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6.6

Per gli amanti dello shoegaze maggiormente ribassato e debitore nei confronti di certo alt-rock anni novanta, il 2020 tutto sommato non è stato da buttare via: gli Hum sono tornati dopo oltre vent’anni di assenza con un ottimo album (Inlet), i Narrow Head hanno finalmente pubblicato l’atteso 12th House Rock e i Deftones hanno nuovamente ribadito (ohms) – come se ce ne fosse bisogno – che a conti fatti nella stagione nu- erano praticamente gli unici a valere davvero qualcosa.

A completare il poker si rifanno vivi – con la solita cadenza biennale – anche i Nothing con il quarto album The Great Dismal. La band di Dominic Palermo è stata quella che più di tutte, sull’onda lunga del revivalismo gaze/dream dell’epopea hip, ha saputo mantenere il dialogo con i metalheadz attraverso distorsioni pesanti, riff possenti e un malessere di fondo decisamente pitch black. Contrariamente ai Narrow Head (approccio decisamente più scanzonato e youthful), al netto di un paio tracce vagamente pop (Vertigo Flower, You Wind Me Up), i Nothing non hanno mai concesso spazio al colore e l’ultima fatica in studio non fa eccezione.

Dopo aver perso per strada, oltre al bassista Nick Bassett (Whirr, Deafheaven, Camera Shy e Death of Lovers) anche il chitarrista storico Brandon Setta, i Nothing propongono dieci nuove canzoni caratterizzate da una produzione più curata (diminuisce l’effetto campana presente in alcune tracce precedenti) nuovamente nelle mani di Will Yip (in curriculum decine di uscite Run For Cover) e da una gamma stilistica che, seppur sempre ampiamente limitata ai confini che ben conosciamo, si arricchisce di due-tre elementi vagamente inediti per la band di Philly. Si prendano ad esempio i riferimenti a certo cyber-rock misto Il Corvo OST del primo singolo Say Less o i momenti space-rock (pare che Palermo abbia fissato a lungo una foto di un buco nero mentre scriveva il disco) presenti in Blue Mecca e nell’incedere lento dell’iniziale A Fabricated Life in cui Dominic si domanda «What else can I ask for?» su un tappeto di chitarre ad altezza Souvlaki. In tal senso può aver aiutato l’ingresso in formazione di Doyle Martin dei Cloakroom, band affine e compagna di etichetta (Relapse) con tendenze verso lo space/gloom-core.

Riuscite le claustrofobie mid-tempo di Bernie Sanders, che nonostante il titolo in teoria sarebbe dovuta essere una canzone sul perdersi in Giappone (e il passaggio «Convalescence / in Beat Cafe / Shibuya meltdown / Kato, come save the day» lo testimonia). Il reale significato – per sua stessa ammissione – non è chiaro neanche a Palermo. Per il resto poco da segnalare, se non i consueti passaggi pumpkinsiani (Famine Asylum) filtrati da MBV e Swervedriver e una ispirazione melodica che raramente trova la quadra come nei tre album precedenti, specialmente su un paio di riempitivi (Catch a Fade, Just a Story) che fanno capolino in una tracklist con meno picchi ma nel complesso compatta e leggermente meno discontinua rispetto a Dance on the Blacktop.

Con un occhio vagamente nostalgico, Guilty of Everything e Tired of Tomorrow rimangono un gradino sopra, ma i fan della band difficilmente rimarranno delusi da questo ennesimo buon disco. Lo stesso buon disco che – probabilmente – i Nothing potrebbero perpetuare a tempo indeterminato senza troppe difficoltà.

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