Recensioni

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Cresciuto artisticamente con lumi tutelari come Will Saul e Paul Rose/Scuba, George Fitzgerald è stato uno degli enfant prodige (vedi anche Brackles, Midland, Dusky, Bicep, Julio Bashmore) del rinnovato interesse per la UK Garage/2 Step e house in genere a cavallo del decennio, pubblicando principalmente su Aus Music e Hotflush una manciata di buoni 12”.

A livello prospettico, dopo le prime infusioni techno, la conversione di un comparto piuttosto ampio di producer di area dubstep ha riguardato principalmente l’house, e dunque suoni più morbidi con accenti sugli umori e il sentimento. I precursori sono stati Martyn, con il suo colorato mix di influenze (in controdendenza con l’oscurità dominante negli UK club fino al 2008) e Scuba, con entrambi capaci di interpretare abilmente e far propri i filoni più interessanti a cavallo del decennio. Le prime produzioni di Fitzgerald sono debitrici verso questi ultimi e verso l’intorno delle produzioni del filone future garage (FaltyDl), per via dei tagli à la Maurizio (Basic Channel) già ampiamente sperimentati tra il 2008 e il 2009, anche se, rispetto a loro, il sound inforcato dal producer, a partire dalle serate ManMakeMusic (poi etichetta) e in scia a Joy Orbison, è decisamente più di tradizione UK garage, e dunque house.

A partire dalla firma per Double Six e Domino il sound segue un naturale corso pop sulla scia ideale di gente come Jamie XX ma anche Dan Snaith e Four Tet, e così arriviamo ad un album post-Disclosure e post-Gorgon City virato su una moody pop house che già dal titolo, “amore che svanisce”, lascia presagire una tracklist argodolce quando non dolce amara. I pezzi più rappresentativi in scaletta, sul lato melodico, sono Full Circle e Call It Love (If You Want To), brani che uniscono certe pensosità mittel à la Apparat alle delicate/progressioni electro di un Caribou, ma c’è anche un aspetto umorale (Knife To The Heart, Your Two Faces) dai contorni 70s à la Kuedo per intenderci (Beginning At The End, Crystalize), dove i synth sono protagonisti.

Al guado tra nostalgia pop e già-sentito-indie-elettronico, Fitzgerald purtroppo non riesce ad andare oltre a una fascinazione di superficie. Pur con una mano che produttivamente sta dove deve stare, e le dita sui bottoni e le leve giuste.

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