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7.5

Una malinconia ereditata dal folk/crooning del precedente Sugaring Season mescolata all’elettronica degli esordi, dove la Orton collaborava con William Orbit, Chemical Brothers, Andrew Weatherall e compagnia electro primi anni Novanta. Qualche aggiunta synth-wave anni Ottanta che ricorda un’improbabile mix fra Annie Lennox (Moon), Róisín Murphy (Petals) e Tracey Thorn (Wave) e il gioco è fatto.

Beth Orton – trasferitasi ormai da due anni in California – si fa co-produrre il disco da Andrew Hung dei Fuck Buttons, ci infila dentro qualche visione desertico-mistico losangeliana (Dawnstar, uno dei migliori pezzi del disco) e fa suonare una cricca di selezionati visionari: George Lewis Jr. dei Twin Shadow alla chitarra elettrica, Chris Taylor dei Grizzly Bear ai cori e al basso e Dustin O’Halloran degli A Winged Victory for the Sullen al piano e agli arrangiamenti di archi. Le voci sono state registrate da Alain Johannes (Queens of the Stone Age/Mark Lanegan Band) e mixate da David Wrench (Caribou/Hot Chip). In tutto questo mix di suoni più o meno “indie” (se l’aggettivo ha ancora un senso) quello che emerge è la voce di Beth, che dopo aver avuto due bambini è ancora disponibile ad ammaliarci con i suoi blues. Il risultato non raggiunge gli struggimenti e le estremità di Chelsea Wolfe, ma è comunque ancora in bilico fra la malinconia della tardoadolescenza e le certezze della maturità, che con il tempo sopisce gli scatti più impetuosi e romantici della giovinezza. Non che manchi il romanticismo, anzi, il disco è pieno di istanti di purezza in cui ci si scioglie ad ascoltarla, ma il tutto in fondo risulta più quadrato, serio, come se dovesse resistere al tempo. Un po’ come aveva fatto Cat Power con Sun, anche questo Kidsticks è un disco senza filler, intimo ma ascoltabile, che per questo sentore caldo potrebbe essere catalogato come hipster-indie-soul. La Orton ritorna in forma smagliante, senza perdere credibilità nè effervescenza, pur variando i pattern compositivi, lasciando per un attimo in parcheggio il cantautorato folk in favore di una sensibilità più vicina all’elettronica e al blues.

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