Recensioni

Che dall’Africa partano oggi numerose tra le più interessanti traiettorie soniche lo dimostrano la crescente importanza di un festival come l’ugandese Nyege Nyege (organizzato dall’omonima etichetta nata a Kampala) e la vitalità irresistibile di un disco come l’esordio dei congolesi KOKOKO!, ma se c’è un luogo, una città in cui questi suoni attecchiscono meglio che altrove, questa è indubbiamente Londra: d’altronde la storia della capitale inglese racconta già da più di mezzo secolo di una felice commistione tra musiche autoctone e influenze della diaspora black.

La storia e la cultura inglesi, sin dal 1948, l’anno dell’Immigration Act che apriva le porte a tutti i sudditi delle colonie per contribuire alla ricostruzione del secondo dopoguerra, risultano infatti strettamente connesse con e fortemente influenzate, persino irrimediabilmente cambiate, dalle pratiche, dalle abitudini, dalle tradizioni che gli immigrati (specialmente dalle Indie Occidentali) portavano con sé. Se, per esempio, a Liverpool ancora si narra la leggenda del misterioso Lord Woodbine, esule trinadadiano che fece scoprire ai Beatles i favolosi ritmi e le cadenze trascinanti dei Caraibi, e a Bristol invece tanto Mark Stewart quanto i Massive Attack li insegnano quasi nei libri di scuola, a Londra l’incontro/scontro tra i locali bianchi ed i migranti di colore, tra i rispettivi bagagli e le rispettive conoscenze, ha dato alla musica una spinta potentissima: le cose migliori dei Clash, tutta la produzione di un luminare come Adrian Sherwood (e della sua On-U Sound), finanche jungle e drum’n’bass, trip-hop e dubstep, broken-beat e grime nascono da quell’incontro, dall’arrivo del tormentato Nero Atlantico (il cui teorico Paul Gillroy, tanto per restare in tema, appare nella copertina dell’ottimo esordio del producer grime East Man) nelle nebbie e nel cemento della terra d’Albione.

Negli ultimi anni, a questo incrocio di tradizioni vicine (gli abitanti delle colonie crescevano con la stessa educazione e lo stesso sistema di valori degli inglesi residenti nella Madrepatria) e insieme lontane (sono ben 7340 i kilometri che dividono il Regno Unito e la Giamaica) hanno iniziato ad aggiungersi quelle nuove traiettorie soniche di cui parlavamo all’inizio, forse portate dalle rotte in continuo movimento delle migrazioni mondiali: i suoni dell’Africa contemporanea, che sono già commistioni, attuate attraverso un’elettronica spesso autarchica, tra gli innumerevoli ritmi del continente (gqom, kuduro, lingala, kwaito e chi più ne ha più ne metta) e le frequenze che arrivano da Americhe ed Europa (funky, reggae, hip-hop e le più varie declinazioni della dance-music), hanno trovato nella Londra del grime e di Hyperdub un nuovo terreno fertile per evolversi ulteriormente.

Proprio Hyperdub, la fondamentale etichetta di Kode9, sempre attenta all’evoluzione della musica e della società, può essere definita un punto di riferimento per queste sperimentazioni: già nel 2012 il primo disco firmato dai tre LV innestava riferimenti afro-world su essenziali beat grime (oltre ad affidare il microfono a mc sudafricani come Spoek Mathambo e Okmalumkoolkat), ma negli ultimi due/tre anni questa tendenza si è fatta sempre più importante, tanto che delle uscite firmate dalla label londinese nell’ultimo biennio, quattro sono prodotte interamente o almeno in parte da artisti del continente africano. Una di queste opere ha visto la luce proprio quest’estate: si tratta dell’EP nato dalla collaborazione tra Okzharp (ovvero Gervase Gordon, sud-africano di origine, ma londinese di residenza, già membro dei succitati LV e autore, lo scorso anno, con la conterranea modella e cantante Manthe Ribane, dello straordinario Closer Apart) e DJ Lag, Steam Rooms, a cui si aggiungono un altro paio di EP, sempre orientati verso la commistione tra hardcoore-continuum e i vari suoni delle diaspore afro-caraibiche, Touch della coppia KG e Scratchclart (ovvero Scratcha DVA) e Aurelia del producer italiano Lorenzo BITW (uno che Londra comunque la conosce bene, avendoci vissuto buona parte di questi anni dieci).

Ed è probabilmente proprio il lavoro del romano Lorenzo il più accessibile dei tre, quello dove i ritmi provenienti da latitudini lontane vengono meglio riletti in chiave dance: ispirato all’antica strada romana con cui condivide il nome e accompagnato da uno splendido ritratto notturno della stessa (scattato dal fotografo Tommaso Cassinis), Aurelia EP è un viaggio, da nord verso sud (sulle tracce inverse di questi ritmi dunque, come per scoprirne o addirittura riscoprirne le origini), nei suoni che fanno muovere le notti di tutto il mondo, partendo dalle sincopi british della title track per arrivare al funk carioca della scoppiettante Pika, passando attraverso massiccia bass-music afro-futurista (Amrutha) e personalissime interpretazioni del verbo UK-funky (Sentame). (7.3)

Suonano invece più sperimentali i due EP targati Hyperdub: specialmente Touch EP, dell’inedita coppia formata dalla dj radiofonica, vocalist e sperimentatrice KG e da Scratcha DVA (che ormai dall’anno scorso ha deciso di firmarsi come Scratchclart), storico membro dell’etichetta londinese, riesce a creare più di un collegamento tra i suoni dell’hardcore-continuum britannico più contemporaneo ed il gqom sudafricano, già sdoganato nei dancefloor statunintensi dal producer Leonce e da tutta la cricca Fade To Mind. Caratterizzate entrambe da scoppiettanti ritmiche up-tempo, le due differenti tradizioni dance danno vita a un suono che è vivace e spesso trascinante (Baga Drmz), ma che i due artisti sanno rendere anche dannatamente inquieto (le due parti della title track), grazie anche a samples vocali che sembrano scarti di radio pirata dell’epoca d’oro della d’n’b, quando non direttamente minaccioso, come in una Strings of Death dove affilatissime linee di synth risultano più che centrali: come nella realtà, anche nella musica l’incontro/scontro tra nord e sud è sì prolifico, ma racconta efficacemente anche una realtà frammentata e sempre più spesso precaria, dove le difficoltà, le ansie di tutti i giorni non scompaiono neppure sulla pista da ballo, ma sono sempre lì dietro l’angolo, servizio d’ordine del capitalismo finanziario che governa la City (e che nessuna amministrazione laburista potrà contrastare). (6.9)

Altrettanto coraggioso nel far incontrare la paranoia urbana della Londra della Brexit con gli eccitanti e frizzanti beat della dance africana (è sempre il gqom a farla da padrone) è l’EP di Okzharp e del sudafricano DJ Lag, uno che in patria è noto come Gqom King e che ha persino partecipato, co-producendo una traccia, alla colonna sonora, curata da Beyoncé de Il Re Leone: Steam Rooms EP si concentra sulle sincopi ritmiche che uniscono i due generi (Now What), confeziona inni irresistibili per una versione futura, fantascientifica e fluorescente del Carnevale di Notting Hill (Steam One), ma trova il suo vertice nell’alienata e marzialissima Nyusa, a confermare che (senza arrivare alle vette di angoscia del rough-kuduro di Nazar) questo ibridarsi elettronico tra Africa e Londra sa sì farci ballare, ma porta con sé le avvisaglie di un futuro sempre più incerto e travagliato. (7.1)

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