L’ennesima disfatta del mercato discografico italiano – Aggiornamento di fine 2015

Ogni volta che vengono resi noti ufficialmente quelli che sono gli album più venduti dell’anno (o del semestre) in Italia scatta una prevedibile reazione di disgusto misto a rassegnazione. La situazione è chiaramente disastrosa, ma forse lo è leggermente meno di quanto traspare dalla classifica FIMI e, in ogni caso, è sempre utile provare a scavare più a fondo per analizzare la situazione da più punti di vista.

I concetti alla base sono principalmente gli stessi che avevamo già espresso nelle due puntate precedenti di questa pseudo-saga dell’ennesima disfatta del mercato discografico italiano (gennaio 2015 e luglio 2015), ma in questa occasione cerchiamo di separare ciò che può essere visto come un segnale positivo da ciò che invece conferma il pessimo stato di salute del sistema musicale – ma più in generale culturale – italiano.

Aspetti positivi

1) Tentativi di apertura verso la lingua inglese: citando quanto detto all’interno dell’articolo degli album più venduti del 2015, dopo trent’anni l’Italia sembra aver nuovamente capito che l’utilizzo dell’inglese non deve limitare il successo di chi lo sceglie come forma espressiva. Forse non è un caso che questa “consapevolezza” esca da quello che – purtroppo – sembra essere l’unico contesto (escludendo l’ambiente hip hop) in grado di portare nuova linfa alle major, ovvero quello dei talent show. Il grandissimo successo ottenuto dai The Kolors (Amici, circa 190.000 copie di Out) e i primi risultati registrati dagli Urban Strangers (X-Factor, più di 20.000 copie in poche settimane) delineano una situazione per molti versi inedita per il nostro mercato. Con un po’ di pessimismo potrebbe anche trattarsi di una effimera parentesi, ma staremo a vedere.

2) Tentativi di apertura verso l’attuale: parallelamente può considerarsi positiva l’inclusione della categoria band – e di un certo background indie – in un format come quello di X Factor, dato che potrebbe aiutare a rendere meno “aliena” la presenza in prima serata di artisti ad alto tasso di contemporaneità come i Landlord (tra i Daughter, gli XX e i London Grammar). Nonostante alcune discussioni che facevano sanguinare le orecchie, durante l’ultima edizione di X Factor sembrava fosse molto più naturale proporre al pubblico materiale a 360° che solitamente rimane fuori dai palinsesti televisivi (James Blake, Kanye West, Beck ecc…). Qualche timido segnale di una vaga volontà di far assaporare alla massa di ascoltatori passivi l’ebrezza di qualcosa di meno tradizionalista e imbolsito c’è, soprattutto se si pensa che fino a qualche anno fa certi programmi televisivi erano un continuo inno alla più becera canzone all’italiana. Siamo ancora lontanissimi dagli standard americani e inglesi ma anche la (purtroppo sporadica) presenza di guest come Benjamin Clementine o Låpsley in un programma di successo come Che tempo che fa, può essere ben vista. Segnali positivi continuano inoltre ad arrivare da Radio Rai, dove tra un Refresh, un King Kong e anche un Rock’n’Roll Circus, non sembra di vivere in un paese per vecchi bacucchi.

3) La classifica ufficiale mostra solo il lato più masochista del gusto medio dell’italiano: non vogliamo difendere l’indifendibile, ma i rilevamenti FIMI/GFK sono rappresentativi fino ad un certo punto, dato che non tengono in considerazione le vendite che avvengono in situazioni più vicine a contesti indipendenti, come ad esempio all’interno di buona parte dei record store più piccoli, durante i concerti o in tutti quei sistemi (Bandcamp, ecc…) che propongono un filo diretto tra label/artista e acquirente. Ovviamente non stiamo dicendo che tracciando anche queste tipologia di vendite i risultati cambierebbero drasticamente, ma il quadro potrebbe risultare leggermente più roseo di quello che viene mostrato. In un mercato in cui, escluso dicembre, bastano meno di 100 copie per finire nella top 100 settimanale, è ad esempio inammissibile che non ci sia traccia delle 300 copie vendute il 15 settembre 2015 (è andato sold out in pre-order) della limited edition del vinile di DIE di Iosonouncane, numeri che avrebbero garantito probabilmente una 50°- 60° posizione in classifica. E questo è solo uno dei tantissimi casi: solamente considerando le vendite durante i concerti, una band “indipendente” con un certo seguito in tour potrebbe vendere senza problemi 50-100 copie in una settimana da 3-4 tappe.

4) Altri sistemi di rilevamento mostrano dati più incoraggianti: lo strumento non ha ancora una diffusione tale da rappresentare un campione veramente indicativo, ma su Spotify il divario di ascolti tra i dischi delle posizioni medio-alte della classifica ufficiale e i dischi più chiacchierati/discussi della scena indipendente italiana non sono così marcati. Può anche essere che l’appassionato “attivo” di musica sia più propenso all’ascolto rispetto al fan medio di Emma Marrone, ma per il momento teniamoci queste magre consolazioni.

5) Fuori dal baraccone italo-mainstream, la scena del nostro Paese dà buoni segnali, ma non son tutte rose e fiori: a livello prettamente qualitativo escono album che hanno poco da invidiare ad alcuni osannati dischi inglesi o americani, e abbiamo band come M+A e Brothers In Law costantemente invitate ai più importanti festival mondiali, con un numero sempre maggiore di persone che seguono attivamente ciò che accade in ambito musicale sul nostro territorio: parliamo di situazioni come Beaches Brew Festival, Handmade, Siren Festival, per non citare il Club To Club o cose più di nicchia come il Terraforma. Del resto, sembra che la proliferazione di eventi e festival, specie estivi, produca ancora una certa dispersione di energie, e la paura di realizzare eventi (e festival) di dimensioni competitive e non rientrare degli investimenti è ancora altissima. Come si è visto in tempi (molto) recenti, anche fare passi più lunghi della gamba (vedi roBOt) portando nel nostro Paese una line up di primo livello in ambito elettronico, non esime dal rischio concreto di ritrovarsi a dover fronteggiare un monte di debiti da pagare. L’interesse da parte del pubblico non sembra mancare ma, alla resa dei conti, se c’è chi – qualche migliaio di persone – ogni anno paga per il pacchetto Primavera Sound, sembra che in Italia non ci siano abbastanza persone paganti da garantire un significativo sblocco della situazione verso i grandi numeri ed eventi. Difficile, ed è tutto collegato, trovare inoltre contesti localizzati sul territorio dove infrastrutture urbane, sfera politica, organizzazione festivaliera e tutti gli addetti ai lavori nei rispettivi ambiti lavorino senza prevaricazioni o burocrazie varie per l’obbiettivo comune, ponendo le basi per una crescita e per sane prospettive di sviluppo. Certo non siamo in Germania, e quel che ci rimane è il circolo vizioso tra il bando e i professionisti del bando.

Aspetti neutrali

1) Mercato in crescita ma…: come abbiamo visto pochi mese fa, il fatturato sembra essere aumentato rispetto al 2014, invertendo per la prima volta una lenta ed implacabile discesa iniziata oltre dieci anni fa. Il dato è incoraggiante, ma nasconde alcuni escamotage apparentemente funzionanti come la pratica dei firmacopie, una gallina dalle uova d’oro che permette di vendere anche migliaia di copie in un unico evento in-store nelle grandi catene. In ogni caso, quest’anno sono stati 25 gli album che hanno venduto più di 50.000 copie e 50 quelli che ne hanno vendute più di 25.000. L’anno scorso gli album con oltre 50.000 copie furono 22 e quelli con più di 25.000 copie solamente 41.

Aspetti negativi

1) Identitarismo: una piaga che colpisce su più livelli, dal più insignificante tifo campanilistico al ben più pericoloso nazionalismo. In ambito musicale ai piani alti si vorrebbe diffondere l’idea che l’avere una percentuale così elevata di album italiani tra i più venduti sia un motivo di vanto. A prescindere dal fatto che parlare di confini o di altri inutili paletti patriottici ha di suo poco senso, lo stato di un sistema culturale non si misura certamente dal successo che hanno i prodotti di punta del paese (e questo è estendibile ad altri campi, vedi il caso Zalone e discussioni annesse). Mal comune mezzo gaudio, dato che in buona parte dell’Europa continentale la situazione non è tanto diversa da quella italiana: ad esempio, anche in Francia o Germania (per non parlare della Spagna) la percentuale di artisti locali – e di dubbio valore – che invade le classifiche è clamorosamente elevata. Poi, parliamoci chiaro, scambiereste veramente Jovanotti per Helene Fischer (la più venduta in Germania) o per Kendji Girac (il più venduto in Francia)?

2) Punti di riferimento “positivi” obsoleti: a livello mass-mediatico, nei rari casi in cui vengono trattati certi argomenti, c’è ancora la fastidiosa tendenza a mitizzare i soliti punti di riferimento del passato: il rock, i Led Zeppelin, i Queen, Jimi Hendrix & co, senza cercare di svecchiare i “grandi” da approfondire. Chi in qualche modo, a corrente alternata, cerca di farlo, purtroppo non trova lo spazio che meriterebbe (vedi la questione #saveGhiaccioBollente). Se poi uno dei magazine più diffusi mette al primo posto degli album dell’anno un disco come Rattle That Lock di David Gilmour, capite quanto sia difficile evolvere. Certo, potrebbe sembrare tutto oro colato se si pensa che chi è stato per anno Ministro delle Comunicazioni non conosce(va) Jim Morrison.

3) Attaccamento ingiustificato al passato: un aspetto che riguarda gli artisti italiani (basti pensare che da venti anni sono praticamente sempre i 5/10 soliti noti in cima alle classifiche) ma soprattutto quelli stranieri. Due esempi? 1) In proporzione, in nessun altro paese gli ultimi dischi di Pink FloydMadonna sono andati così bene come in Italia. 2) L’Italia è l’unico paese in cui continuano a trovare mercato i vari Skunk Anansie, Cranberries, Lenny Kravitz & co. Nel nostro paese mediamente gli artisti stranieri ci mettono più tempo a conquistare il mercato, ma una volta conquistato fanno anche più fatica ad andarsene. In questo senso gli inglesi hanno tantissimo da insegnare.
4) La televisione ha ancora un influenza enorme: nonostante la lenta decadenza dovuta alle più corpose ed interessanti alternative (informazione online o strumenti di streaming, ad esempio), la televisione massimalista in chiaro continua a dettare legge e ad influenzare più di qualsiasi altro canale un mercato come quello discografico. L’impatto è evidente, due esempi su tutti: J.Ax non era mai andato così bene (era giudice nel talent The Voice) e Mika (X Factor) in Italia ha venduto il doppio delle copie che ha venduto in Inghilterra con il suo ultimo album. Basta seguire cinque minuti di un qualsiasi programma di intrattenimento per capire perché abbiamo inserito questo aspetto tra quelli negativi.
5) Dimensioni del Mercato: a quasi parità di popolazione, il mercato francese fa registrare numeri clamorosamente più alti di quelli italiani, e non stiamo parlando di differenze imputabili ad una situazione economica più o meno agevole, ma a decenni di decisioni sbagliate in Italia. Qualche numero: il 100° album più venduto dell’anno in Italia ha totalizzato circa 12.000 copie, in Francia il 100° album più venduto dell’anno ne ha totalizzate circa 45.000. In Francia ogni album nella top 10 dei dischi più venduti ha venduto più del best seller italiano (2015 cc di Jovanotti), e chiaramente l’effetto coda lunga, in un paese come il nostro, è pure meno sviluppato, dato che alcune proposte fanno proprio fatica ad essere distribuite.Gli aspetti negativi non si contano sulle dita di una mano, e ce ne sarebbero tanti altri da approfondire. In ogni caso, sembrano tutti legati da un unico filo conduttore che ha radici profondissime in una società in cui, un po’ per forza maggiore e soprattutto per mancanza di volontà, gli aspetti culturali sono sempre stati messi in secondo piano. Forse eccediamo in buonismo, ma non possiamo colpevolizzare mister X o miss Y se acquista un disco dei Modà: gusti a parte, entrano in campo troppi fattori (possibilità economiche, posizione sul territorio, accesso a internet, ecc..) che creano tutta una serie di circoli viziosi (collegati tra loro) che puntano inevitabilmente verso il basso. Gli unici veri colpevoli sono quei soggetti, come radio e TV, che realmente avrebbero il potere di cambiare le cose, ma non lo fanno per un discorso – se vogliamo – di DNA. Il modello massmediatico tradizionale, quello pre internet, ancora domina e impone da sempre pochi nomi noti da dare in pasto a un pubblico eterodiretto e rassicurato da dinamiche comunicative immutate da anni. Qui nessuno chiede di dare il medesimo spazio a tutti (è pura utopia), ma almeno di fornire al pubblico i mezzi per costruire uno spirito critico e – soprattutto – spronarlo alla curiosità verso quella musica “altra” che per vari motivi non trova spazio all’interno dei palinsesti.
11 Gennaio 2016
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