• Set
    05
    2014

Album

Harvest

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Oltre 30.000 like su Facebook ma al momento ancora nessuna pagina su Wikipedia“: così presentavamo Banks all’interno della recensione dell’EP London. Oggi, circa un anno più tardi, i fan su Facebook sono più di 235.000 e finalmente è disponibile una dettagliata pagina Wikipedia: per Jillian Banks – Los Angeles, 1988 – gli ultimi dodici mesi sono stati un ricettacolo di soddisfazioni, sia per l’inclusione all’interno di decine di liste sugli ones to watch 2014 (la nostra, ma anche BBC Sound Of, iTunes, MTV, Spin ecc…), sia per i numerosi apprezzamenti ricevuti un po’ ovunque.

Come per altri colleghi baciati da dosi – forse eccessive – di hype pre-debutto lungo, la prova più difficile per Banks è però quella di riuscire a confermare tutto il clamore con un primo album intitolato Goddess. La scelta di marketing è stata quella di continuare a pubblicare singoli durante tutta la prima parte dell’anno – Brain, Goddess, Drowning, Beggin for Thread – con il risultato che, da un lato, la Nostra è riuscita a mantenere alta per mesi l’attenzione sulla sua produzione e parallelamente, dall’altro lato, abbiamo a che fare con un album d’esordio composto – nella sua versione standard – da quattordici tracce di cui ben otto già conosciute, lanciate a dovere e consumate da una non così piccola fetta di pubblico.

Ritroviamo quindi alcuni dei brani simbolo della fin qui breve carriera della ventiseienne americana – su tutti Waiting Game, ancora oggi una gemma – e alcuni dei produttori con i quali ha avuto la fortuna di lavorare in passato, in particolare il lanciatissimo SOHN (qui presente anche con l’inedita Alibi) e Totally Enormous Extinct Dinosaurs, il quale figura nel ruolo di co-autore e produttore in Fuck Em Only We Know (oltre che nella già apprezzata Warm Water). Non un dettaglio da poco, in quanto – è inutile nasconderlo – fino ad oggi l’operato targato Banks si è distinto più per la qualità della produzione che per il risultato complessivo.

Goddess non fa eccezione: in Brain mister Shlohmo plasma un beat decisamente solido, in Drowning Shux – già dietro alla hit planetaria Empire State of Mind di Jay-Z – compie un gran lavoro di rifinitura tra i sample, mentre nella ballatona piano-voce You Should Know Where I’m Coming From è chiara l’influenza della produzione di Justin Parker, un vero maestro – quanto, forse, limitato – in questo tipo di soluzioni (Lana Del Rey, Laura di Bat For Lashes e Straight for the Knife nell’ultimo di Sia).

Sia chiaro, Banks è dotata anche di un’ottima voce, ipnotica e capace di muoversi trasversalmente (si ascoltino Stick e Under The Table per avere i due opposti) tra le sfumature e le ritmiche della pop music; la sua sfortuna è stata forse quella di uscire in un periodo in cui tutti gli occhi sono puntati su FKA Twigs, personaggio che estremizza molte delle caratteristiche vincenti della californiana (produzione, beat dalle tonalità spesso oscure, tecnica vocale, dialogo tra elettronica, art pop e profumi r&b) portandole a un livello difficilmente raggiungibile. In questo senso un disco come Goddess finisce per suonare – per utilizzare un brutto termine – “normale”, sospeso in un limbo dai contorni indefiniti tra fruibilità di massa e attitudini e gusti più ricercati.

Ad ognuno il suo: chi reputa dischi come LP1 e Cut 4 Me troppo ostici e privi di hook immediati e chi trova Ultraviolence incredibilmente ripetitivo e noioso, troverà in Goddess il perfetto compromesso da ascoltare e riascoltare durante i prossimi mesi. Fossero tutti così i dischi pop…

1 Settembre 2014
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