Stuart Braithwaite in Italia con Mogwai e Minor Victories
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Edoardo Bridda
- 5 Luglio 2016
Contattiamo al volo Stuart Braithwaite chitarrista di Mogwai e Minor Victories per fare due chiacchiere su radioattività e nucleare, ma anche sui progetti futuri della sua band principale e naturalmente sugli imminenti live italiani all’interno di Ferrara Sotto le Stelle e Ypsigrock. Il musicista glaswegiano suonerà il 6 luglio 2016 a Ferrara con la band principale in un live d’eccezione, che musicherà dal vivo le immagini del documentario Storyville – Atomic: Living in Dread and Promise diretto da Mark Cousins, mentre l’appuntamento con l’unica data italiana prevista dal supergruppo Minor Victories – coinvolti, oltre a Braithwaite, anche Rachel Goswell degli Slowdive, Justin Lockey degli Editors e James Lockey degli Hand Held Cine Club – è fissato all’interno del festival di Castelbuono, in Sicilia, che si svolgerà dal 4 al 7 agosto 2016.
La nostra chiacchierata parte spedita con tutto ciò che c’è da sapere sulla sonorizzazione dal vivo: sparsi tra l’estate e l’autunno gli speciali show che la band ha in programma non sono molti, anche perché i Mogwai alla fine dell’anno si sposteranno negli Stati Uniti per le session del nuovo album, lavoro che li vedrà collaborare nuovamente con Dave Fridmann, ovvero il produttore del secondo (Come On Die Young) e del terzo (Rock Action) album della formazione. Il chitarrista, che è da sempre un appassionato di fisica – tanto che per poco non ha intrapreso da studente gli studi universitari in questo senso – è parecchio entusiasta sia del documentario in sé, sia dei differenti approcci e tecniche utilizzati per comporne le musiche.
https://www.youtube.com/watch?v=G1ID50UWE9Q
Storyville – Atomic è di fatto un monumentale lavoro di cut-up di filmati d’archivio che sono stati trasmessi dalla televisione britannica dal dopoguerra in avanti. Il girato spazia dall’utilizzo bellico del nucleare nella Seconda Guerra Mondiale (vedi Hiroshima e Nagasaki) e nella successiva corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda, a varie scoperte scientifiche che sono derivate dagli studi sulla radioattività. Da un punto di vista musicale questo, per Braithwaite, si è tradotto in un’ottima occasione per sperimentare su un girato affascinante che si ricollega direttamente a un’adolescenza traumatizzata dalla bomba atomica, ma anche a un vitale spaccato in termini di ricerche e applicazioni mediche. Dunque, come sottolineavamo in sede di recensione, la tracklist contempla variegati momenti e approcci, dal più tediosi ai più impalpabili e astratti, fino a quelli più ottimistici legati alla diagnostica ospedaliera. Coerentemente con la produzione più recente della band, Atomic non è letteralmente “atomico”, non assistiamo da queste parti al caratteristico saliscendi melodico arrangiativo che ha caratterizzato gli esordi della band (e dunque i citati lavori con Fridmann), piuttosto è l’aspetto timbrico, il lavoro sugli effetti, e più di ogni altra cosa la grana del suono ad essere la protagonista dell’arrangiamento. Il chitarrista non si sbilancia riguardo al prossimo album ma sottolinea che «sebbene non si ritenga un nerd di pedali ed effettistiche per chitarra», la sua passione per lo strumento non è venuta meno in tutti questi anni, e nemmeno la band ha incontrato momenti di scoramento o attrito lungo una carriera ormai ventennale. Il nuovo album non farà eccezione in questo senso, ci assicura.
A sentirlo parlare nel suo accento scozzese, Braithwaite sembra un genuino artigiano del suo strumento, ma anche uno che, nei Mogwai come nei Minor Victories, dove lo metti sta, nel senso che contribuisce al gioco di squadra senza prevaricare o dettare condizioni. Produrre musica per un documentario, ci racconta, non è poi così differente da produrne per un album in studio senza una controparte o una qualsivoglia commissione: c’è sempre un altrove visivo ed emotivo a cui relazionarsi e sul quale lavorare, gli suggeriamo, una considerazione che lo trova d’accordo senza troppe storie. Conveniamo anche che per tenere vivo l’interesse per una passione/lavoro come quella del musicista i side-project suoi come quelli intrapresi dagli altri componenti dei Mogwai sono decisamente salutari nell’economia della band e per il buon affiatamento dei suoi componenti, che si ritroveranno in studio in autunno. Minor Victories è un progetto nato come una sfida, ci spiega, ma ha anche rappresentato il piacere di suonare assieme a persone che non lo avevano mai fatto prima nella stessa stanza. Le session si sono avvicendate senza particolari obbiettivi e strategie, solo per il gusto di suonare assieme e vedere cosa sarebbe successo (il processo sul risultato, dunque), considerazioni che coincidono, peraltro, con quelle di Justin Lockey nell’intervista rilasciata di recente a Fernando Rennis. E sempre a proposito di gioco di squadra e del suonare in differenti band, è chiaro che Stuart, pur riconoscibile tra mille chitarristi, è un ideale musicista con il quale collaborare. La sua è musica fatta di texture sonore ancor prima che di accordi, e questa sua caratteristica è uno dei motivi principali che lo rendono un elemento prezioso, anche determinante, ma mai ingombrante nell’avvicendamento tra personalità anche molto differenti. È il perfetto collante, insomma, sia che si tratti di musiche per film, sia che si tratti di qualcosa di più noise rock.

La nostra chiacchierata termina parlando inevitabilmente di Brexit, argomento sul quale chiediamo prima il permesso di parlare elencandogli i vari punti di vista di Anohni (che ha paragonato la Brexit ad una «rivolta carceraria»), Pj Harvey (che ha recitato un passo di una poesia di John Donne) e in particolare Thom Yorke e Nigel Godrich, che hanno promosso di recente una petizione a favore di un ritorno al voto, dando infine per scontato che la Scozia sia pro-UE. Braithwaite non si formalizza e va sul concreto: «no, no, parla pure, ma da qualsiasi punto di vista lo si guardi è un autentico disastro. Spero che la Scozia diventi indipendente e stia con l’Europa». Gli chiediamo retoricamente se la petizione porterà da qualche parte, consapevoli della risposta. «No, non credo proprio», ribadisce, «e per un musicista porterà solo male: meno date, più burocrazia per suonare in Europa, tipo che bisognerà farsi una Visa apposta. Saliranno i costi, e le tasse per farci suonare nell’UE saranno più alte, davvero, è un disastro»·
Chiudiamo la telefonata cercando di pensare ad una nota positiva e l’occhio cade sulla recente notizia del ritorno live degli Arab Strap, ovvero i glaswegiani Aidan Moffat e il chitarrista Malcolm Middleton, di cui sappiamo che Stuart è amico dagli inizi della sua e loro carriera. «Ci conosciamo da sempre e sono davvero contento che siano tornati a suonare assieme. Spero di vederli al Barrowland Ballroom il 15 ottobre prossimo quando suoneranno a Glasgow». Prima di quella data i Mogwai saranno in concerto a Ferrara (il 6 luglio), una toccata e fuga da noi dato che il giorno precedente la band è al Montreux Jazz Festival e il giorno dopo partirà di nuovo alla volta di Glasgow.
In verità l’ultimissima cosa che chiediamo a Stuart sono le sue prime band preferite quando ancora era un ragazzo (Cure, Jimi Hendrix e Velvet Underground) e in particolare quelle scozzesi (Pastels, Primal Scream, Jesus and Mary Chain).
