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Titoli di coda: Jason Pierce, dopo oltre due ore di concerto sul palco di Piazza Castello, intona una cover di Oh! Happy Day degli Edwin Hawkins Singers, coadiuvato dalla sua band e dalle tre sensazionali coriste che per tutta la serata hanno impreziosito uno dei live più emozionanti della tre giorni di Ypsigrock e probabilmente una delle performance più memorabili della stagione. Al termine dell’esibizione è possibile scorgere i volti commossi delle quasi 2mila persone accorse nel borgo medievale che ospita la kermesse; sono volti soddisfatti, sognanti – sono in molti a guardare direttamente il cielo quasi avessero ricevuto una delle più inattese benedizioni – e anche un po’ segnati dalla tristezza per la fine di un evento che porteranno sempre nel proprio cuore di spettatori e di persone che non potrebbero vivere senza l’ebbrezza di un riff di chitarra, di un rullante di batteria, della nota più alta raggiunta da chi su quel palco mette in gioco tutto se stesso di fronte a una platea sconfinata, ricevendo in cambio una passione travolgente.

Quella stessa passione che due notti prima aveva sconvolto perfino Matt Berninger, leader dei National, protagonista di un altro set della durata di oltre due ore che quasi non vorrebbe proprio lasciarlo quel palco e che alla folla ammette il desiderio di voler suonare in piazza Castello tutte le sere, un po’ come faceva Frank Sinatra a Las Vegas. È il fascino irresistibile esercitato da Castelbuono (al secolo Ypsigro – l’antico nome da cui deriva la denominazione del festival), un borgo medievale arroccato nell’entroterra siciliano, in provincia di Palermo, dove è possibile riscoprire sia la bellezza della regione – con i suoi vicoli stretti, l’accoglienza dei residenti, le sue mura risplendenti di un giallo accesissimo per via del sole cocente che rosola il tutto fino a raggiungere i 40 gradi, le prelibatezze offerte da tutto il canovaccio culinario a disposizione, sia nelle piccole e caratteristiche osterie che in vere e proprie succursali di caseifici ricche di prodotti di giornata, in cui non si vede l’ora di far ritorno la mattina seguente – che l’atmosfera tipicamente internazionale che condisce i festival musicali (su oltre 10mila presenze, circa il 15% è straniero), giunto nell’isola a tre punte per assaporare un po’ di quella caratteristica lentezza che in un contesto festivaliero come quello dell’Ypsigrock sembra integrarsi perfettamente.

La prima tappa all’arrivo, non a caso, è quella della pasticceria Fiasconaro, dove in pieno agosto è possibile degustare assaggi del più buono dei panettoni d’Italia (non ce ne voglia Milano), tant’è che proprio nelle zone di Castelbuono si fa riferimento al “panettone di Ferragosto”, che qui ci viene presentato condito dalle creme alla Manna – l’Oro di Manna di produzione locale – oppure al pistacchio e al cioccolato di Modica. Il tutto condito dal classico gelato o dall’ampia produzione di granite, rigorosamente artigianali. Poco prima dell’inizio dei live in piazza Castello è poi il momento di uno “spuntino” veloce al Caseificio San Nicola, dove oltre al tipico e irresistibile formaggio San Nicola si possono sperimentare le più diverse combinazioni di prodotti tipici da inserire con irresponsabile ingordigia nel proprio panino. La pancia è oltremodo colma, la fame disarcionata e sconfitta a tempo determinato, la soddisfazione incalcolabile. Rimane il tempo per un paio di birre al chiosco dove l’uso della plastica è limitato al proprio bicchiere, che di volta in volta verrà riempito, scongiurando così il prevedibile oceano di poltiglia sotto i piedi. Intanto, sul palco principale, lo show è appena iniziato.

Ad aprire le danze è Dope Saint Jude, giovanissima rapper di Città del Capo che da qualche anno sta incendiando la scena hip-hop di Londra e che sul palco di piazza Castello accende gli animi e la miccia esplosiva sull’intera kermesse; il suo è un canto furioso, ma mai rancoroso, un grido di speranza, condivisione e unione che si fregia del suo essere “unapologetically queer” e si batte per il diritto allo studio nei paesi dove questo non è affatto dato per scontato. A seguire, il set delle Let’s Eat Grandma (e c’è da dire che “mangiamo, nonna!” è forse una delle frasi più ricorrenti nel lessico siciliano), con il loro art pop caleidoscopico ricco di venature sintetiche e zuccherose, per quaranta minuti all’insegna di un divertimento spensierato. Poco meno di un’ora di pausa per far salire alle stelle l’appetito musicale, e il piatto che si presenta è dei più invidiabili: i National salutano la platea di una piazza Castello da tutto esaurito e intonano immediatamente You Had Your Soul with You perfetta come overture, seguita dagli altri brani estratti dall’ultimo, bellissimo I Am Easy to Find. A metà concerto si è già raggiunto il picco emotivo, che da lì in avanti non subirà cali di alcuna natura, ma scossoni verso l’alto in grado di limare l’entusiasmo diffuso: come quello in apertura di Green Gloves, che un commosso Berninger dedica alla memoria di David Berman, scomparso solamente due giorni prima. Tra un bicchiere di vino bianco e l’altro, il leader della formazione si prende pure il tempo per diversi giri tra la folla, mettendo a dura prova la pazienza di chi è stato incaricato di articolare il lunghissimo cavo del microfono; Berninger è un fiume in piena che regala emozioni e vuole a ogni costo riceverne dalla folla, che senza alcuna fatica contraccambia il gesto, tra singalong ripetuti e applausi a ritmi regolari. Probabilmente tra le band più importanti nel panorama attuale (a sottolineare l’efficacia della 23ª edizione di Ypsigrock), i National concedono al pubblico un ultimo regalo, un secondo encore con l’esecuzione a cappella di Vanderlyle Crybaby Geeks: la folla è in festa, la musica trionfa, il ricordo è appena iniziato.

Il Day 2 si tinge di sensazioni bucoliche grazie al tributo a Nick Drake offertoci da Rodrigo D’Erasmo e Roberto Angelini (quest’anno cade il 50° anniversario dell’uscita di Five Leaves Left): proprio all’Ypsicamping di Castelbuono va in scena quella è che l’ultima tappa di un lungo tour (dal titolo “Way to Blue“) immerso nel ricordo di uno dei cantautori folk più seminali del Novecento, volato via troppo presto, dopo appena tre album, e una fama sconfinata (sebbene ancora nient’affatto mainstream) raggiunta solo dopo la morte. Quello di D’Erasmo e Angelini è un percorso comune che li ha visti intrecciarsi anni fa e che culminerà quest’autunno – come da loro annunciato – con un documentario su Drake che andrà in onda su Sky Arte e che conterrà interventi delle persone più vicine al cantautore inglese, compreso il suo storico produttore Joe Boyd. Immersi tra gli alberi del bosco/campeggio riviviamo quindi l’epopea sofferta e malinconica di Drake, con il duo intento a re-interpretare i brani più celebri del cantautore e al contempo fornire un quadro storico di riferimento per i neofiti (sono tantissimi i giovanissimi che hanno scelto di piantare lì la loro tenda e abbandonarsi a una tre giorni e tre notti di puro delirio). Verso la fine dell’esibizione c’è anche il tempo per una comparsata a sorpresa di Fabrizio Cammarata, che presta la propria voce per Place to Be. L’augurio è il più sincero e affettuoso: riscoprire la musica e l’opera di Nick Drake, gustarla in religioso silenzio, consigliarla a chi ancora ne è all’oscuro, raccomandando di fare altrettanto.

Non è più una sorpresa invece il fatto di emozionarsi per un live de La Rappresentante di Lista: l’incanto si ripete anche al Chiostro di San Francesco dove la band capitanata da Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina regala ai presenti 50 minuti di pura performance. Corpo, anima e passione alimentano un set infuocato, nel quale emergono con forza tutti i cavalli di battaglia dell’ensemble, dalla libertà d’espressione al bisogno di condivisione, unione e accoglienza – contrariamente agli ultimi raccapriccianti fatti di cronaca politica; l’ennesimo e riuscito live di una band in stato di grazia che ripercorre trionfalmente, in sella al suo ideale cavallo bianco, l’ultimo, notevole album Go Go Diva. Successivamente, in pochi riescono a godersi il live di Alberto Fortis all’ex Chiesa del Crocifisso, mentre la serata in piazza è condita dai giovanissimo Giant Rooks e dalle ritmiche forsennate di David August.

L’ultimo giorno si apre all’insegna dei Whitney, la band di Chicago capitanata da Max Kakacek e Julien Ehrlich, che oltre al repertorio proveniente dal loro riuscito debutto (Light Upon the Lake), presenta in anteprima alcuni inediti dal nuovo album in uscita il prossimo 30 agosto (Forever Turned Around), compresi i due singoli estratti, Giving Up e Used to Be Lonely. L’alchimia del duo, supportata da un ensemble variegato e funzionale (con fiati e tastiere ad animare il pomeriggio assolato che rende Kakacek un “fucked up Tom Hanks” a detta dei colleghi) è palpabile, con il pubblico perfettamente in sintonia. In seguito, è tanta la delusione per il mancato ingresso al live di Ólöf Arnalds (vediamo allontanarsi sconsolato persino il mestissimo D’Erasmo), nel ristrettissimo Castello dei Ventimiglia: per i pochi eletti deve essere stata un’esperienza non da poco. L’atmosfera però torna a farsi elettrica quando per le strade del borgo ci si imbatte in sua santità Jason Pierce: sguardo vitreo e andamento funebre come da copione. È solo il preludio all’inizio del gran finale in piazza Castello. L’apertura è riservata alla vena punk, giovane e determinata, dei Pip Blom, seguiti immediatamente dopo dai Whispering Sons, dei Marilyn Manson fuori tempo massimo e uno dei pochissimi episodi WTF? di tutto il festival.

Il gran finale si diceva, inaugurato dalla band che negli ultimi otto mesi è stata praticamente sulla bocca di tutti, con il suo punk/post punk immediatamente riconoscibile e da molti indicato senza timore come “autentico”, un aggettivo non facile da maneggiare. A giudicare dall’accoglienza spasmodica del pubblico – che ha riempito letteralmente ogni angolo della piazza pur di accaparrarsi un posto – lo show dei Fontaines D.C. è perfettamente riuscito: poche chiacchiere e pochi fronzoli, in linea con la dimensione musicale di riferimento, e la riproposizione – quasi nella sua interezza – del formidabile debutto, Dogrel. Tra un Colapesce e un Dimartino che cercano il giusto angolo di visione, anche noi ci accomodiamo per quello che forse era l’evento più atteso dell’intera edizione, il live degli Spiritualized, che infatti non ha deluso le già altissime aspettative: oltre due ore di cavalcata trionfale dove i brani del passato hanno lasciato gradualmente il posto all’esecuzione integrale di And Nothing Hurt. Scenografia psichedelica e un trio di coriste mozzafiato, a coadiuvare un Jason Pierce che riesce a fare il suo anche da seduto, senza scomporsi mai e lanciando vagamente un paio di timidi “thank you” alla folla rapita e dagli occhi sbarrati. Un finale pirotecnico e commovente, come si raccontava in apertura di questo pezzo, difficilmente ripetibile in una location differente. Non resta che attendere, già impazienti, l’edizione #24 di Ypsigrock.

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