Recensioni

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In chiusura della recensione di Me, affermavamo che l’intelligenza musicale di Lorely Rodriguez le avrebbe aperto le porte del successo senza rinunciare alla qualità. In quell’esordio, la cantautrice originaria dell’Honduras aveva dimostrato di possedere la stoffa delle one to watch: un’immagine social ben definita, presenza latina fiammeggiante, due zampe nell’allora new chill-wave/alt-pop, dunque un’eleganza scandinava in stile Purity Ring o The Knife condita da altri riferimenti di lusso (Björk, FKA Twigs e Grimes). Come suggeriva il titolo, si trattava di un album molto personale che riusciva a trovare una propria cifra stilistica fatta di allucinazioni post-peyote, sintomi da isolamento, meditazione e viaggi interiori. Non era certo un album sperimentale, piuttosto un lavoro di sperimentazione su se stessa, per capire dove poter arrivare.

Us – lo diciamo subito – è una bestia piuttosto differente. È un’opera più luminosa, up-beat ed easy-listening, in linea con le mille facce della contemporanea trap radiofonica. Dall’autoproduzione dell’esordio si è passati a un pool di supervisor, fra cui si contano Dev Hynes (Blood Orange), DJDS (Kanye West, Khalid, ecc.), Cole Mgm (Ariel Pink, Christine And The Queens) e il producer spagnolo Pional (remix di The XX, fra gli altri), dunque da New York si è passati alla nativa Los Angeles, le stravaganze jazzistiche hanno lasciato il posto a beat cazzuti, il liquido e allucinato alt-pop alla più inquadrata trap house. È la stessa Rodriguez a dichiararlo: l’obbiettivo era un album meno isolante, tanto dal punto di vista emotivo quanto da quello musicale. E senza girarci troppo attorno: è a un disco pop che ha puntato, con risultati decisamente meno interessanti.

Fra i roboanti synth e la batteria acida di I’ve Got Love si sente più Kelly Clarkson che Lauren Halo, gli 80s beat di Timberland fanno pensare più a certe cose di Alessia Cara che alla Madonna di Like A Virgin, I Don’t Even Smoke Weed, che sarebbe potuto risultare un interessante esperimento in zona Kelis, fa emergere una non nota immaturità tanto dal punto di vista dei testi (la frase «non fumo neppure l’erba, mi fa venire ansia» ce l’aspettiamo più in un brano di Fedez che qui), quanto da quello metrico (qualcosa non quadra tra il flow e l’incessante 4/4). Eppure, proprio quest’ultimo brano è quello che più si avvicina all’idea di follow up che auspicavamo: un suono contaminato dall’interessantissimo retaggio storico e culturale che la Rodriguez si porta dietro, un suono che attinge a piene mani dal presente bi-lingual e bi-cultural di tanta parte dell’America Occidentale, un suono che faccia tornare attuale la discussione sull’importanza della contaminazione e co-esistenza di culture negli States, come in ogni parte del mondo. Per questo, brani come Trust Me Baby sono senza dubbio i più interessanti, in cui non solo la doppia lingua rende l’operazione da personale a universale, ma anche lo stile (un reggaeton intimista) è in linea con l’idea di contaminazione. Non mancano gli episodi riusciti: Love For Me, per esempio, sembra un prodotto nato al crocevia fra le direzioni di MØ e quelle di Florence Welch; All For Nothing, con i suoi campanacci e i suoi bassi roventi, non fa fatica a ricordare una Grimes dalle tinte più tropicali, Just The Same e When I’m With You, infine, sono canzoni pop già sentite che, però, si farà fatica a non ascoltare di continuo.

Empress Of ci aveva fatto credere di appartenere a un mondo più riservato, che avrebbe richiesto all’ascoltatore un certo sforzo intellettuale per essere decifrato. Me, al contrario, ne mostra un lato inedito, più coerente con il suo tempo, capace di venire a patti con la musica in voga. In Us manca dal punto di vista narrativo, quel sentimento di paranoia che giaceva latente in buona parte del lavoro precedente. Allo stesso tempo, però, non lo condanniamo del tutto, se non altro perché ci rivela un’altra faccia di Empress Of, nella speranza di avere presto un quadro ancora più definito.

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