono due azioni concatenate? «Sì, ma non direi che si tratta di un album sulla maternità, assolutamente no. È ovvio che la faccenda mi ha cambiato parecchio, ma non lo so. Non so, esattamente, quale sia stata l’influenza di mia figlia. Mi sono proiettata anche nella femminilità, mi sono relazionata a cosa significa essere una donna e a quanto sia fantastico essere una donna. Quello che so è che la fonte dalla quale scaturisce la mia musica è cambiata. Il processo che comprende il mio modo di fare musica e come gli input arrivano a me, al contrario, è e resta intuitivo, non è cambiato per niente».

La simbologia femminile, la presenza dell’acqua che rimanda alla generazione della vita, appare evidente anche nel bellissimo videoclip girato da Ioan Gavriel, che vede Anja protagonista in compagnia dell’ex atleta e attrice Talisa Lilli Lemke, che lega assieme Italy – cullante e cullata dall’organo – e l’epica, concisa (This Is) Water. Italy era stata precedentemente inclusa nella colonna sonora del succitato film Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia, addirittura nominata come miglior canzone originale ai David di Donatello, ma ciò non placa del tutto la curiosità sul motivo che ha spinto Anja a citare il nostro Paese. «Ero ovviamente coinvolta emotivamente dalla storia del film (quella  di una giovane che non si arrende al rapimento del ragazzo di cui è innamorata, figlio di un boss della mafia locale, NdSA), ma faccio sempre musica sentendomi emotivamente coinvolta da me stessa. Quando ho scritto la frase “Awake me / Hopefully in Italy“, ho temuto che potesse suonare grottesca o strampalata, ma in seguito si sono aperte più chiavi di lettura. Tutti hanno una destinazione dei sogni, dove le cose sono migliori che nella vita reale, e per me questa destinazione è l’Italia. Ci sono stata persino dopo la morte di mio padre, per la precisione sono andata a Sanremo, ma adoro anche Roma. Ogni volta che suono da voi è un’esperienza unica. Dall’altra parte, l’Italia non versa in condizioni ideali, al pari di tutta la vecchia Europa, perché non sappiamo più cosa stia avvenendo…».

È curioso, invece, che (This Is) Water, pur essendo un episodio in pratica strumentale, si rifaccia all’omonimo discorso di David Forster Wallace sulla libertà dell’empatia e dell’informazione, tenuto ai laureati del Kenyon College nel 2005. «Sì, sono entrata in contatto con questo discorso, con questo piccolo libro, quando l’ho letto per la prima volta quattro o cinque anni fa, ma all’inizio non ero ancora pronta. Sai, come quando qualcuno dice grandi cose ma ti sembra che non possano essere vere. Dopo alcuni anni, l’ho riletto e mi ha colpito molto. Sono rimasta toccata dal messaggio di mantenere una buona vita, che significa preservare ogni cosa, continuare a resistere, a lottare per le cose buone. Perché c’è un’altra soluzione possibile. Ed è quella che io, tu, noi possiamo stare bene».

Parlando di tracce strumentali, in From Gas To Solid / you are my friend spicca poi Falling, piccolo, inusuale compendio prog-rock su un’ipotetica scia horror alla Goblin. Mentre la sussurrata, tenebrosa voce di Anja è tornata alla ribalta lo scorso anno grazie al featuring in Goodbye di Apparat, contenuto in origine nell’album The Devil’s Walk del 2011 e selezionato come tema di apertura delle serie TV tedesca Dark, prodotta da Netflix (nella soundtrack, anche la cover di Me And The Devil e materiale appartenente a Ben Frost: roba per palati fini). In attesa della seconda stagione, prevista per il 2019, trattasi di uno dei più avvincenti prodotti televisivi degli ultimi anni, una complessa architettura tra fantascienza e thriller disseminata di numerosi personaggi, doppie identità post-Twin Peaks, scritte misteriose (“Sic mundus creatus est”, in latino) e paradossi temporali. «Sì, l’ho guardata tutta. Ho la forte sensazione che non ci sia una linea retta, costituita soltanto dal passato e dal futuro, sulla quale posizionarci (ride, NdSA)». «Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco», ecco, in moto perpetuo.

30 ottobre 2018
30 ottobre 2018
Leggi tutto
Precedente
25 e non sentirli: i dieci dischi del 1993 per Stefano Solventi Grant Lee Buffalo - 25 e non sentirli: i dieci dischi del 1993 per Stefano Solventi
Successivo
Tengo una zucca tanta: i concerti di Halloween di Frank Zappa Frank Zappa - Tengo una zucca tanta: i concerti di Halloween di Frank Zappa

etichetta

recensione

Soap&Skin

From Gas to Solid / You Are My Friend

concerto

artista

Altre notizie suggerite