Live Report
Dal 3 Agosto al 12 Agosto 2018

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Benvenuti in Norvegia, un paese che assomiglia alla criniera di un cavallo, meta alquanto strana per un figlio del borgo medievale e del Mediterraneo come il sottoscritto – si sta freschi, se non altro. Con un PIL pro-capite di quasi due volte superiore a quello italiano, e un censimento che conta poco più di cinque milioni di anime, da fredda estremità settentrionale la Norvegia si è configurata come meta di tendenza, luogo ultimo devoto all’escapismo dal logorio del quotidiano e culla della meditazione, per riconnettersi con la natura incontaminata (di questi tempi sempre più rara da trovare) e forse anche con se stessi. Oslo ne è il centro e l’opzione più remota al tempo stesso, l’unico baluardo di contaminazione mitteleuropea in un paese che vede più del 50% del proprio territorio libero da grandi agglomerati urbani e dominato dalla vastità dei fiordi, esempio di quanto l’architettura naturalistica sia a volte più magnifica e ambiziosa di quella artefatta: la capitale del Regno è volta alla globalizzazione e alla mescolanza culturale, e ricalca in molti dei suoi grandi corsi, viali e piazze il prototipo di capitale del Nord Europa, disperdendo però i propri confini nel vasto verde che la avvolge tutt’attorno e ne riempie i numerosi parchi di rigogliosa vegetazione.

Non per le medesime ragioni, non per il forte desiderio di ritrovare un equilibrio interiore perduto, non per riconnettermi con la purezza della natura o chissà quale altro vezzo new age, vorrei raccontarvi quanto accaduto nei quattro giorni di Øya Festival, uno degli eventi clou dell’estate a Oslo, che ha abitualmente luogo nel primo o secondo fine settimana di agosto, in concomitanza con altri due importanti festival scandinavi, il Flow di Helsinki e il Way Out West di Göteborg. Tra gli ultimi due e il ben più famigerato Roskilde di Copenhagen, Øya fatica ancora a ritagliarsi il suo spazio nell’immaginario collettivo e nella mappa mentale degli appassionati di festival, nonostante rappresenti un vero e proprio must per gli osloenser di tutte le età, che si godono i colli e il verde del centralissimo Tøyen Park, in cui si svolge gran parte della rassegna tra vivai e giardinetti, e ai confini del quale sorgono due tra i più importanti musei nazionali – quello delle Scienze Naturali e quello dedicato al pittore più noto e celebrato, Edvard Munch. Nonostante la (relativa) scarsa fama oltre i confini nazionali, Øya richiama ogni anno più di 100.000 spettatori in un’area verde neanche troppo vasta per un festival che ambisce a certe vette – la sontuosa line up di quest’anno (Kendrick Lamar e Arctic Monkeys su tutti) ne è la dimostrazione concreta, e la controprova del fatto che per i giovani aborigeni quello contingente all’evento è il weekend più atteso di tutta la stagione.

La predominanza di pubblico autoctono fa sì che lo spirito del festival sia fortemente radicato nella cultura locale, a partire dalla comunicazione e dal lato social (piuttosto scarso e inintelligibile per i “forestieri”) per arrivare al cibo e ai numerosi servizi offerti in tale ambito; ciò però genera attorno all’evento una curiosa e straniante sensazione di serenità, ben distante dai ritmi frenetici e concitati dei grandi festival del sud Europa: in Norvegia il culto del tempo libero è vissuto con rilassatezza e con spirito d’evasione, lasciando da parte atti di isteria collettiva o corse a perdifiato tra un palco e l’altro (ve ne sono solo cinque, tra cui lo splendido Sirkus – una sorta di hangar al chiuso – e l’Hi-Fi Klubben, stage quasi interamente dedito alla musica elettronica e fornito di un potente impianto stereofonico); gli orari flessibili tra un set e l’altro aprono spazi di tempo in cui è possibile vagare tra i numerosi stand del cibo e altrettanti dedicati al merch e ai vestiti (tra cui una sorta di mercatino vintage in itinere), nonché godersi la brezza fresca e stendersi su un prato o su pancali adibiti a poltroncine, sparsi per quasi tutta l’area del festival. L’ampio range d’età degli avventori è poi un dato significativo circa la natura del festival (che affianca headliner come Brockhampton e Grizzly Bear a vecchie glorie come Tangerine Dream e Patti Smith) nonché della cultura locale, in cui l’evento concertistico è vissuto più con spirito di aggregazione e come momento di relax che come manifestazione di frenesia ed eccitamento smodato: famiglie, bimbi, cinquantenni, ragazzini adolescenti e giovani donne e uomini, tutti insieme appassionatamente, a prescindere dalla natura del concerto e in barba a un cielo che (spesso e volentieri) minaccia pioggia, mai terso o realmente sereno nel fine settimana in questione, ma ordinaria amministrazione da quelle parti. Il piacere di godersi un evento senza corse e crucci legati a sovrapposizioni scomode o file per i bagni o per mangiare, un’audience sempre attenta e rispettosa, mai chiassosa o indisponente, ma sempre compatta e sobria: sembrano cretinate, ma sono le piccole cose che in questi ambiti fanno realmente la differenza.

Venendo alla musica, come detto la proposta è veramente ricca: si parte da una giornata inaugurale all’insegna di quanto di buono e importante abbia prodotto l’indie europeo e mondiale negli ultimi dieci e passa anni – la serata dei già citati Monkeys, che ha pure visto impegnati i talentuosissimi Lemon Twigs, gli impeccabili e sontuosi Grizzly Bear e degli Arcade Fire in stato di grazia che hanno suonato gran parte del loro repertorio più noto sotto una pioggia battente che ha mondato le loro perplessità circa lo stato di notorietà della band, dopo un ultimo tour (quello a supporto dell’ambizioso ma mal riuscito Everything Now) tutt’altro che trionfale. Grande spazio ai nomi grossi, giusto, che son quelli che ti fanno staccare i biglietti, ma Øya ha un occhio (anzi, due) di riguardo verso la scena nazionale – nomi ai più sconosciuti, ma autentici idoli in patria: dal trapper Cezinando al trio psych-pop Great News, passando per il jazzista Bendik e Gundelach, una sorta di prodigio del neo soul che in patria sta ottenendo grandi consensi grazie anche a un respiro internazionale (depone a favore dei norvegesi un’approfondita conoscenza della lingua inglese, che viene spesso e volentieri scelta dai nuovi musicisti in favore di quella locale) e uno show molto spettacolare, con luci, proiezioni e prismi colorati che addobbano lo stage, supportato da due coppie di musicisti parzialmente nascosti dietro un muro immenso di synth modulari e altre diavolerie. Il Nostro chiude attorno alle undici, orario in cui molti degli spettatori si recano verso le proprie abitazioni o, in alternativa, lasciano che la serata prosegua con gli eventi di Øyanatt, l’apparato notturno di Øya che propone più di cinque eventi in vari club della città – io ho optato per un valido Ariel Pink, anche lui supportato da un talento locale, tal Ivan Ave, per cui si è mosso un vero e proprio bagno di folla e che si è meritato l’approvazione di un Win Butler in mise da cowboy, accorso nel locale per chiacchierare con curiosi e fan, e che si è goduto la serata, sornione, dal bancone del bar.

Il giorno seguente (giovedì) è forse quello più atteso, poiché il set di Kendrick Lamar è di scena, e un’orda di ragazzi e ragazze di tutte le età si riversa con una mezz’ora d’anticipo nella vallata dell’Amfiet, il palco principale – forse l’unica manifestazione di “primaverite acuta” che ho riscontrato in tutto l’arco del festival. La premura è ampiamente comprensibile, visto che la (ormai) seconda data di Oslo del DAMN. World Tour è un concentrato di energia pura e consacra K-Dot dal ruolo di profeta al ruolo di autentica rockstar: di nero vestito, tiene il palco con una maestria e un’eleganza uniche, senza versare una sola goccia di sudore, interagendo con il pubblico e supportato da una band di cinque elementi, oltre che da uno spettacolo di luci e proiezioni notevole. Ma il giovedì è anche il giorno di Fever Ray, che gioca (quasi) in casa, e di King Gizzard & the Lizard Wizard, energici, come al solito, sopra e sotto il palco: li intravediamo scapocciare con veemenza e convinzione al primo vero squillo metal del festival, durante il set degli americani High on Fire, che nella patria del black polverizzano l’audience a colpi di sciabordate violente precedendo il set dei polacchi Behemoth, tanto minacciosi quanto grotteschi.

Ci avviciniamo al cuore del weekend, quando un violento nubifragio condito da ventate oceaniche minaccia la giornata festivaliera: non importa, ci sono i Superorganism, sempre più fenomeno pop e rivelazione del 2018, a dirci che it’s all good – non perdeteveli a Milano, per nessuna ragione al mondo. È anche il giorno più female power di questo Øya 2018, con Chelsea Wolfe, St. Vincent, Charlotte Gainsbourg e la già citata Lykke Li, anche lei accolta da un’audience mostruosa, probabilmente la più nutrita assieme a quella di K-Dot. Spazio anche per le “stranezze”, e dopo i viaggi cosmici di Shabaka Hutchings (che scaccia la pioggia con una strana danza a torso nudo, come un idolo d’ebano) e i suoi The Comet is Coming il primo giorno, e l’electro-pop-lounge mutante di Yaeji il secondo, è tempo per la techno psichedelica e crepuscolare di Daniel Avery, ma anche per i rituali voodoo dei WITCH, progetto di origine africana “riscoperto” dal genietto olandese Jacco Gardner, anche lui sul palco con uno strano copricapo magico, a far parte di un’autentica macchina del groove che precede il set ipnagogico e ammaliante dei Tangerine Dream (o di ciò che ne resta).

L’ultimo giorno raccoglie un po’ un sunto di quanto ascoltato e visto nei giorni precedenti: con i postumi di un after party in compagnia di Kelly Lee Owens, si ciondola tra dei Dungen come al solito eleganti e progressivi (nel senso alto, lato e letterale del termine), un Curtis Harding in gran forma e con degli occhiali degni del miglior “Bootsy” Collins, seguìto a ruota dal gotha del soul contemporaneo (la tripletta Jorja SmithNeneh CherrySudan Archives). Alex Cameron dà spettacolo con un set leggero a metà tra glam e cabaret, Deathprod è invece l’oscuro signore dell’ambient elettronica e le sue bordate arrivano anche fuori dal tendone del Sirkus: il ragazzo ha “parcheggiato” un transatlantico per almeno tre quarti d’ora di set. Mastodontico. Non è l’unico autoctono degno di nota della giornata, oltre al già citato Cezinando (che non sfigurerebbe affatto in una versione aggiornata della Dark Polo Gang) e all’idolo Hans-Peter Lindstrøm, che però ci perdiamo in favore dei Converge, al solito devastanti, affidando poi la chiusura delle danze ai Khruangbin, live band sempre più spettacolare e rodata, e al bagno di folla per la poetessa punk, Patti Smith, che raccoglie simbolicamente giovani e meno giovani sotto l’ormai apprezzatissimo tendone nero del Sirkus (forse il palco che ha offerto più gioie).

Col senno di poi, l’esperienza si è rivelata molto soddisfacente, in quanto foriera di grandi interpreti e nomi altrettanto sconosciuti ma apprezzabili, ma soprattutto portatrice di un’atmosfera sana e rilassata, capace di calare l’avventore di turno nei ritmi e nei rituali della cultura norvegese, da cui noi esagitati e talvolta beceri uomini del Mediterraneo dovremmo prendere esempio. A parte per le capsule di tabacco. Ecco, no: le capsule di tabacco fanno veramente schifo.

1 Settembre 2018
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