Objekt (DE)

Biografia

White Lab Coat Electronica

Musicista britannico di stanza a Berlino, Objekt è l’alias dietro il quale si nasconde il techno producer sperimentale TJ Hertz, uno studente di ingegneria con un passato da batterista e, in curriculum, una laurea in ingegneria elettronica all’Università di Oxford e un’esperienza lavorativa presso Native Instruments, la compagnia dietro a software per fare musica come Reaktor e Traktor.

Attivo dal 2011, su Hertz s’accendono immediatamente i riflettori della critica specializzata. La sua cifra stilistica, tanto chirurgica quanto sottilmente anarchica, sempre sui confini della comfort zone del dancefloor e in continua mutazione ed evoluzione, piace per capacità tecniche, innovazione e visione. In movimento dentro e fuori le convezioni di dubstep prima e techno poi, Hertz unisce la scientificità degli Autechre (i primi eroi) alle fascinazioni estetiche e ritmiche di Dopplereffekt / Gerald Donald / Drexciya, senza dimenticare la techno di Berlino (Dettman), né quella di Birmingham, in particolare, Surgeon con il quale condivide, da sempre, un approccio aperto alla cinematica e alla sperimentazione legata al club, oltre al fatto che è proprio grazie a un mix di quest’ultimo – quel This Is For You Shits del 2007 (secondo quanto afferma lo stesso Hertz a The Quietus nel 2013) – che scatta in lui la scintilla per la produzione elettronica. Dare una scorsa a quella scaletta – al netto del lato più industrial – è interessante sia per la presenza del duo di Manchester e di un altro spirito affine, per scientificità e innovazione, come Monolake, sia per la dubstep di Vex’d, il thrilling dub di Scorn e la maestria di un altro grande sperimentatore techno, Aphex Twin. Tutti riferimenti che torneranno nelle pubblicazioni del producer.

La prima pubblicazione a nome Objekt, autoprodotta e semplicemente intitolata Objekt #1, parte all’insegna dell’half step e della techno, materia giocata con sguardo cinematografico e grande sapienza per il gioco d’angoli, riavvolgimenti UK garage, drumming crudo e fisico, bassi profondissimi e un immaginario che richiama la cultura dei soundsystem e dunque il dub. Nessuno all’epoca conosce la sua identità e tra gli addetti ai lavori corre voce che si tratti dell’ennesimo caso di un producer noto sotto falso nome (alcuni indiziati sono Mala, Loefah e Peverelist). Parallelamente, Hertz propone due versioni alternative e irriconoscibili della Wildlife di SBTRKT (un dub mix e tool mix) come Sbjekt (Young Turks 2011), giocate su serrate scansioni ritmiche e un preciso incastro tech-step tra ambienti, complessità aphexiane e staffilate acid. Segue un fact mix dove in scaletta troviamo anche Jeff Mills, UR, Alva Noto e Dimensional Holofonic Sound e altri due remix per – niente di meno che – Radiohead (Bloom) e il giovane ma altrettanto promettente Call Super. Nello stesso periodo, e siamo sempre nel 2011, un dubplate di Cactus (successivamente edito su Hessle Audio) mette a fuoco e fiamme la selezione di Ben Ufo nel suo mix per Rinse (il numero 16) ed il suo Objekt #2, che esplora di petto tanto certa berlinesità techno tra Dettman e Villalobos in flirt jazz (la ovunque osannata CLK Recovery) quanto glasse sincopate per ritmi 2 step e fascinazioni grime (Unglued), fa saltare dalla sedia i rimanenti addetti ai lavori che ancora non conoscono il suo nome. L’expertise ritmica di Hertz, un marchio di fabbrica tra precisione e sabotaggio dell’hardware, non sfugge ai tipi di Hessle Audio che pubblicano un altro folgorante 12”. L’EP contiene la citata Cactus e il retro Porcupine, con la prima traccia – descritta dal producer come un “Rusko pastiche” -, ad esplorare territori non distanti dallo scuro Pinch dubstep, e la seconda a tornare sulle scansioni serrate del mix per SBTRKT, per un generoso disegno techno dub à la Basic Channel (“in quel periodo avevo sviluppato questa passione per certe kickdrums pitchate e per un’estetica impatto-senza-basso, una cosa molto à la Dopplereffekt“, dichiara a The Quietus).

Dopo uno split con Cosmin TRG su Bleep, dove firma il pezzo Shuttered, Hertz torna, nel 2013, sulla serie numerata con il terzo capitolo Objekt #3, dove troviamo due nuovi brani ancor più diretti nel sabotare estetica e convenzioni techno. Agnes Demise e Fishbone sembrano pertanto due versioni personali dei mix di Ventolin di Aphex Twin.

Nel 2014 arriva uno split su Leisure System proprio con i Dopplereffekt del Drexciya Gerald Donald, Hypnagogia, dove firma Ganzfeld, una traccia che prosegue il discorso iniziato nel precedente EP. In autunno è invece la volta dell’attesa prova sulla lunga distanza – Flatland – che ponendosi sul lato HD della sperimentazione elettronica capitalizza nel contempo le passate esperienze per approdare ad un’elettronica che sa muoversi tanto tre le tradizioni dei maestri techno (Cybotron) quanto sulle complicazioni braindance di gente come Aphex Twin e Mu-Ziq ma anche sulle astrazioni “a gravità zero” caratteristiche degli anni ’10, vedi Jam City e Logos (Agnes Apparatus, First Witness), e di quello che diventerà noto come Weightless Sound.

Per il secondo album lungo occorrerà aspettare quattro anni. Cocoon Crush è un lavoro che lo allontana dal dancefloor ma non dai ritmi. Quel che fa JT Hertz rispetto all’esordio lungo è approfondire ancor di più questo ripensamento del future sound, di una IDM per gli anni ’10, lui con sempre ben in testa gli Autechre (35), cosa che nel frattempo hanno messo a punto – e molto bene – l’amico Call Super e M.E.S.H. nei rispettivi Arpo e Hesaitix. Questo secondo disco non è un centro pieno come lo sono i sopracitati due. Arriva forse un poco in ritardo nell’esplorare giardini zen virtualizzati (Dazzle Anew) sui quali si è già detto moltissimo (vedi Reassemblage e co.), eppure conserva una maestria decisamente sopra la media nel recapitare missive sonore che incorporano dettagli infinitesimali, mistero e precisissimi incastri (Nervous Silk), oppure immaginando qualcosa come Afrika Bambaataa recepito da qualche telescopio marziano zero gravity (Silica). Interessante anche un pezzo come Deadlock che, come notava Joe Muggs su WIRE #418, suona come suonerebbero i Future Sound Of London di Lifeforms alle prese con i software, l’hardware e la mentalità del fare musica elettronica di oggi, un pensare in alta definizione che attraversa un ampio spettro di etichette ormai, da PAN a Hyperdub, da NON Worldwide a Halcyon Veil, e non ultima UIQ.

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