Recensioni

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«Xen’s out!», diceva il collaboratore di Arca Jesse Kanda, ogni qual volta si manifestava la personalità eccentrica, festaiola e genderfluid della produttrice venezuelana, consacrata nell’album omonimo del 2014. Nei video di accompagnamento al disco e ai live di quel periodo, Xen si presentava come un alter ego androgino dalle mostruose proporzioni. Eppure, a suo agio tra i perforanti glitch e i beat senza forma caratteristici dell’album, nel video di Thievery Xen si abbandonava con naturalezza alle sensuali mosse del perreo su un ritmo reggaeton, ai tempi percepito come un raro momento di accessibilità nell’universo contrario e intellettualizzante di Arca.

Nel 2020 gli alter-ego di Ghersi, o «self-states», come preferisce chiamarli nel singolo Nonbinary, vanno moltiplicandosi (oltre a Xen e alla Venere pandrogina DIVA EXPERIMENTAL, protagonista del singolo di 62 minuti @@@@@ pubblicato quest’anno, Arca già nomina un’incombente, Electra Rex che farebbe la gioia di Hélène Cixous), nel programmatico tentativo di celebrare un “divenire identitario” in cui è riflessa anche la sua esperienza personale di transizione. Accessibilità e movenze da pop star, al contempo, ottengono maggiore visibilità nelle sue composizioni odierne, rispecchiando, più che in passato, i suoi gusti musicali onnivori e le selezioni transgenere dei suoi DJ set.

KiCk i, il primo di tre volumi + epilogo di un «experimental electronic opera cycle» volto a raccontare diverse incarnazioni e ispirazioni dell’artista, si propone come la creatura più marcatamente pop del lotto, e arriva, non a caso a coronamento di un percorso artistico che ha visto Ghersi trasformarsi in una vera e propria icona overground dalle ambizioni tanto conceptroniche quanto imprenditoriali. Non poteva esserci un momento migliore di questo, in altre parole, per una svolta pop nella carriera di Arca. Fortunatamente KiCk i lavora con un’idea di “pop” talmente idiosincratica e sfuggente da scongiurare ogni possibile deriva nel banale.

Ghersi, che già da adolescente, in Venezuela, navigava in acque synth-pop con il suo progetto Nuuro, sa benissimo come trattare e bistrattare sonorità e significanti pop, piegandone il mass appeal alle proprie ambizioni sperimentali. «I do what I wanna do when I wanna do it», spiega in prima persona nel singolo Nonbinary, posizionato strategicamente in apertura a mo’ di manifesto. Ricorrendo a un braggadocio a metà strada tra hip-hop, ballroom culture e poststrutturalismo, in Nonbinary Ghersi sembra anticipare e al contempo polverizzare il parere di conservatori e puristi d’ambito IDM/elettronica sperimentale, presentandosi come l’incarnazione di una dissacrante, necessaria alternativa alle loro aspettative. «What a treat / It is to be / Nonbinary / Ma Chérie / Tee-hee-hee / Bitch!», enfatizza con una malefica risata, concludendo un brano che in poco più di due minuti oscilla tra colpi da sparo, metallici beat affondati nel silenzio e incongrui, defamiliarizzanti stralci melodici volti a celebrare il suo trionfo sulle malelingue.

In alcuni dei brani più corposi dell’album Ghersi raggiunge una convincente via di mezzo tra un elettrizzante pastiche synth-pop e un aggiornamento in chiave melodica delle operatiche tracce del suo omonimo album del 2017: l’ottima Time si propone come un inno al cambiamento («And it’s time to let it out)» in cui penetranti note al sintentizzatore sembrano scivolare a terra alla stregua di lacrime, un po’ come accade nei brani più emotivi di Robyn. In No Queda Nada e Calor, invece, due brani dedicati al compagno e collaboratore Carlo Sáez (responsabile delle tante sculture laser e protesi usate da Ghersi nelle sue performance), Arca sembra quasi prendere ispirazione dai momenti di ambience dei Nine Inch Nails di The Downward Spiral e The Fragile, costruendoci sopra delle melodiche ballate in spagnolo che, nel loro evocare i disarmanti sussurri baritonali di brani di Arca come Anoche e Desafío, puntano a raccontare un lieto fine personale ed amoroso senza perdere in pathos.

L’altro lato di KiCk i, e senza dubbio il più affascinante, e risiede in quei brani in cui la metamorfica personalità di Ghersi risulta incontenibile, catturando il marasma espressionista delle sue performance dal vivo e, come si diceva in sede di recensione di @@@@@, degli irrefrenabili scatti, sussulti e cambiamenti di registro nelle sue tante apparizioni online (oltre a Instagram, si contano innumerevoli live stream e lunghe sessioni su Twitch, incluso un esagitato walkthrough di Final Fantasy VII Remake in periodo di lockdown). Come ci si aspetta, sono questi i momenti in cui l’ago della bilancia punta a favore di caos e sperimentazione. Il reggaeton diventa un lasciapassare per scenari iperrealisti e taglienti sonorità industrial nell’ottimo, scalpitante duetto con Rosalía KLK e in Mequetrefe, un nuovo capitolo nel canone della sperimentazione vocale genderless che, nonostante l’estrema cupezza della sua strampalata sezione di mezzo, si propone come un gaudente inno a sicurezza di sé e autoaffermazione.

Riquiquí porta le premesse di Mequetrefe agli estremi, velocizzando ritmiche e cantato al punto da schiaffeggiare l’ascoltatore con un’irrefrenabile sovrapposizione di stimoli a cavallo tra IDM e sonorità latino-americane che lascia le sorti del brano in sospeso per due fulminanti minuti e mezzo. Che Ghersi sia una teorica, oltre a una compositrice, sembrano dimostrarlo il parallelo tra il consumarsi/rigenerarsi del brano e l’unico verso in inglese («Regenerated girl degenerate to generate heat in the light»), oltre che la conclusiva, spiazzante affermazione in stile Dada, volta a bypassare ogni tentativo di comprensione/definizione dell’autrice («Como una gata! / Co-omo una ga-ta! / En cámara lenta!»). Nella doppietta Rip The Slit (immagine proposta ai fan come monito a una continua reinvenzione) e La Chíqui, in duetto con SOPHIE, ossessive ripetizioni e corrosive scariche di micro-elettronica noise puntano a un apice di inascoltabilità e astrazione che evoca (e a tratti supera) lo sperimentalismo dei suoi primi lavori. Difficile immaginare una ricezione entusiastica di questi brani da parte di un ipotetico pubblico mainstream attirato dalla prospettiva di un reggaeton “vagamente” sperimentale. Una cosa è certa: nel musicare la propria evoluzione personale e contemplare i propri successi («I got the bags to prove it», canta senza particolare modestia in Nonbinary), l’Arca di KiCk I continua a cercare il confronto.

È forse proprio per questo che deludono i momenti in cui il disco sembra retrocedere nel “già noto” e, paradossalmente, spersonalizzarsi. In Machote Arca si autocita, recuperando le sontuose distese di archi della strumentale Wound, da Xen, ma un po’ per il suo abuso di gunshots, un po’ per le sue recalcitranti sonorità r’n’b, il brano finisce per trasformarsi in una summa di trend anni Dieci, rubando spazio a straordinarie ballad comparse recentemente ai margini della sua discografia (su tutte l’eccellente quantum No Lo Digas, da @@@@@). In Watch gli allarmistici beat di Arca accompagnano la rapper/vocalist di Londra Shygirl in una delle sue solite vanagloriose filippiche, senza riuscire a sfidarne l’estetica volutamente monotona come vi riuscì un Sega Bodega.

In Afterwards, la collaboratrice, amica e “madre artistica” Björk si cimenta con lo spagnolo, cantando il poema Anoche cuando dormía di Antonio Machado. Complici le evanescenti texture del brano e un’interpretazione 100% Björk, il brano suona come un qualunque outtake dei due dischi dell’artista islandese co-prodotti da Arca, Vulnicura (2015) e Utopia (2017). Perché mai non defamiliarizzare e restituirci una Björk inedita? E chi non vorrebbe sentire Björk alle prese con un reggaeton a base di saliscendi industrial? Mentre scrivo queste domande mi rendo conto che, a suo modo, persino questa occasione mancata può essere letta come un’ulteriore conferma degli alti standard a cui Arca ci ha abituato sinora. Ci si rivolge ad Arca in cerca del “nuovo”, dopo tutto. Fortunatamente la saga KiCk è appena iniziata.

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