Recensioni

L’ottima cornice urbana della città di Foligno, con i suoi accoglienti B&B con o senza piscina, il costo della vita decisamente più basso rispetto a quello che chi abita in città è abituato a pagare, nonché il solito buon gusto nel miscelare diverse latitudini e ambiti elettronici, ci portano necessariamente anche quest’anno a riabbracciare il Dancity Festival, evento di cui SA è ormai partner fisso, ma soprattutto un’appuntamento ideale per chi vuole abbinare una tre giorni di grande qualità musicale con un’esperienza sociale, urbana e non di meno culinaria altrettanto validi.

Dopo un’indimenticabile edizione 2013 (il live report lo trovate qui), la nona edizione della manifestazione umbra viene anticipata, il 30 maggio, da uno dei grandi eventi elettronici dell’anno, l’esibizione di Flying Lotus con showcase della sua etichetta, la Brainfeeder, annesso e connesso. Uno spettacolo sontuoso e – coraggioso per chi ha organizzato – che ha fatto parte di un mini tour (due date) italiano piuttosto esemplificativo dello scarto/paradosso che si crea, a volte (spesso?), tra virtualità e realtà, ovvero ciò che conta a livello social media e ciò che veramente un pubblico non proprio di nicchia dovrebbe andare assolutamente a vedere partendo anche da lontano. Non che Ellison abbia lasciato vuota la Piazza del Duomo di Spoleto o l’Alcatraz di Milano, ma ci si aspettava ben altra accoglienza per quello che è il più quotato e – in un certo senso – rappresentativo musicista elettronico degli ultimi anni.

Il vero Dancity si attiva giovedì 26 giugno e lo fa con la giornata più intensa di tutta la manifestazione. Sul palco della location all’aperto, il consueto Palazzo Candiotti, Jessy Lanza e Caribou, mentre il post-concerto è affidato alla brava Helena Hauff. Inizia la ragazza di Pull My Hair Back, un bell’esordio targato Hyperdub dello scorso anno sospeso tra intimismi r’n’b, scalcianti drum machine in preset, bassi, romanticismo e malinconia. Il suo set assomiglia a quelli di Grimes quando ha iniziato, amore per Mariah Carey compreso: dalla cameretta la canadese si materializza sul palco con il corpo che ondeggia e lo sguardo e la folta chioma fissi sulle macchine. La voce compensa ogni piccolo impaccio: è potente e cristallina e il suo set è l’ideale apripista per l’atteso Caribou il cui show, coerentemente con quelli della scorsa tournée (quella di Swim per capirci) unisce una sostenuta presenza percussiva con un altrettanto debordante tripudio di psichedelia sintetica multistrato. Come per la recente data del Sónar, Snaith propone un potente set di luci, ideale raddoppio per crescendo di tastiere e cavalcate ritmiche, visioni estatiche e la consueta kindness dell’uomo. Tra le canzoni, pare, 4 inediti complessivi dal nuovo album Our Love compresa quella Can’t Do Without You già disponibile per lo streaming su Soundcloud (e nella nostra pagina dedicata all’album). Passati i canadesi, ci si rintana all’Auditorium S. Domenico con il dj set Helena Hauff da Amburgo. La Nostra prepara due dischi, li pulisce con le spazzoline, saluta i ragazzi di Electronique.it (per i quali aveva confezionato un podcast nel 2012) e poi parte con un autobahn dal gusto fieramente tedesco: inizia con una serie di vintage bombe EBM tipo D.A.F e Die Kybernauten, poi ingrana la techno e da lì è tutto un saliscendi tra Detroit e Berlino, deep e acid, un bel viaggio – dove non manca neppure Felix Rubin – e lei attentissima a personalizzarlo: fa girare spessissimo due dischi assieme, aggiunge dettagli, reinterpreta il mood di certi passaggi, insomma una dj come si deve. Il giorno successivo, venerdì 27, sarà ricordato per l’esibizione di Neneh Cherry, una performance da annali la sua, con la musicista svedese a presentare il ritorno discografico solo, Blank Project, accompagnata dai sodali RocketNumberNine (synth Roland e batteria). Neneh è visibilmente emozionata, ringrazia il festival a più riprese e regala al pubblico dell’auditorium una performance indimenticabile tra cantato soul r’n’b e qualche rappato a cappella e un finale chiamato Buffalo Stance, brano tratto dal suo primo album Raw Like Sushi e reinterpretato per l’occasione.

Sempre in giornata, Murcof accompagna la pianista Vanessa Wagner che esegue alcuni classici contemporanei (Satie, Ligeti, Ravel ecc.) in una performance dignitosa ma fin troppo di maniera. Sicuramente è anche un problema di formato e ricezione per il sottoscritto, una formula quella tra classica e elettronica un po’ logora dopo tutti questi anni di commistioni laptop. Del resto, a parte i granitici Marco Shuttle e Petar Dundov (esaltato da più presenti), che pestano techno nella sala principale all’interno del Serendipity, non vanno meglio gli attesi dj del pacchetto Hessle Audio, label che, mi racconta Ben Ufo nel backstage, starà anche quest’anno un po’ sottocoperta a livello di uscite (è previsto un solo nuovo singolo al momento) ma che si sta preparando a qualcosa in grande stile per il 2015. Staremo a vedere. Anche perché il triplo b2b dei tre dj di circa sei ore si rivela una tachicardia affatto amalgamata di bpm e fascinazioni uk che vanno dalla techno di Pangaea ai banger dancefloor uk di Pearson Sound e alle smorzate groove di Ufo. I tre, penalizzati anche da un light show accecante, pur con qualche pezzo in esclusiva (tra gli altri, suonano Butchwax dal nuovo Tessela) non riescono a coinvolgere una pista che, in condizioni climatiche ben peggiori, aveva radunato ben più persone e coinvolgimento lo scorso anno (e ok, lasciamo stare che il clubber medio non ha occhi e orecchie che per Ben Klock). Molto meglio la Rec Room con lo showcase di S/V/N. In consolle i live set di Primitive Art (considerato da molti come uno dei set top dell’intera manifestazione), Stargate e Shari Delorian. A differenza di venerdì, la giornata di sabato è interamente giocata in città: aprono, in largo Frezzi e gratuitamente, alcuni eroi locali tra cui Dave Saved ma soprattutto Sauro Cosimetti, dj che non ha certo bisogno di presentazioni per gli appassionati di dance italiana. Poi gli occhi sono tutti puntati sulla prima del live di Theo Parrish che ci propone l’ambizioso show à la Funkadelic o Herbie Hancock presentandoci nel contempo il nuovo album. Proprio come si vedeva nel trailer del brano Footwork, con due ballerini presenti anche in sala assieme ad altrettante compagne, il live è una grassa jam di cultura black dei 70s (e oltre) tra funk, jazz, soul e psichedelia. Sul palco, oltre a Parrish ai synth, troviamo ben 5 elementi: Amp Fiddler alle tastiere, una corista soul, la batteria di Emanuel Harrold, il basso (e la tastiera usata a mo’ di basso) di Akwasi Mensa e la chitarra in fregola 80s di Duminie DePorres. Con i ballerini, bravissimi, davanti ai musicisti a sfoderare uno o più stili di ballo “da strada” per brano, e la band dietro a macinare, è difficile non venir coinvolti dalla festa anche se lo spettacolo, da un punto di vista strettamente musicale, va sicuramente rodato (notavamo: la cantante lasciata troppo a se stessa, il chitarrista che si concedeva troppe licenze, le tastiere a volte un po’ troppo accatastate ecc.).

Per quanto riguarda Patten, visto anche a Carpi di spalla agli Akkord, vale un discorso analogo a quello del set di Murcof: anche per il suo approccio d’harsh electronics/chitarra multi-layerato e sparato a tutto volume, si sente una certa stanca proprio a livello d’approccio e non tanto per l’esecuzione in sé. Diverso il discorso per Omar Souleyman, presentatosi in duo; il suo è un innocuo ma spassoso elemento di colore all’interno di un festival come questo. Ci ricorda quanto la canzone partenopea conservi tuttora un legame diretto con le musiche arabe e la sua Siria. A proposito, sempre bello corposo il set di Digi G’alessio come Clap! Clap!, gasa vederlo sul palco dimenarsi come un ossesso (e per chi lo confonde con chi fa dubstep EDM da due soldi sottolineamo che c’è una bella differenza tra le due cose). In conclusione di serata e di festival, i Ninos Du Brasil con il solito tripudio percussivo e la performance di culto del duo Felix Kubin (tastiere, effetti, voce) e James Pants (alla batteria più effetti), che sembrano i Devo del kraut rock in noir, in devoluzione sì, ma con grande attitudine tedesca.

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