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    01
    2017

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Reprise

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Non possono avere lo stesso senso tutti i discorsi sulla prolificità (talvolta sterile) di alcuni cantautori contemporanei, quando parliamo di Neil Young. Il cantautore canadese, in mezzo secolo di attività, ha sempre interpretato l’atto creativo come naturale propagazione del proprio io, sempre disposto ad assumersi rischi e critiche anche ingenerose. Rischi che ha scelto di correre anche quando si è confrontato con la materia scivolosa del marketing: basti pensare all’operazione Pono contraddistinta dalla voglia di lanciare un prodotto in linea con il discorso “alta-fedeltà” in un periodo storico dove tale discorso non è riuscito ancora a catalizzare in toto l’attenzione dei consumatori. Da questo punto di vista, più mirata è stata sicuramente la recente scelta di rendere accessibile per lo streaming il proprio immenso catalogo «nella più alta qualità disponibile».

Dunque, cos’è a spingere l’arcigno songwriter ad esserci ancora – nonostante tutto – con un nuovo album intitolato The Visitor? Un disco che arriva ad appena due anni di distanza da The Monsanto Years (prima prova in compagnia dei The Promise of the Real di Lukas Nelson) e che, nel frattempo, ha visto la regione sociale Young svettare su altri tre artwork (Earth, Peace Trail e Hitchhiker). Sarebbe stato fisiologico attendersi un rallentamento e invece il Nostro ha continuato a darsi da fare, obbligandosi a reagire ad uno degli eventi cruciali – anche per il mondo della musica – di questa annata: Donald Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti. Provate ad analizzare le uscite discografiche dell’ultimo anno, da Roger Waters a Paul McCartney, da Eminem agli U2, passando per Lamar e LCD Soundsystem, e capirete di cosa stiamo parlando.

La posizione di Young è netta e lui la mette in chiaro nei primi versi della traccia d’apertura Already Great (I’m Canadian, by the way, and I love the USA), che utilizza provocatoriamente per replicare allo slogan “Make America Great Again” utilizzato da Trump durante la sua campagna elettorale. E non c’è neanche bisogno di citare il lungo tira e molla tra i due per l’utilizzo del brano cult Rocking in the Freeworld durante i comizi del tycoon americano, per comprendere quanto tutto questo abbia portato risvolti significativi sulla stesura del nuovo disco. The Visitor, da questo punto di vista, restituisce l’immagine di un artista che non ha smarrito la sua inconfondibile vis ma che, per ritrovarsi sul serio, ha deciso di ripercorrere a ritroso il percorso fin qui compiuto. Si perché se Hitchhiker fotografava il Nostro in un preciso momento storico, qui le propagazioni tentacolari, le commistioni di genere e le fughe prospettiche, ci spingono a scavare in un passato sempre ardente dove la ruggine non riposa mai.

Con Already Great a fungere da manifesto, la lunga cavalcata di Young e i pirati di Nelson finisce per conquistare – conquistandoci – lidi sonori differenti e che non fanno rimpiangere l’esperienza con i Pearl Jam in Mirrorball o quella degna di nota con i Crazy Horse. Dalla fulminea coralità di Fly by Night Deal alla ritrovata chiave da nudo folker di Almost Always e Change of Heart (che en passant potresti immaginarle come parte di Harvest), fino alle movenze latino-rock di Carnival – in chiave Santana – e al blues alticcio di Diggin’a Hole, quasi un quadretto dove gli Stones ridacchiano con Muddy Waters. È un correre frenetico tra vecchie esperienze rilette alla luce di una lucidità che sembra ogni volta rinvigorirsi. E non è difficile ritrovare qui tutte le anime che hanno contraddistinto Young fino ad oggi: da After the Gold Rush a Zuma, fino al più recente Peace Trail. Anche in chiusura, quando il Nostro dedica ben dieci minuti alla conclusiva Forever, l’immaginario corre veloce a quella It’s a Dream che, per chi scrive, fu pura epifania.

Credevamo di trovarlo sgonfio, schiacciato dal peso della sua riottosità e troppo stanco per poterci entusiasmare ancora. Invece Young c’è riuscito ancora: ha spazzato via ogni forma di pregiudizio vestendo di candido livore parole e musica, come lui solo sa e può fare.

3 dicembre 2017
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