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In una campagna inglese c’è un’auto ferma nel nulla. Una sola persona è lì dentro, ma non si tratta dell’autista. Dalla macchina provengono strani suoni e, a ben guardare, l’uomo seduto nel sedile posteriore piange come un bambino. Il parto era finalmente avvenuto: Thom Yorke stava ascoltando la versione definitiva del seguito di Ok Computer. Fare Kid A – e Amnesiac, perché figli delle stesse sessioni in studio – era stata la cosa più difficile per i Radiohead. Tra il 1998 e il 2000 tensioni, ripartenze e passi falsi erano all’ordine del giorno e il “prodotto della cultura del lamento” – come lo stesso cantante definiva il gruppo – stava mutando per sempre, rischiando di porre fine a quindici anni di carriera.

La pressione della Emi era gigante, Ok Computer un fardello troppo grande da reggere e conflitti irrisolti che serpeggiavano per anni comparivano tutti assieme nello stesso periodo. Yorke era in un loop: prendere in mano una chitarra per cestinare tutto, innervosirsi e farsi prendere dall’ansia e proporre in maniera compulsiva nuovo materiale a una band unita solo da una certezza, non ripetersi. E poi la trafila studio-promozione-live era una routine che cominciava a stancare, per Ed O’Brien bisognava tornare a fare brani pop e lasciar stare le suggestioni prog rock, era necessario liberarsi dagli effetti, “trovare bei suoni di chitarra e fare qualcosa di veramente brillante”.

Ma allora, cosa fare? Quali le alternative? All’inizio c’erano una decina di brani, la maggior parte orbitanti attorno al sound del disco precedente, alcuni scartati negli anni e risalenti addirittura a Pablo Honey. Nessuna di queste canzoni sarebbe finita in Kid A, un album che entra nel nuovo millennio proiettato nel futuro e che si lascia alle spalle le suggestioni che U2, Rem, Can e Pixies avevano significato sin lì per il quintetto oxoniense. Il “Bambino A” – ne sentiamo il vagito sul finale dell’omonima traccia – nasce da una coltre di synth, drum machine e voci massacrate da effetti. Quel Mac su cui Yorke aveva scaricato l’intero catalogo Warp pullulava di ascolti di Aphex Twin, Dj Shadow e Boards Of Canada. Ma qualcuno insiste nel dire che l’anima di Kid A e Amnesiac non è l’elettronica; la svolta che spinge i Radiohead nell’olimpo dell’arte slegandoli per sempre da compromessi e prassi di forma e contenuto è il jazz.

L’avanguardismo di Krzysztof Penderecki, la spiritualità di Olivier Messiaen, l’oscuro fascino per Charles Mingus, i fiati di John Coltrane: Kid A fonde tutto questo con la freddezza dei beat. Yorke ricorda che l’effetto straniante che faceva vedere cinque musicisti in studio assorti, ciascuno chino su di un computer. A tal punto che quando Phil Selway vide Ed O’Brien con una chitarra in mano pensò che qualcosa non andasse. Eppure, le Onde Martenot suonate da Jonny Greenwood, gli archi e i fiati sono lì a dimostrare come nei momenti tesi e bui l’arte è viva e ambiziosa. Un’arte geometrizzata dalle traiettorie del fido Nigel Godrich, sesto membro della band e fondamentale in ogni reincarnazione del quintetto. Sua l’intuizione di creare due gruppi in studio: uno alle prese con loop e sample e l’altro a suonar sulle sequenze embrionali. Una svolta che cambierà per sempre il modus operandi dei Radiohead.

Pop? Sì, perché la struttura base AABA beatlesiana rimane grossomodo il mattone fondante su cui si sviluppano canzoni stranianti come Everything In Its Right Place, Idioteque o In Limbo. Ma allora la sperimentazione dov’è? Forse l’abilità più grande – e qui torniamo anche ai Fab Four – è nascondere l’azzardo dietro un telo di apparente semplicità o, comunque, scorrevolezza. I 6/4 della sopracitata Everything In Its Right Place, gli intrecci di chitarra in Optimistic, il 5/4 di Morning Bell e quelle due pagine di spartito quasi vuoto di note ma pieno ricco di influenza ambient à la Brian Eno di Treefingers non intralciano il fluire di un album che quando venne il momento di strutturarlo in scaletta “prese forma da solo”.

In effetti, i dieci brani sono facce di un unico poliedro. Sono tutte sospese tra minimalismo (Idioteque) e orchestrazione (How to Disappear Completely), tra vortici costruiti attorno a un unico riff (come quello del basso di Colin Greenwood nella cavalcata free jazz The National Anthem o della chitarra del fratello Jonny nella cantilenante In Limbo) e dinamiche ascendenti (nella parte strumentale di Morning Bell, ritmato da un compulsivo «Walking, walking, walking, walking»).

L’alone di santità che l’album emana è generato – e si è perpetrato nel tempo – da una serie di fattori. Il primo riguarda l’ultima grande rock band nell’accezione musicale classica che abbandona la tradizione per tuffarsi in campi quasi del tutto vergini per gli amanti delle chitarre. E poi c’è la promozione praticamente azzerata (qui c’è lo zampino del sentore anticapitalistico suggerito da No Logo di Naomi Klein, divorato da Yorke in quel periodo), idem per i tour – ridotti a qualche data organizzata in un tendone – e l’uscita di un secondo album appena sei mesi dopo. L’eco di questo disco ha raggiunto tutti: detrattori e fan, critica e musicisti, pesino il mondo accademico, che da quel momento ha cominciato a vivisezionare in saggi e paper ogni minimo aspetto visuale, musicale e concettuale della band.

Grazie a questa attenzione Kid A ha mantenuto la sua importanza accrescendo i collegamenti tra i suoi stessi significati. Dal “sonic continuum” che deforma il rock (Mark B.N. Hansen) all’idioletto che rimanda al gioco di scrittura tra Yorke e Greenwood (Allan F. Moore, Anwar Ibrahim), dall’aspetto apocalittico nell’arte dello storico grafico Stanley Donwood (Lisa Leblanc) agli “antivideo” in riferimento ai blip di Kid A (Joseph Tate): tutto ha assunto a un certo punto un senso più profondo, sfociando nelle teorie che ricorda Stefano.

Infine, il quarto album dei Radiohead non è altro che una lunga riflessione sulla condizione umana. Si tratta di un grande rito di passaggio che dal secolo breve ci traghetta verso il terzo millennio, un non-luogo dove le melodie sono sterili, le linee vocali minimali e i testi – appuntati di volta in volta su foglietti e tovaglioli – frammentari. Le parole descrivono nevrosi apocalittiche (Idioteque), isolazionismi caratteriali e necessari (Everything In Its Right Place, How To Disappear Completely), frustrazioni personali e sociali (Optimistic, Motion Picture Soundtrack).

Kid A ci parla non comunicando, anzi lo fa spiegandoci che è proprio questa la condanna del nostro tempo: l’incomunicabilità. Lo fa ricorrendo al sincretismo delle arti (i due colori in Everything In Its Right Place prendono spunto dai quadri di Rothko, ovviamente In Limbo è permeato di quella Divina Commedia che Rachel Owen, l’allora moglie di Yorke, conosceva benissimo in quanto accademica dantista), alla citazione (il beat principale di Idioteque è preso in prestito da Paul Lansky e Arthur Kreiger) e alle ansie di fin de siècle.

In questo disco è davvero tutto al posto giusto: parte, infatti, con un brano futuristico e si conclude con una rassicurante orchestra in reverse (manco a farlo apposta, una ghost track dal titolo Genchildren), come a ricostruire i ponti tagliati con la tradizione. Perché in fondo Kid A fa riverberare le parole di Lacan in quanto costruisce «un certo modo di organizzare intorno ad un vuoto». Una volta finito l’ascolto ci accorgiamo di essere noi quel vuoto.

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