Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Stefano Solventi

Il meglio dell'anno finora. Le considerazioni e la lista di Stefano Solventi

Ebbene sì: i primi sei mesi dell’anno diciotto – quello della maturità? – del nuovo secolo/millennio sono andati. Possiamo quindi, come è ormai abitudine, tracciare un bilancio. Su cosa? Domanda (retorica e) lecita. Chi ricorda quello che vado scrivendo da un bel pezzo su questi schermi, da così tanto che sembro ormai un disco incantato (espressione ultra-obsoleta che son lieto di utilizzare), è che per quanto ci impegniamo a individuare un genere, una scena o un – perdonatemi – trend dominante, va tenuto presente che il presente prevede la compresenza (perdonate le ripetizioni, ostinatamente volute) di tutti i generi di ogni epoca, accessibili e disponibili in simultanea. Le new releases di ambito rock e pop-rock riflettono sempre più questa “pressione del repertorio”, tanto da sembrarne una sorta di “attualizzazione mimetica”.

Tra i dischi che più ho ascoltato e – massì – amato quest’anno non c’è altro segno distintivo che questo gioco di ricollocazione stilistica del passato, attualizzata mediante un tentativo di ri-raccontarne il senso, applicandolo a una situazione presente che conferma (potrebbe essere diversamente?) di averne ancora bisogno. Di averne bisogno, sì: con buona pace di chi “il rock è morto”. No, non lo è. Il rock non è morto come non è morto il jazz, e via discorrendo. Ma l’esplosione della musica ovunque e comunque, di quello che potremmo chiamare “playlist-pop” sparato anche nelle orecchie di chi della musica potrebbe benissimo fare a meno, e che lo ascolta per il semplice motivo che può farlo (oggi moooolto più agilmente che ieri), determina un’espansione del fronte sonoro rispetto al quale il nostro amato (pop)rock – con la sua mission avventurosa, con la sua voglia di stupire l’auditorio a costo di suonare scomodo, col suo cuore di sorpresa – gioca un ruolo ormai e ahinoi marginale.

Termina qui il preambolo-pippone. E’ il momento di dire che, ok, ho ascoltato cose buone e giuste: mi sono piaciuti i Beach House, che con 7 hanno portato a compimento la vaporizzazione del messaggio in una nuvola dreamy accattivante e nervosa; mi sono piaciute le Goat Girl con un debutto omonimo che sa di spigoli, pancia e irriverenza coi neuroni accesi; mi piace tanto Courtney Barnett, capace di una convincente opera seconda, Tell Me How You Really Feel, dove quel “Really” affonda il dito nella ferita della consapevolezza, del sentire, senza perdere la sbrigliatezza di un linguaggio che è fieramente rock. Mi sono inoltre piaciuti i lavori di Malkmus, Iceage, Damien Jurado, il trepido Still EP dei Mazzy Star: nessuno di questi è un capolavoro, ma lasciano intendere una volontà di fare rock che sembra avere capito come sia possibile cercarsi anche nei luoghi dove si è sempre stati, quei luoghi che casomai un pubblico rock futuribile sarà chiamato a esplorare, se ne avrà voglia e cuore.

Venendo alle nostre latitudini, non sono mancate cose buone e giuste. Tra queste, meritevoli di menzione mi sembrano i lavori dei Maisie – enciclopedismo caricaturale col cuore inacidito, più autentico di tanta autenticità -, di Iacampo (un cantautorato esotico sempre più capace di oltrepassare confini geografici e temporali) e di Fabio Cinti, che ha confezionato un “adattamento gentile” di La voce del padrone rileggendolo come se fosse repertorio “alto”, di fatto spedendo il pop nei quartieri più elevati dell’immaginario.

Detto questo, i fatti musicali più rilevanti di questa prima parte di 2018 non mi sembrano legati alle uscite discografiche (né, confesso, mi aspettavo che fosse altrimenti). Mi limito a indicarne tre: il Premio Pulitzer assegnato a Kendrick Lamar, la proliferazione dei servizi di streaming e – venendo a beghe più “nostrane” – la chiusura del Mucchio Selvaggio. Il premio della Columbia University a K-Dot è un evento spartiacque, più di quanto non abbia rappresentato nel 2016 il Nobel a Dylan: non solo Lamar è il primo musicista “pop” ad esserne stato insignito – in passato era toccato al più a jazzisti come Wynton Marsalis e Ornette Coleman – ma soprattutto lo è stato per un disco (l’ottimo Damn.) formidabilmente in bilico sul presente, mentre il Nobel per la Letteratura a sua Bobbità fu ciò che un riconoscimento di quel tipo da sempre significa: un (meritatissimo) premio alla carriera, carriera incommensurabile ma che ha esaurito da un pezzo urgenza e incidenza sul presente. Con Damn è successo invece – è successo oggi – che la musica “pop” ha saputo varcare il confine, collocandosi in una zona nevralgica tra reportage giornalistico, narrativa alta e intrattenimento. Il merito è di un artista hip-hop, forse uno dei più grandi di ogni tempo. Fatto che ribadisce ciò che è del resto evidente, ovvero che la prima linea è oggi zona di competenza dell’hip-hop: vedi anche come un Childish Gambino/Donald Glover qualsiasi abbia saputo centrare il bersaglio con un clip come This Is America, forte di una naturalezza che può sbrigliare solo chi domina da sempre i codici giusti (ritmo, contaminazione, recitazione, coreografia…). Una domanda interessante da porsi è quindi: perché il rock non sa (più) farlo?

Seconda notizia: nelle ultime settimane il parco delle applicazioni che offrono servizi di streaming musicale si è arricchito di due nuovi attori, Amazon Music e YT Music (quest’ultima emanazione di Youtube). Le proposte differiscono per alcune specifiche che mirano comunque e ovviamente a fidelizzare l’utente, chiamandolo a sottoscrivere una qualche forma di abbonamento. Manovre prevedibili in uno scenario che, secondo uno studio della Goldman Sachs, grazie alle piattaforme di streaming vedrà i ricavi del music business passare dagli attuali 25 miliardi di dollari – 16 per la discografia e 9 per i diritti d’autore – a circa 40 miliardi di dollari complessivi. Il tutto entro dieci anni. Le possibili implicazioni sono già state ampiamente dibattute su SA, a partire dall’invadenza degli algoritmi che tenderebbero – in perfetto stile big data – a “produrre” canzoni sempre più capaci di farsi luce nella giungla delle playlist (non è da escludere che nel medio periodo le società di streaming divengano produttori dei propri stessi contenuti, come già fa Netflix per molte proprie serie TV). Una situazione che continueremo, ovviamente, a monitorare.

Veniamo infine – ed è notizia recente – alla chiusura della storica rivista Il Mucchio Selvaggio. Se, come spiegato nel comunicato ufficiale, si tratterebbe di una decisione resa inevitabile dopo una sentenza avversa nella causa con la vecchia proprietà, causa che si protraeva da anni, va detto che l’ingiunzione di pagamento è diventato un ostacolo insormontabile in conseguenza delle scarse vendite, che garantivano al Mucchio di sopravvivere appena sopra la linea di galleggiamento. Il timore, in assenza di cifre ufficiali, è che si tratti di una situazione comune a tutta la stampa musicale cartacea italiana. L’amarezza per la scomparsa di una pubblicazione che ha segnato più generazioni di critici e appassionati – fu fondata, ricordiamolo, nel fatidico 1977 – è dovuta, ma una volta smaltita dovrebbe lasciare il posto a un’analisi lucida di questo che potrebbe rivelarsi il sintomo di una patologia più profonda e diffusa, così come a una riflessione sullo stato e sui modelli dell’editoria nostrana, e quindi – last but not least – sul rapporto tra lettore e giornalismo musicale: un rapporto ancora in fase di definizione, per nulla stabile anzi in divenire, così fluido e febbrile da sfiorare lo stato di vapore. Anche qui, è doveroso prestare la dovuta attenzione.

Buona estate, ragazzi.

Ascolti 2018 (gennaio – giugno)

Altri editoriali, ascolti 2018 pubblicati finora: Tommaso Bonaiuti.

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