I Grammy, le polemiche e ciò che si agita nell’industria musicale statunitense

I Grammy Awards non sono certo nuovi alle critiche, e ogni anno articoli severi ma giusti come quello letto su Consequence Of Sound non fanno che ribadire quanto le statuette col grammofono (e tutta la macchina che sta alle loro spalle) siano “out of touch”, per non dire incartapecoriti, ingiusti e via dicendo. Sono critiche perpetue che ricordano un po’ quelle che leggiamo sulla nostra stampa nazionale in periodo pre e post sanremese, con la differenza che il premio musicale più noto degli Stati Uniti e forse del mondo (i Brit Awards vengono due scalini più in basso in ordine di importanza) si lega all’“esercizio” musicale precedente e non a una provetta di canzoni (rétro)originali proposte a una giuria che le seleziona in base a noti “standard della canzone italiana”. Una cosa è certa però: il minimo comun denominatore che lega le sopracitate gare canore, ma anche la maggior parte dei prestigiosi premi del mondo, è rappresentato da una splendida, dolorosa e (aggiungiamo noi) caparbia inattualità.

E’ un modo di essere inattuali che, per dirla sociologicamente, esprime i rapporti di forza all’interno di un sistema sociale, di un comparto e naturalmente di un’industria, un discorso che si lega, alla base del gioco, alle vendite e ai numeri, ma che li trascende – e qui il discorso si fa più politico – nel momento in cui si devono fare scelte cruciali a fronte di equiparabili vendite e prestigio. Togliamoci velocemente il dente legato alla meritocrazia: in questo tipo di Award la suddetta non è certo la variabile più importante, anzi non è manco una variabile, si fanno discorsi differenti da quelli che fanno i signori del Mercury Prize e, in ambito cinematografico, degli Oscar. Eppure, ciò che balza ad occhi sempre più interconessi e socializzati, è l’applicazione di partite triple russe nel momento in cui entrano in gioco fattori come razza e sesso, con i loro bei gruppi e rappresentanze a soffiare dietro venti sempre più forti. Se gli Award procrastinano dinamiche e frizioni all’interno del biz musicale e queste sono lo specchio della società americana tutta, allora abbiamo quella che Robin Pecknold dei Fleet Foxes ha definito una band di giocattoli Toys R Us (Bruno Mars) che si porta a casa i premi più importanti di questa edizione (quelli generali, per intenderci, non di categoria) scalzando quelli che sono due dei protagonisti assoluti dell’indiscusso genere dominante di questi anni – con buona pace del revival CSNY dello stesso Pecknold – e parliamo ovviamente dell’Hip Hop, un contenitore, a dir il vero, piuttosto ampio e variegato che si porta dietro cultura, senso di identità, quel desiderio di rivalsa che nella lingua dei Grammy è da sempre (s)comodamente confinato in un recinto di premi ben precisi e circoscritti.

Accade così che, per l’ennesima volta, l’asse nero e politicizzato formato quest’anno da Lamar / Jay Z non risulti spendibile quanto un 24K Magic, che esprime invece con plastica efficacia una tendenza senz’altro vera e reale, ovvero una retromania fattasi (pericolosamente) mainstream (nel suo caso, 90s r’n’b, g-funk, Michael Jackson e via dicendo), e altrettanto fa un Ed Sheeran, altro vincitore di questa edizione, con una formula di sintesi tra dancehall, r’n’b e folk in formato capsula Nespresso edizione Uk/Caraibi. Entrambi assecondano un’idea di entertaintment disimpegnato, tanto globale quanto intrinsecamente denaturato, in bilico tra presente e (molto) passato, il primo idealmente adatto per le esterne, il secondo perfetto per il focolaio domestico, entrambi decisamente a portata (e seduzione) di streaming.

E c’è da dire che Mars e Sheeran hanno senz’altro i numeri dietro, ne hanno di grossi e, sulla base di quelli, il Grande Altro zizechiano giustifica e dissuade ogni speculazione circa la scarsa rappresentanza della comunità afroamericana e delle donne in termini di vittorie. Eppure questa edizione è sembrata diversa ed è stata osservata differentemente, la puzza di bruciato è risultata più intensa e diffusa del solito, forse anche perché le contraddizioni sono risultate più evidenti. Riprendendo le parole di Justin Vernon/Bon Iver: nessuno ce l’ha con Bruno Mars, anche perché uno che, tra le altre cose, prende il Phil Collins più mieloso e lo porta di peso nel soul nero degli Ottanta», Roncoroni docet, non può che strappare un sorriso, come pure Sheeran – un altro che dalle nostre parti è fin troppo facile stroncare – risulta difficile da odiare tanto quanto – per dirne uno – Justin Bieber. Paradossalmente, il Bieber ribelle è quello che lo scorso anno boicottava i Grammy quando Mars, ma sopratutto Sheeran, sono le perfette pedine di una matrice difficile da scardinare, anche se le pressioni interne a un cambio generazionale si stanno facendo sentire per bene.

L’anziano Neil Portnow, presidente della Recording Academy, ha dovuto esporsi pubblicamente per rimangiarsi, o meglio ricontestualizzare, parole e frasi che prese fuori contesto (a detta sua) non erano le sue. Non è dunque vero quanto gli è stato messo in bocca dallo stesso Vernon e da altri: se le donne vogliono vincere più premi, non devono darsi da fare di più; invece «la nostra industria deve riconoscere che le donne che sognano una carriera musicale si trovano spesso di fronte a barriere che gli uomini non hanno. Dobbiamo lavorare attivamente per eliminarle ed incoraggiare le donne a vivere il loro sogno ed esprimere la loro creatività attraverso la musica… …Mi impegno a fare tutto quel che è possibile per rendere la nostra comunità musicale un posto migliore e più sicuro, e che rappresenti chiunque». Non vediamo come questo possa accadere dall’interno delle fila dei Grammy, dato che le parole di Portnow cozzano nella pratica con un recente studio di settore: la minor presenza delle donne nelle nomination e nei premi – deduciamo – è una diretta conseguenza della loro distribuzione generale davanti e “dietro le quinte” dello show biz. Alla base dei successi radiofonici degli ultimi anni vi è una distribuzione dei crediti di songwriting (chi scrive effettivamente le canzoni) e di produzione (chi in studio di registrazione aiuta l’artista a ottenere quel tipo di suono e di risultato estetico per la musica) che vede le donne in regime di forte disparità; essendo il premio indiscutibilmente e direttamente collegato alla concentrazione e alla performance di questi fattori, non è tanto al suo interno bensì all’esterno che le cose dovrebbero cambiare.

E’ un Man’s World, direbbero i Residents (deformando James Brown), e certo questo non significherebbe nulla se non ci fossero le donne, donne che occupano spesso i vertici delle classifiche di Billboard, vedi Beyoncé, Rihanna, Nicki Minaj e Taylor Swift, ma che sono – e questo è il dato interessante – spesso performer totali, ovvero anche autrici e (co)produttrici. Medesima è dunque la strategia di dissuasione: il music biz è pieno di donne di successo che sono anche più brave, preparate e versatili degli uomini, eppure sono in forte minoranza, e lo sono pure all’interno di un’edizione concentrata proprio su di loro e sui movimenti contro gli abusi – #MeToo e Time’s Up – nati dallo scandalo Weinstein. Succede che le vincitrici donne ai Grammy (al netto della – sempre innocua – eterna fan di Amy Whinehouse, Alessia Cara) sono state ben poche e ovviamente non SZA e Lorde. Un riflesso di ciò che accade nell’industria discografia statunitense nel suo complesso, dove all’interno di un campione di 600 canzoni analizzate nell’ultimo lustro solo il 22% è composto da musiciste, percentuale che scende al 12% se andiamo a guardare i crediti di songwriting, e a uno schiacciante rapporto di 49 contro 1 lato produzione.

Lorde è interessante a questo punto dell’analisi, perché richiama il discorso riguardo alle performance legate alla cerimonia che da sempre ne rappresentano il fiore all’occhiello. I signori dietro ai Grammy le devono gestire accuratamente, pena – vedi sempre i tweet di Vernon – una problematica emorragia di telespettatori e ciò che ne consegue in termini economici. Dunque, ciò che ha messo d’accordo tutti finora sono stati i medley e le collaborazioni anche inedite tra musicisti. Indimenticabili alla 56sima edizione i Daft Punk che si sono esibiti assieme a Pharrell Williams, Nile Rodgers e Stevie Wonder, ed è quindi con questa stessa logica che Bon Iver nel 2012 e la cantante neozelandese quest’anno si sono visti rifiutare un’esibizione solista (il rischio era un cambio canale da parte dello spettatore) a fronte di un ben più sicuro e lucrativo, nei termini di performance televisiva, live combo, che in quest’ultimo caso, ricordiamolo, si è risolto in un best of riassunto di carriera dedicato al compianto Tom Petty a cui Lorde – giustamente – non ha voluto partecipare.

A fronte di tutto ciò, il vero sconquasso di quest’anno arriva, Nielsen alla mano, proprio dall’audience. L’oliato meccanismo non ha funzionato: i Grammy 2018 sono tra i meno visti della storia, e hanno registrato un calo del 24% rispetto alla serata di premiazione dell’anno precedente, per un totale di – comunque considerevoli – 19,8 milioni telespettatori (del 2006 il picco negativo con 17 milioni). Cinicamente siamo portati a pensare che la retorica impegnata di KeshaJanelle Monáe, le letture dei passi del libro dedicato a Trump, Fire and Fury (scritto da Michael Wolff), le rose bianche e tutto il resto abbiano annoiato il pubblico americano alla ricerca di quel puro disimpegno firmato Sheeran & Mars, ma non è da escludere che qualcosa di più grosso abbia scosso le fondamenta di un premio giunto quest’anno alla sua 60esima edizione. La domanda rimane naturalmente aperta. Anche la Hall Of Fame, per fare un altro esempio istituzionale, è un albo annuale che sta venendo percepito sempre più come qualcosa di incartapecorito e anacronistico, vedi il caso sollevato dai Radiohead. E tornando al discorso generazionale, è interessante anche lì andare a vedere l’anagrafica di ha decretato l’entrata nell’album di gente come Bon Jovi e Dire Straits e rimandato ai posteri quella di Rage Against the Machine, Depeche Mode e della stessa band di Yorke e co. Gruppi che tra qualche anno diventeranno, giocoforza, gli eletti di un establishment che nel frattempo sostituirà l’attuale, e che speriamo si mostri più consapevole e sensibile nei confronti di razza e sesso rispetto a ciò che accade oggi. Non è detto che qualcosa di buono accada, ma di sicuro anche solo il risalto dato da portali come Pitchfork alle polemiche suscitate da Pecknold e Vernon, rientra in un discorso di pressione nei confronti di certe strutture. Fleet Foxes e Bon Iver sono tra i tanti beniamini di una generazione che ancora non ha i capelli bianchi di Portnow e che non siede nelle poltrone del comando: quando lo farà, potrebbe non comportarsi allo stesso modo.

Di sicuro, allo stato attuale, dalle incombenti elezioni in Russia che l’elettorato sembra “premiare” con un alto tasso di astensionismo, all’America degli ingiusti Grammy, un messaggio chiaro e destabilizzante arriva da una scelta che appare cristallina: il voler sottrarsi al meccanismo del consenso.

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