Recensioni

7.3

Non mancano certo i precedenti a questa “svolta elettronica” di Sufjan Stevens, basti pensare a quanto combinato in Planetarium (con Bryce Dessner, Nico Muhly e James McAlister) o al più recente Aporia assieme a Lowell Brams, suo patrigno nonché partner in crime in Asthmatic Kitty. Insomma, dal punto di vista dell’abito sonoro The Ascension è sì una sorpresa, soprattutto se paragonato alle struggenti cartoline acustiche del precedente Carrie & Lowell, però, come dire, è una sorpresa poco sorprendente. In fondo, se dal quarantacinquenne di Detroit ci si attende qualcosa, è esattamente la versatilità, il cambio di scenario, la peculiarità del progetto. A proposito, pare che le canzoni di The Ascension siano state composte su una tastiera Prophet perché le chitarre di Sufjan erano momentaneamente chiuse in un magazzino a causa di un trasloco: se questo spiega con una certa facilità l’impronta anzi l’impostazione sintetica dei brani, suggerisce anche la possibile causa del senso di spaesamento e transitorietà, della mancanza di un “luogo” attorno e dentro a queste canzoni.

Che fanno perno – musicalmente e liricamente – su unità di senso minime, basali, sulla loro attitudine alla reiterazione, riflesso forse dell’imperio dei meme in cui siamo sempre più immersi, oppure del rattrappirsi dell’individuo (Sufjan stesso) stretto tra l’invadenza dei media e il bilancio della mezza età (probabilmente è un mix di entrambe le cose). Sufjan fa i conti con la fede, con il sentimento, con il proprio Paese, con il perimetro di ricordi e aspettative su cui costruire qualcosa che possa chiamarsi “io”. Soprattutto, mi pare, fa i conti con la possibilità stessa di riuscire a fare i conti, con la dispersione di scenari e paradigmi, con quel bombardamento di scatole vuote allestito in modalità sistematica da informazione ed espressione.

Le melodie sono pacate, quando intrigano vanno poco oltre la soglia del comfort, si adeguano cioè a strutture che si rifanno a standard e pattern ampiamente sperimentati. Ecco: tutto suona come sperimentato, nulla suona come sperimentale. In un certo senso, è un pop che dichiara l’impossibilità dell’avanguardia cannibalizzandola. Ricordando ora la Björk di Volta (quello con la complicità di Timbaland) o i Notwist altezza Neon Golden, oppure assestandosi da qualche parte tra Peter Gabriel e i Radiohead androidi (con qualche più diretto recap ad Anima di Yorke), Stevens si accoccola in una dimensione tutto sommato familiare anche se disallineata di quel tanto da permettergli una traiettoria propria, convergente ma parallela (ehm…) agli standard dettati dal playlist pop.

Sufjan Stevens, foto per la stampa (2020)

Il livello di coinvolgimento rimane sotto il livello di guardia, non mira alla trascendenza. Le melodie sembrano seguire un solco ben direzionato ma prevedibile: non parlerei di pilota automatico, casomai di un limitatore di velocità. Si confronti la reiterazione ipnotica di una All Of Me Wants All Of You a quella di Die Happy: in cinque anni l’elevazione trepida è diventata un avvitarsi etereo ma cupo, poeticamente si tratta di una svolta a centottanta gradi, dal bisogno di lasciarsi alle spalle il dolore all’immersione necessaria nell’apatia, nell’inflazione emotiva. La stessa Videogame ha un piglio ammaliante e una leggerezza didascalica che contrasta con l’invettiva del testo, ma è come innervata di una rassegnazione frigida, un impasto di trasporto e disarmo di cui sono intrisi anche altri singoli potenziali come Sugar e Run Away With Me.

Tutto lascia pensare che si tratti di una ben precisa scelta estetica e strategica. Potremmo dire che l’apocalittico prevale sull’integrato, spalmandosi come un bozzolo di pessimismo retromaniaco sul progressivo: così in Gilgamesh o nella coppia centrale Ativan/Ursa Major la flagrante presenza del Peter Gabriel periodo So/Us ha il respiro raggelato del grigiore wave, è uno sguardo che accenna ad allungarsi verso il futurismo world (vedi anche Lamentations) per ritrarsi subito dopo, trovando riparo in una concitazione febbricitante e (perché) innervata di allarme (come nella liturgia marziale – vagamente Depeche Mode – di Dark Star).

Al trasporto soul astratto della title track tocca – non certo a caso – il compito di tessere il messaggio definitivo, tra citazioni di Sant’Agostino, della Bibbia e del Re Lear, ovvero la vasta insensatezza della ricerca di senso (“And to everything, there is no meaning/A season of pain and hopelessness/I shouldn’t have looked for revelation”) in un epoca che divora innanzitutto il senso lasciandoci a fare i conti con le sue macerie (“But now it strengthens me to know the truth at last/That everything comes from consummation/And everything comes with consequence”), per poi andare a spegnersi nella luminosità sgomenta di quel “what now?”. La già nota America suggella il programma compenetrando aspetti mistici e politici, una lunga (oltre dodici minuti) e rarefatta processione attraverso il campo di battaglia dopo la sconfitta – anzi, il tradimento, come traspare da quel “Don’t do to me what you did to America” – di tutti i valori, le nuove frontiere, gli ideali in cui credere, e nei quali comunque era giusto credere.

Guardando alle ultime tre principali uscite soliste di Sufjan Stevens, viene da pensare a una peculiare lettura degli anni Dieci: il monito folgorante di The Age Of Adz (ottobre 2010), il collasso introspettivo di Carrie & Lowell (marzo 2015) e la sentenza apparentemente senza appello di The Ascension. Un percorso analitico che affonda lo speculo fino al cuore del conflitto tra individuo e società, tra individuo e sistema culturale, in una prospettiva umanista che evita la trappola (banalizzante e retorica) dello schieramento politico pur sapendo bene da quale parte stare. In questo senso, Stevens si conferma come uno dei musicisti più importanti e implicati col presente in attività.

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