Recensioni

6.3

Dovremmo essere abituati alle progressive delusioni, così come dovremmo essere capaci di lasciare che gli eventi facciano il proprio corso e di osservare il tutto in modo vagamente distaccato. A volte il compito risulta però difficile perché, più che vere delusioni, sono amare constatazioni del fatto che certi momenti non torneranno più. Nel caso dei The Pains of Being Pure at Heart, con un calo di interesse mediatico che va a braccetto con un’ispirazione altalenante, sembrano andarsene definitivamente i vent’anni di quelli che – come il sottoscritto – avevano riposto tante speranze nell’ondata guitar-pop di quegli anni. Oggi, infatti, rimangono quasi solo i ricordi dei Father, Son, Holy Ghost (quanto mancano i Girls…), dei Belong, degli Oshin, degli Yuck, dei Celebration Rock, dei Nocturne o degli Attack On Memory, piccoli-grandi manifesti di un’epoca che suona ormai lontana in un 2017 in cui le chitarre (e soprattutto un certo tipo di indie rock) non stanno solamente prolungando la latitanza nei contesti generalisti, ma anche facendo tanta fatica ad avere un vero appeal sulla nuova generazione di neo-ventenni.

Tutto questo preambolo per giustificare in parte lo scetticismo-misto-nostalgia che affiora immediatamente nel dover scrivere del nuovo – quarto – album dei The Pains of Being Pure at Heart, band che già con il precedente Days Of Abandon (2014) non era riuscita a ricreare né l’irruenza scanzonata degli esordi né quel mix tra distorsioni granitiche e melodie twee che aveva reso memorabile Belong. Volente o nolente, però, la band di New York riesce sempre a regalare minuti di spensieratezza, e lo conferma senza troppa fatica anche in The Echo of Pleasure, un lavoro composto da sole nove tracce prodotte nuovamente da Andy Savours, e caratterizzate da uno stato d’animo più rilassato e consapevole (nel frattempo Kip Berman è diventato padre) rispetto al precedente ed isolazionista Days Of Abandon. Questo si traduce in composizioni sprizzanti linfa vitale, realizzate da un trentasettenne (eh sì…) che sembra aver trovato una certa pace interiore. Un agrodolce inno all’amore che si snoda rapido e indolore alternando equilibratamente episodi contagiosi e filler tutt’altro che indimenticabili. Tra i primi citiamo senza dubbio When I Dance With You (frizzante traccia da indie club farcita di synth e spruzzate elettroniche), The Garret (sentori 80s e groove difficile da rintracciare nei dischi precedenti) e Anymore (un brano pressoché inattaccabile per compattezza e funzionalità), dove la voce di Kip Berman suona meno giovanile, più malinconica e matura. Anche nella title-track troviamo un Berman diverso dal solito ma stilisticamente non si va oltre un synth pop/rock piuttosto generico.

In generale la chitarra sembra essere stata declassata a favore di una tastiera spesso vera protagonista degli arrangiamenti. Una scelta che convince a metà e che non riesce sempre a rivitalizzare i passaggi più deboli: a rimanere impressa è solamente So True (pulsante uptempo ad altezza pop scandinavo), se non altro perché interamente cantata da Jen Goma degli A Sunny Day in Glasgow. A chiudere il disco troviamo Stay, brano riflessivo, atmosferico e con picchi malinconici non indifferenti.

Kip Berman (uno che puro di cuore sembra esserlo per davvero), oggi più che mai non ha nessun tipo di velleità che non sia quella di scrivere piacevoli pop songs senza troppe pretese. Durante i concerti il clamore continuerà ad esplodere sulle prime note di Young Adult Friction o di Heart In Your Heartbreak, ma dategli ancora una volta una possibilità: non vi cambierà l’annata musicale e di sicuro non potrà nuocervi.

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